Attualità

Oh, finalmente un film gay senza finale tragico

Il regista Francis Lee mi ha spiegato perché il suo God’s Own Country non è il "Brokeback mountain dello Yorkshire."
Vincenzo Ligresti
Milan, IT
Grab via Youtube.

I film di successo e con personaggi gay concludono nel 99,9 percento dei casi in una valle di lacrime. Vorrei che questa frase fosse soltanto un’iperbole a effetto, ma purtroppo è uno di quei dogmi della cinematografia—obiettivi di sensibilizzazione e contesti storici a parte—a cui non si può dare una vera spiegazione. Belli e dannati? Call me by your name? Debbo davvero continuare con l'elenco?

Tutto questo per dire che quando mi hanno proposto di intervistare il regista Francis Lee per parlare della sua opera prima God’s Own Country (in italiano La terra di Dio), ho dato subito per scontati certi schemi e pensato avrei preferito tagliuzzare una camionata di cipolle piuttosto che vedere l’ennesima storia d’amore finita male. Ma mi sbagliavo: era, nell'accezione positiva del termine, più semplice di così.

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L’escalation di premi per God’s Own Country inizia al Sundance Film Festival 2017, e gli apprezzamenti rimbalzano presto di paese in paese e diventano così consistenti che alla fine il film arriva anche in Italia: viene proiettato per la prima volta all'Orlando Festival di Bergamo ed esce in una decina di sale il 24 maggio.

Ma chi è Francis Lee? Scartabellando su IMDb, si può leggere che Lee, 49 anni, ha iniziato la sua carriera come attore (di teatro, tv e cinema) ed è venuto davvero alla ribalta come sceneggiatore e regista con il suo primo film. È nato ad Halifax, nel West Yorkshire, ma il suo curriculum inizia a essere infarcito di tutte le voci summenzionate quando a vent’anni lascia la fattoria in cui è cresciuto per trasferirsi a Londra e diplomarsi al Rose Bruford College of Speech and Drama.

“Mi è dispiaciuto lasciare casa perché me ne sono andato per motivi di studio, e non per la voglia di evadere,” mi spiega Lee. “C’è sempre stata una parte di me curiosa di sapere come sarebbe stata la mia vita se fossi rimasto lì.”

Difatti, seppur non strettamente biografico, God’s Own Country è ambientato agli inizi del 2000, proprio nel contesto rurale dello Yorkshire. Lì, il 25enne Johnny Saxby passa le sue giornate ad accudire il bestiame del padre ormai invalido, mentre la nonna continua a ricordargli che la baracca è ormai tutta sul suo groppone. Della madre si sa solo che è andata via, dei suoi amici che tornano al massimo per preparare qualche esame universitario.

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In pratica la vita di Johnny è piena di merda, letteralmente e non, tanto che alla fine per distrarsi si ubriaca spesso e finisce per fare sesso con ragazzi che gli capitano senza impegno. Almeno finché per il periodo dell’agnellatura il padre assumere Georghe, un ragazzo romeno che scalfisce poco a poco la corazza da sindrome d'abbandono latente di Johnny. Per rendere questo crescendo, le scene del film sono state girate in ordine cronologico—una cosa che non succede frequentemente—“per dare spazio e tempo agli attori Josh O'Connor e Alec Secareanu di maturare i loro personaggi e conoscersi gradualmente,” mi spiega Lee.

A proposito di registi che fanno Lee di cognome: in molte recensioni, dal Telegraph al Guardian, God’s Own Country è stato spesso paragonato a I segreti di Brokeback Mountain. Immagino perché il film di Ang Lee del 2005 è ambientato nelle zone rurali del Wyoming e parla della storia tra due cowboy con bestiame annesso.

“Prima di tutto vorrei dire che per me è un onore essere paragonato ad Ang Lee, lui è un maestro del cinema e i suoi film sono un capolavoro; ma penso che God’s Own Country e Brokeback Mountain siano molto diversi”, mi spiega Lee. “Nel film di Ang Lee i protagonisti conducono una vita di coppia segreta, entrambi si sposano, e non possono stare insieme a causa delle circostanze; il mio film è incentrato sulle problematiche emotive vissute in maniera individuale e su quanto per un ragazzo [Johnny] possa essere complicato aprirsi all’amore, concedersi davvero a qualcuno, avere una relazione—ma non per il contesto in cui vive.”

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Tutto questo viene descritto soprattutto tramite la gestualità e le scene di sesso in mezzo al fango, perché secondo Lee il cinema è una questione anzitutto visiva. Lo sceneggiato di God’s Own Country infatti è ridotto al minimo, e anche il benestare dei parenti per quanto riguarda la relazione tra i ragazzi è descritto più da espressioni e sorrisi che con palesi esternazioni. Insomma, se ancora non l'aveste capito, non è una storia sul fare coming-out.

Eppure, proprio per aver ambientato la storia in contesto rurale considerato alla stregua del Wyoming degli anni Settanta, a Francis Lee è stato contestato più volte che l’apertura mentale dei suoi personaggi sia fuori dalla realtà. “Quando ho presentato il film in metropoli come New York, Londra, Los Angeles in molti mi hanno detto che è un film di pura fantasia, perché nelle zone rurali le persone sono omofobe,” mi racconta il regista. “Non posso parlare a nome di tutto lo Yorkshire, ma la mia famiglia vive lì, e la mia sessualità è stato l’ultimo dei mie problemi.”

Piuttosto, se dobbiamo trovare una sorta di messaggio di sensibilizzazione, possiamo concentrarci sul personaggio di Georghe. Seppur God's Own Country sia stato girato prima del referendum dall'uscita dell'Europa, il personaggio è risultato ancor più d'impatto nel post-Brexit. "Mi sono ispirato a un ragazzo romeno con cui sono diventato molto amico venuto nel Regno Unito per cercare fortuna e che ha vissuto la xenofobia in prima persona," continua Lee.

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Immagine via Facebook.

Prima di salutarci, gli chiedo se ha altri progetti. Mi dice che ha in cantiere altri tre film, ma che non vuole annoiarmi coi dettagli. A me sta bene così, può farli direttamente muti per quanto mi riguarda—basta che ci sia ancora qualche happy ending.

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