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Attualità

A Bologna la street art fa comodo solo se la puoi sfruttare

Cancellare uno spazio autogestito come l'XM24 per trasformarlo in cohousing, sfruttando però la sua street art a livello commerciale: uno dei tanti paradossi di Bologna.

di Alice Diacono
31 luglio 2019, 10:03am

XM24. Tutte le foto di Alessandro Gaffuri.

Una manifestazione con diecimila persone chiamata Contro il Nulla che avanza, appelli dei cittadini, dal mondo della cultura e persino dalla sociologa statunitense Saskia Sassen. Raccolte di firme e petizioni di ogni tipo, e poi presidi e irruzioni durante il Consiglio Comunale—eppure stavolta sembra che nulla salverà lo storico spazio autogestito bolognese XM24 dall'imminente sgombero.

L'XM—che deriva il suo nome da Ex Mercato, sede dello stabile occupato dal 2002—è uno degli spazi simbolo di Bologna, e al suo interno vivono progetti di ogni tipo, dalla scuola d'Italiano per migranti e il consultorio al centro di hacker informatici, dalla palestra popolare al collettivo di precari.

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Uno degli appelli delle famiglie per la tutela di XM24.

Ora, l'amministrazione comunale di Bologna, ripetendo il mantra del decoro e della guerra al "degrado", sembra aver preso la decisione finale riguardo al suo futuro. E per dimostrare che non è solo una questione politica ma anche e prima di tutto un'operazione di utilità sociale (leggi: social washing), nelle scorse settimane ha approvato un finanziamento di due milioni di euro per costruire al suo posto un cohousing.

Il progetto, ancora in fase del tutto preliminare ma spacciato come di imminente realizzazione, fa parte dell'operazione di riqualificazione (leggi: gentrificazione e speculazione edilizia) che da anni avanza nel quartiere della Bolognina. Ma negli ultimi giorni tutta la vicenda ha preso una piega addirittura paradossale. Nel calderone del progetto del cohousing, infatti, la Soprintendenza ha richiesto—citiamo dal comunicato di XM—"la conservazione delle facciate Nord e Est [...] e il mantenimento delle pitture murali esistenti quali espressione della street art." In pratica, usare i murales che ricoprono le pareti esterne a vantaggio del futuro commerciale dello stabile, scacciando però la comunità che li ha voluti, discussi e creati.

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I murales coperti dagli attivisti di XM24.

"Partendo da un elemento tecnico, una richiesta di tutela," prosegue il comunicato, "tutto viene fagocitato dall’idea che una bella forma artistica, dipinta su un muro, possa diventare il fondale di una pantomima. Che la street art sia, sostanzialmente, un gentil orpello per abbellire quartieri popolari, fargli prendere quel gusto lì, di finti pallet grezzi e decorazioni simil industriali. [...]"

Questo è stato abbastanza per far decidere ai collettivi dello spazio autogestito di cancellare i murales, come già aveva fatto Blu nel 2016, quando un gruppo a guida dell'ex rettore Roversi Monaco voleva privatizzare e piazzare in qualche museo parti del suo "Occupy Mordor".

Sabato mattina una cinquantina di persone si sono così date appuntamento e con volti e corpi coperti, muniti di rulli, pennelli e vernice, hanno messo in atto la loro forma di protesta. A tal proposito, il comunicato recita: "non si può separare un’opera di arte urbana dalla comunità che abita quella porzione di città su cui essa insiste e per cui esiste, senza snaturarla del tutto, e renderla un tristissimo fantoccio vuoto."

"Cancellare i graffiti è stato come un colpo al cuore, come cancellare i tatuaggi dalla propria pelle. Ma è stato necessario contro chi vuole farli diventare parte di un'operazione commerciale o un'attrazione turistica," dice Andrea, tra gli attivisti che hanno partecipato. "Come a dire: non vi vogliamo voi perché siete brutti e cattivi, ma ci appropriamo del valore della vostra arte per dare un aspetto più underground, attirare hipster e turisti e far pagare di più gli affitti. È inaccettabile."

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Ad assistere all’azione sabato mattina era presente anche la Digos, per documentare e identificare chi vi ha preso parte. "Nei giorni successivi sono circolate notizie non fondate su presunte denunce per danneggiamento e imbrattamento aggravato per quelli che hanno partecipato alla copertura delle opere," continua Andrea. "Ma queste sono solo dicerie. I muri non sono ancora sotto la tutela della Soprintendenza, non hanno ancora alcun diritto in proposito. Il parere dei tecnici dei Beni Architettonici era solamente preliminare."

E così adesso sulla facciata principale, al posto dell'opera di Aladin, ci sono dei riquadri di colore con scritte di ogni genere e tipo, dal politico alla presa bene, in pieno stile XM, mentre nel lato dell’edificio più visibile dalla strada campeggia una scritta enorme e lapidaria: "QUESTO COHOUSING È UNA CAGATA PAZZESCA."

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Una porzione della scritta "QUESTO COHOUSING È UNA CAGATA PAZZESCA."

Quando chiedo com'è nata l'idea della citazione fantozziana della frase, Andrea ride e dice: "È stato un complicato compromesso venuto dallo stomaco e dalla bile. Abbiamo fatto una scelta precisa per qualcosa che fosse esteticamente ributtante perché qualsiasi altra forma o idea, anche se avesse rappresentato qualcosa contro di loro, l'avrebbero usata ugualmente o fatta mettere sotto tutela."

Le voci sulle presunte denunce non sono le uniche. C'è anche quella del posto messo a disposizione da privati che XM avrebbe rifiutato per spocchia. "Non è un'alternativa valida," spiega Andrea. "Si tratta di un magazzino dove appoggiare temporaneamente le cose nell’attesa che si trovi un altro posto, ma non permette la continuità delle attività."

L'ultima parola non è ancora detta, però. Dal 25 luglio ogni giorno lo sgombero è una possibilità, ma secondo Andrea "il posto è ben presidiato." "Trattandosi di uno sgombero pretestuoso, la gente è parecchio incazzata e ci sta dimostrando solidarietà. Noi siamo ancora lì. Non dateci già per morti. La fine è ancora da scrivere."

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