Fotografia di Alessandro Treves

Aletheia di Izi è una lezione di maturità per la nuova scuola

In un momento in cui i rapper sono chiamati a confermarsi, Izi ha scelto la strada più difficile: quella della consapevolezza, tra una sincera fragilità e cover di De André.

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16 maggio 2019, 11:05am

Fotografia di Alessandro Treves

Siamo nel 2019 e un beat di Charlie Charles ha vinto Sanremo, il nuovo singolo di Rkomi passa in heavy rotation su Radio Deejay, Sfera Ebbasta si è trovato al centro di un caso di cronaca nazionale, la Dark Polo Gang è accasata sotto l’ala protettrice di Fedez. Insomma, i riflettori sono puntati sugli alunni di quella ormai non più nuova scuola, impegnati a consolidare il successo ottenuto con i loro primi lavori. È in questo contesto che Izi, uno dei primi a svecchiare il rap italiano, ha deciso di prendere una decisione tanto drastica quanto coraggiosa: fuggire lontano senza mai voltarsi, alla ricerca di un rifugio in penombra, alla ricerca della propria Aletheia.

Aletheia (ἀλήθεια) è una parola greca traducibile come “verità”, “rivelazione”, “dischiudimento”, ed è il titolo del terzo album di Izi. Il suo significato è un suggerimento rispetto a quelli che sono i contenuti del disco, ma a colpirmi particolarmente è stata un’altra cosa. In un periodo storico in cui la capacità di catturare l’attenzione del pubblico in una manciata di secondi è un fattore cruciale, la scelta di un titolo che obbliga già in partenza ad una ricerca, ad un ragionamento, risulta emblematica, nonché rappresentativa dell’approccio da assumere durante l’ascolto.

Izi torna dopo due anni di silenzio segnati da una depressione profonda, attacchi epilettici e solitudine. Proprio per questo Aletheia suona tormentato, intricato, ma anche aperto al futuro nel suo essere una presa di coscienza spirituale, un consapevole traguardo raggiunto dopo una autoanalisi matura. È un lavoro difficile, che si svela dopo numerosi e attenti ascolti e acquista spessore se inteso come un nuovo passo all’interno del percorso tanto di Izi musicista quanto, o forse soprattutto, di Diego persona.

izi aletheia
La copertina di Aletheia di Izi, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Il rap di Izi comincia a farsi largo nei carruggi più di cinque anni fa (con Macchie di Rorschach, tape registrato insieme a Sangue, quando ancora si faceva chiamare Eazyrhymes), ma è nel 2014 che il suo nome inizia ad entrare nei radar della scena nazionale grazie al mixtape Kidnapped. Un lavoro acerbo, figlio della struggle, ma che lascia presagire del talento; non a caso contiene versioni germinali di “Chic”, suo cavallo di battaglia riedito due anni dopo, e di “Dammi un motivo”, presente proprio in Aletheia, quasi a sottolineare come i capitoli di questa storia non possano mai considerarsi del tutto chiusi (“Ricordati che il tempo non esiste (ah)/È soltanto una cosa triste”).

Un anno dopo, con Julian Ross Mixtape, le sonorità si spostano verso la trap ma non ne rimangono schiave, anzi: si aprono a ricerche melodiche che sfociano nelle insenature pop di Fenice (2016), il suo primo vero album solista uscito per una major. Al di là di ottimi picchi qualitativi, attorno al progetto aleggia una sensazione di incompiutezza, dovuta principalmente al fatto che il disco sia stato ampiamente influenzato da Zeta (2016), film di Cosimo Alemà che vede Diego nei panni del protagonista, un giovane rapper che cerca di sfondare nel mondo della musica. Per sua stessa ammissione, però, il cinema non è stata l’esperienza che si sarebbe aspettato: “non c’è stato molto rispetto per quello che sono io, a livello artistico. Non gliene fregava niente a nessuno di Izi. Izi lì non esisteva”.

In un cammino inverso rispetto a quello dei colleghi, quindi, Izi decide di dare un colpo di coda al mainstream pubblicando nel 2017 sempre su Sony quello che possiamo considerare il suo primo vero album maturo. Pizzicato è un successo nonostante la (o grazie alla) sua anima oscura e opprimente, rappresentata già dalla cover: una sorta di inferno dantesco abitato dai demoni quotidiani che l’artista mette in musica. Di primo acchito Aletheia, con il suo occhio mistico in copertina (“Guarda l'occhio, dopo prova a definire una persona, dai / Se ha l'ombra dentro oppure gioia, oppure ‘cosa c'hai?!’”), potrebbe sembrarne la prosecuzione, ma è con un ascolto più attento che l’album si rivela per quello che è. Cioè la summa di tutte le anime passate e presenti di Izi, un ragazzo che non è mai mutato radicalmente ma che è cresciuto, portandosi dentro le cicatrici del cambiamento.

“Il più grande errore è credere che l’uomo abbia un’unità permanente / Un uomo non è mai uno, continuamente egli cambia / Raramente rimane identico, anche per una sola mezz’ora”.
- da "Zorba"

L'arte di Izi si è sempre fondata su una multiformità, ma è in Aletheia che essa esplode manifestandosi su più livelli. Dal punto di vista musicale, ovviamente, è espressa dalla folta schiera di produttori chiamati in studio. Davide Ice (talvolta coadiuvato da Marco Zangirolami), beatmaker storico di Izi, ormai si destreggia su qualsiasi tipo di mood. A lui si aggiungono Charlie Charles, riconoscibile tra mille, il giovane Tha Supreme e MACE, già dietro a “Chic”. Ci sono anche contributi internazionali: Maaly Raw coi suoi bassi abrasivi già al servizio di Lil Uzi Vert e Meek Mill; Frankie P e Bijan Amir, il primo spesso al lavoro con A$AP Ferg e il secondo dietro a “Ric Flair Drip”; Josh Rosinet e Heezy Lee per un tocco di trap d’oltralpe, che sfocia in un featuring cantato in francese. Oltre a loro, per quanto riguarda le parti vocali, si contano solo altre due collaborazioni: Speranza in “OK” e Sfera Ebbasta in “48H”, ovviamente due hit.

Musica a parte, è però un momento ben definito l'apice creativo del disco e sua chiave di lettura: “Dolcenera”, cover di Fabrizio De André, è un azzardo gigantesco. A confermarlo è Izi stesso: “Avevo paura a farla uscire, mi sembrava una bestemmia”. Già qualche anno fa si ventilava una possibilità del genere, da quando il rapper aveva dichiarato che, se una virata nel pop era da escludere, un futuro da cantautore l’avrebbe abbracciato volentieri “avendo Genova una tradizione cantautorale immensa”. Sembra assurdo pensare che, soltanto l’anno scorso, l’accostamento tra Faber e la trap si era tradotto in un fuoco di paglia ironico.

Il risultato, sia sonoro sia simbolico, del pezzo è qualcosa di così unico che non può lasciare indifferenti. È l’incontro rispettoso di due generazioni che troppo spesso abbiamo visto scontrarsi a causa di incomprensioni e difficoltà comunicative. È il giusto tributo di un artista alle sue radici, alla sua città (il pezzo vuole essere un pensiero per le vittime del crollo del Ponte Morandi) e ai suoi idoli. Sulla base c’è un rapper che si scrolla di dosso le etichette per sbocciare definitivamente, abbracciando con coraggio la propria anima cantautoriale e fregandosene di quello che il pubblico della “scena” si aspetterebbe da lui. È un segnale forte e non mi stupirei se tra qualche anno saremo qui a parlare di “Dolcenera” (ma anche di quella “Bad Trip” contenuta in Pizzicato) come di un momento di svolta nella carriera di un Izi ormai uomo, songwriter libero e consapevole.

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Fotografia di Alessandro Treves

A contraddistinguere Izi sin dagli esordi, e a differenziarlo dagli altri artisti della scena, sono stati un flow unico, strascicato, ed un coraggioso uso della metrica. In una situazione di stallo apparente in cui la lingua del rap italiano sembra essersi fermata, Izi riparte da sé, dai suoi punti di forza, migliorando il proprio stile con nuovi spunti creativi. Come abbiamo già visto, le sue personalità sono molteplici e rivivono nei differenti mood del disco. Questo aspetto, però, diventa ancor più lampante se prendiamo in considerazione l’atteggiamento del rapper nei diversi pezzi. Meditativo, spaccone, arrabbiato: uno nessuno e centomila Izi si avvicendano sui beat, tra sussurri (“Pasta e molliche”) e grida (“Volare II”), spoken word (“Zorba”) e flussi di coscienza inarrestabili (“Il nome della rosa”, “Pace”, “Grande”), linguaggio e riferimenti ricercati e turpiloquio, parole troncate e persino delle barre in inglese più che convincenti (“Weekend”).

La narrazione di Aletheia procede, come in passato, per immagini e simbolismi potenti, talvolta mistici, forte però di un arricchimento lessicale e di una dizione mai così chiara e scandita, drasticamente perfezionata. E proprio come accade per il comparto musicale, anche quello vocale trova il suo scheletro nella melodia, elemento essenziale per rendere fruibile il significato di un’opera densa di messaggi, di un rap in cui la parola ricopre ancora il ruolo primario.

Le parole in Aletheia sono tante e spesso pesanti, proprio come i contenuti che veicolano. Sulle basi Izi abbandona filtri e distanze, aprendo il proprio animo lungo una narrazione sincera in cui le debolezze spiccano e diventano fulcro degli scritti. La solitudine (“Io sto in mezzo alla gente, ma mi sento da solo”) e la depressione (“Odio ridere, depresso, sto ore al cesso”, “Ok, dico ‘Ok’ / Sempre sì, ma ok / Io non sto ok fra la gente”), così come il diabete e i coma, da sempre croce del rapper (“Vorrei farcela, ma so che ho tanto / Mania del controllo e poi ti svengo affianco”) sono analizzati senza scadere in una sofferenza romanzata, né tantomeno in un crogiolo di malessere poser.

A Izi non piace fingere, e proprio per questo non è interessato a palliativi transitori come sesso e denaro. In un certo senso anche le canne sembrano assumere definitivamente una connotazione diversa: se è vero che l’erba è un tema centrale sin dai tempi dei primi mixtape, in “Fumo da solo” essa diventa esplicitamente “bella a metà”, compagna di solitudine (“Mi attacco alla mia erba che resta nel vaso / Che è tutto ciò che mi resta nel caso”) ma anche di paranoie da cui sarebbe bello liberarsi, un giorno (“Tornerò da te ma da capo proprio / Come ti promisi / E morirò con te ma da capo e sobrio / E ora mi sorridi”).

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Fotografia di Alessandro Treves

Aletheia è un disco concentratissimo sul presente, quasi disinteressato al futuro (“Perché solo Dio la sa la mia strada”) e poco incline a guardarsi indietro. Certo, Izi nomina la sua città d’origine con malinconia (“In città a Cogoleto / Abbraccio i fan a Cogoleto”, “Non mi dispiace questo hotel / Ma io ho il ricordo della stanza mia (Cogo)”), dedica un paio di shoutout alla sua crew (“Faccio gesti molesti come un orango / Un po' come Tedua, un po' come uno strambo”) e ricorda i tempi in cui era ragazzino (la prima strofa di “Grande”). A prevalere, però, è la visione dello stato attuale delle cose e della vita, con la voglia di curare il dolore (“Prendo i nodi del mio pettine e li divido”, “Io voglio solo [...] un poco di pace per me”) e la speranza che, in un modo o nell’altro, l’umanità possa migliorare (“Se siamo fatti a tua immagine / Chiamaci a corte, rifacci compagine”).

Credo sia sbagliato approcciarsi ad Aletheia considerandolo una rinascita, una guarigione, un nuovo inizio. Izi sa benissimo di non stare bene. Sa che l’oscurità fa ancora parte della sua vita, come sottolineano le singole parole presenti alla fine di alcuni brani, che se riordinate danno vita a un messaggio cifrato: “Ma un bambino ha paura del buio quando possiamo comprendere la verità”. In questo senso il lavoro rappresenta qualcosa di ancor più grande. Se le tematiche trattate nei pezzi non sono di certo nuove, a colpire è la sensazione costante che Izi sia finalmente in controllo, conscio della sua arte, del suo percorso e della sua persona. Imbrigliare una psiche così complessa non è semplice, ma l’accettare questa condizione senza più mascherarla potrebbe tramutarsi in un aiuto per lui stesso e per chi lo ascolta, un altro terapeutico avanzamento verso la serenità e la consapevolezza di un io multiforme, tanto affascinante quanto complicato nella sua fragile umanità.

Avevamo lasciato Izi in fuga dai riflettori, alla ricerca di un rifugio in penombra. Oggi Diego è pronto a uscire dal buio, ma sempre memore che la tenebra non lo abbandonerà mai.

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