'1969' di Achille Lauro ha rotto il gioco della trap

"Rolls Royce" di Achille Lauro non era una gag o un 'inno alla droga': era il suo modo per dimostrarsi un vero artista e rifiutare le mode.

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16 aprile 2019, 11:13am

Fotografia promozionale via Instagram

Chi segue il rap da molto vicino ha conosciuto Achille Lauro nel 2012, con il fortissimo Barabba Mixtape (un punto di riferimento per Massimo Pericolo, per esempio). Chi segue il rap non così da vicino ha conosciuto Achille Lauro quando è nata Roccia Music, creatura di Shablo e Marracash, di cui l’artista romano è stato uno delle prime stelle. Chi il rap lo segue poco lo ha conosciuto negli anni successivi, magari per Pechino Express o per qualche collaborazione, come quelle con Cosmo o Anna Tatangelo.

Più o meno tutto il resto d’Italia, compreso chi sta a anni luce di distanza da tutto questo, lo ha conosciuto per il Sanremo di quest’anno, dove si è presentato con l’ormai celeberrima “Rolls Royce”, che a prescindere dalle assurde polemiche che l’hanno accompagnata (niente più che una messa in mezzo, in una guerra tra bande tra Sanremo e Striscia) è destinata a diventare una delle canzoni che rimarranno di questa edizione. Un pezzo di culto, un divertissement scritto probabilmente in una singola take, che messo in quel contesto è diventato una performance, puro gesto, un elemento di rottura.

"Rolls Royce" è anche il pezzo che apre questo 1969, quinto lavoro di studio di Lauro in soli sei anni. Ed è ascoltando in sequenza anche la seconda canzone del disco, “C’est la vie”, che il progetto-“Rolls Royce” acquisisce un nuovo livello di senso: “C’est la vie” è una ballata classica e triste, riflessiva, un pezzo molto più canonicamente sanremese (in primis nell’arrangiamento con tanto di archi), che sicuramente avrebbe dato tutto un altro sapore alla partecipazione di Achille al Festival. Il fatto che un brano del genere sia messo lì, subito dopo quello che è stato invece l’oggetto non identificato effettivamente lanciato su Sanremo, prende le sfumature di uno sberleffo, di uno dei tanti capitoli di quello che si può a tutti gli effetti considerare uno dei discorsi artistici più maturi e sfaccettati portati avanti da un rapper italiano negli ultimi anni.

achille lauro 1969
La copertina di 1969 di Achille Lauro, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Il disco è breve, dritto al punto, senza lungaggini: dieci pezzi per mezz’ora. A seguire le prime due tracce arriva “Cadillac”, già nel titolo una sorta di “Rolls Royce” parte due, anch’essa basata su un riff rock'n'roll e legata a quel tipo di immaginario. “Je t’aime”, con il featuring di Coez, è un buon esempio di quel tipo di cantautorato-barra-pop-barra-rap-barra-elettronico che Achille sta abbracciando man mano che si allontana dal rap classico, più vicina a un’atmosfera da club della scura “Zucchero”, che ne rappresenta una sorta di altro lato della medaglia. La title track, uno dei momenti più sereni del disco, è una divertita e trascinante dedica alla madre che ricorda certi momenti del Vasco più caciarone. È notevole anche “Roma”, con uno dei testi migliori del disco. Se “Sexy Ugly” si inserisce di nuovo nel solco dei brani dall’atmosfera più scura e elettronica, la successiva “Delinquente” va annoverata invece nel filone dell’album più allegro e rock and roll, direi anzi wave nel suo ricordare la “Dancing With Myself” di Billy Idol, da sempre un riferimento di Achille (esplicitato nel titolo del suo album del 2014). La chiusura è affidata a “Scusa”, probabilmente il pezzo più raffinato e profondo dell’album sia per la produzione che per il testo.

Nel parlare di questo lavoro va detto soprattutto che sono tutte buone canzoni, quasi ognuna a suo modo una potenziale hit candidata al successo radiofonico. Cercando un minimo comune denominatore sono tutte caratterizzate dalla scrittura molto Bret Easton Ellis-iana di Achille, che procede per elencazioni e trabocca di citazioni di marchi e icone della cultura pop (caratteristica estremizzata in “Sexy Ugly”), e da un vero valore aggiunto: la freschissima produzione di quel talento che è Boss Doms. Sarebbe ormai limitante circoscrivere il loro sodalizio semplicemente al genere del rap, visto che quello è soltanto un linguaggio tra i tanti, un punto di partenza in un discorso più ampio.

achille lauro c'est la vie
Uno screenshot dal video di "C'est la vie" di Achille Lauro, cliccaci sopra per guardarlo su YouTube.

Va sottolineato infatti che 1969 ha tutta l’aria di essere “solo” un altro capitolo di una storia in pieno divenire che fa della poliedricità uno dei suoi principali punti di forza. Achille lo ha già dimostrato almeno da un paio di dischi a questa parte andando a toccare vari generi in assoluta libertà, rielaborando influenze e tentando un discorso artistico diverso e personale, lontano dai cliché, dalle regole e dagli stilemi di una presunta scena “trap” che forse non è mai esistita e da cui Achille prima e meglio di tutti ha cominciato a prendere le distanze.

1969 afferma definitivamente Achille come il più "artista" e, se vogliamo, il più "sperimentale" del gruppo (che non è mai esistito, ma ci siamo capiti). Il vero alieno di una “scena” di cui è comunque, volente o nolente, uno dei personaggi di spicco. Ecco, che questo sia merito della sua personalità, dei suoi ascolti, di Boss Doms, di tutte queste cose e chissà di quante altre, non importa. Credo che nessuno tra quelli delle prime categorie citate nell’apertura di questa recensione, quelli che hanno scoperto Achille Lauro per primi, si sarebbe mai aspettato all’epoca proprio da lui un’evoluzione e un percorso del genere. Altri punti per Achille.

Federico è su Instagram.

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