Tutte le foto di Stefano Bizzarri.

Nella città italiana più colpita dalla crisi

A un mese dalle elezioni politiche siamo stati a Prato, la città italiana che ha perso più punti percentuali sul reddito dal 2007.

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21 febbraio 2018, 7:06am

Tutte le foto di Stefano Bizzarri.

Quando il concetto di crisi economica ha cominciato a farsi largo nel tessuto connettivo italiano, dopo il 2007, a me ha fatto lo stesso effetto di una caramella già ciucciata. Perché mentre gran parte del paese si trovava nel Getsemani del berlusconismo, a Prato, dove ci sono la casa e l'azienda tessile di mio padre, non si parlava d'altro. A volte scherzo amaramente con mio fratello, dicendo che gli imprenditori pratesi hanno cominciato a parlare di recessione subito dopo che Roosevelt ha firmato il New Deal.

La crisi era, ed è—giustamente—un'ossessione: con una perdita di sei punti percentuali sul reddito rispetto alla media italiana di -1,32, Prato è la città più colpita dalla recessione. Una recessione che ha quasi completamente dilaniato uno dei settori manifatturieri più importanti d'Italia, quello tessile.

Ma l'analisi sul reddito non basta, di per sé, a spiegare perché Prato ha così tanta rilevanza in un articolo che cerca di annusare le tendenze di voto in vista delle politiche: per metterla in modo lapidario, negli ultimi 18 anni Prato è stata una specie di laboratorio economico, sociale e politico.

"Quello che è successo a Prato dal 2000 a oggi è una sorta di breviario di come si evolvono le cose nella globalizzazione. Ha anticipato tendenze e situazioni che poi si sono verificate in tutto il paese e in buona parte del continente." A spiegarmelo è Edoardo Nesi, scrittore, politico ed ex imprenditore tessile che forse più di ogni altro ha raccontato cosa sia avvenuto a Prato negli ultimi due decenni. Ha vinto il Premio Strega nel 2011 con Storia della mia gente, in cui racconta il disfacimento industriale che l'ha portato, nel 2004, a vendere l'azienda che la sua famiglia possedeva da tre generazioni. E lo scorso anno, insieme a Guido Maria Brera, ha pubblicato Tutto è in frantumi e danza, in cui si ripercorrono gli ultimi 20 anni di globalizzazione e crisi economica.

Prato è stata la prima provincia italiana a subire l'influsso di una doppia globalizzazione, interna ed esterna. Mentre sul mercato globale si affermavano i tessuti prodotti a costo quasi azzerato in paesi del terzo mondo, qui nasceva e si moltiplicava velocemente un'enorme comunità cinese, che con il tempo ha permeato gran parte della filiera industriale (nel 2012 Prato è stata indicata come la città italiana con la più alta percentuale di popolazione immigrata sulla popolazione residente, pari al 15,4 percento). E la città ha manifestato con largo anticipo quanto possa essere farraginoso e lento il processo di integrazione nel nostro paese, soprattutto a causa del contrasto con l'illegalità. L'aggravarsi della crisi, poi, ha evidenziato non soltanto gli effetti insufficienti della politica italiana, ma anche l'esistenza di dinamiche sovranazionali impossibili da arginare. Ben prima che l'avvento del governo Monti inserisse nel quotidiano degli italiani termini come "spread" e "troika" a Prato si discuteva delle condizioni con cui la Cina era entrata a far parte del WTO nel 2001.

Per questo motivo, ho passato le ultime settimane a cercare di capire qual è l'aria politica che si respira a Prato. Confrontandomi, tra gli altri, con industriali, attivisti, esercenti e membri della comunità cinese.

Innanzitutto, è impossibile cercare di delineare la situazione attuale senza dare un minimo spaccato di cosa rappresentasse politicamente ed economicamente la città prima della globalizzazione. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi, Prato era uno di quei baricentri virtuosi che dimostravano come potesse progredire il modello del distretto industriale sotto l'influsso di un'amministrazione comunista. Il sistema che ha reso celebre l'economia florida di molte città emiliane.

Prato infatti è sempre stata una città profondamente di sinistra: alle elezioni comunali del 1946 il PCI prese il 40,06 percento, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria il 23,40, e la DC il 29,87. E da allora fino al 1995 ogni singolo sindaco di Prato è stato esponente del PCI.

Di pari passo con la forte identificazione politica, andava lo sviluppo economico. Ricostruendo l'industria tessile dopo che i nazisti avevano fatto saltare quasi tutti i capannoni e i telai, i pratesi avevano nel tempo creato una filiera frazionata che consentiva un tipo di capitalismo estremamente inclusivo. Filature, tessiture, lanifici, rifinizioni, tintorie, carbonizzi: gli ambiti di sviluppo in cui la popolazione poteva percorrere l'ascensore sociale con la buona volontà erano infiniti, e si prestavano a un mercato che non aveva confini. "A Prato chi voleva lavorare faceva i soldi," è un mantra che mia nonna mi ha ripetuto per decenni.

Il contratto sociale si poteva quasi toccare con mano, e gli impannatori che in pochi anni trasformavano la loro condizione facevano il dito medio al tokenismo economico, in una città che si è sempre piccata di aver assorbito nel migliore dei modi le migrazioni dal sud Italia e poi dai Balcani rappresentando un modello di integrazione e tolleranza.

Con l'inizio della crisi, però, Prato ha subito trasformazioni politiche (costruite anche e soprattutto sui contrasti sociali) che dalla sinistra profonda e poi democratica l'hanno portata prima verso il centro-destra (anticipando di quasi dieci anni realtà storicamente rosse come la vicina Pistoia) e poi verso il renzismo. Nel 2009 vince il berlusconiano Roberto Cenni, e nel 2014 diventa sindaco Matteo Biffoni, uno dei fedeli di Renzi. Prato, insomma, si è votata a diverse parrocchie nel corso degli ultimi anni, e ha sempre riposto una certa fiducia—almeno in termini di espressioni elettorali—in esse. Le presenze alle urne sono sempre state buone, con una media di affluenza del 72 percento alle comunali, e dell'80 percento alle politiche, e al referendum del 2016 vinse il Sì, con una percentuale del 55 percento e un'affluenza del 74,22. Nonostante la fiducia e la partecipazione, però, la situazione ha continuato a peggiorare.

"La classe media è stata completamente spazzata via, e non recentemente," sostiene Ignazio, un esercente che ha un negozio di abbigliamento proprio all'entrata di piazza del Duomo. "Noi personalmente siamo una piccola realtà, e avevamo una clientela media. Lavoratori che avevano il loro stipendio e potevano permettersi di comprare un prodotto di buona qualità. Negli ultimi anni siamo stati obbligati ad alzare il target della nostra merce, per cercare di attirare quella fascia alta che prima si rivolgeva al lusso, e adesso sta scendendo."

Secondo altre persone con cui ho parlato, anche la partecipazione potrebbe essere destinata a scendere. "Una parte consistente di Prato vive ormai nel disinteresse politico," mi ha detto Umberto, 28 anni. "Ci sono problemi reali e pressanti che la politica non è mai stata in grado, in tutte le sue declinazioni, di affrontare. Il pratese medio, che ha un forte senso del lavoro e della coesione sociale, spesso in passato si è affidato all'allineamento per cercare di reagire. Per questo sono state fatte delle scelte di campo alterne: per cercare di smuovere la situazione. Ma quella che vedo, ormai, è una città politicamente addormentata."

In tutto questo, poi, c'è la realtà disastrosa degli imprenditori tessili, il cui malcontento può rivestire ovviamente un ruolo fondamentale nelle dinamiche politiche. Specialmente nella misura in cui si contrappongono alle storiche tendenze di sinistra, alla ricerca di alternative. Nel 2016 i dati sul ritmo dei fallimenti aziendali parlavano di un piano inclinato: chiudeva un'azienda italiana ogni due giorni. Percorrendo il Macrolotto, l'enorme area industriale suddivisa in tre settori, è veramente difficile riconoscere ormai le aziende italiane fra i capannoni in cui lavorano i cinesi.

Io appartengo all'ultima generazione che ha assistito al benessere economico generale di Prato. L'azienda di mio padre resiste con molte difficoltà ancora oggi, e conosco bene gli umori che si respirano fra gli imprenditori che tentano di mandare avanti l'attività. Perché sono i miei vicini di casa, gli amici di mio padre, le stesse persone con cui andavo in vacanza da piccolo. Nelle ultime settimane, ho parlato anche con molti di loro.

Il focus principale è ovviamente quello sull'influsso della comunità cinese nell'economia della filiera, e sulla convinzione dell'insostenibilità di un modello imprenditoriale all'inizio vissuto come una risorsa.

Gli imprenditori italiani lamentano un ribasso sleale dei prezzi basato su questioni (clandestinità e conseguente sfruttamento del lavoro) che non sono mai state affrontate veramente, e che sembrano sistemiche. Una differenza di trattamento nei controlli sul rispetto delle norme, nella pressione fiscale, e perfino nella concessione dei prestiti da parte delle banche locali. Una scarsa attenzione a come entrano le materie prime non certificate che impediscono alle aziende italiane di lavorare. E in generale un clima di fastidio per l'essere tacciati di razzismo, chiedendosi cosa c'entri con la tolleranza e l'accoglienza il non voler affrontare una realtà in cui ci sono degli esseri umani invisibili che lavorano 16 ore al giorno, sottopagati, e che dormono in piccoli loculi ricavati nei capannoni, in un clima insalubre, senza nessun tipo di garanzie sanitarie e sociali.

Quando ho obiettato a mio padre che spesso sono gli italiani ad affittare i capannoni ai cinesi—in quelle determinate condizioni che poi hanno portato al rogo umano del 2013—mi ha risposto che è vero, ma che nessuno al di fuori dell'industria si è fatto la domanda successiva. "Come fa, e che tipo di interesse ha un imprenditore cinese nel fare un'offerta di affitto per un capannone ad un prezzo cinque volte superiore a quello a cui potrebbe affittarlo in altre aree limitrofe e collegate, come Montemurlo? Il sospetto che ci siano dinamiche di interesse nel voler rimanere entro una certa area, è normale che nasca. È ovvio che ci sia una parte di italiani che lucra sulla comunità cinese, ma in generale come fa un ex imprenditore che non ha più modo di lavorare a rifiutare un prezzo del genere? Sono tutte questioni che non sono mai state chiarite da chi parlava di integrazione."

È palese, insomma, che la frammentazione politica fra chi rimane fedele alla storia della città e si avvia a sostenere i partiti di centro-sinistra e sinistra, e chi invece invoca delle soluzioni politiche alternative nella speranza che la depressione economica cambi vettore, in buona parte passa da qui. Così ho cercato di capire meglio come sta reagendo attualmente Prato alla questione dell'integrazione.

Stefano Jiang è stato uno dei primi cinesi arrivati a Prato. Ha 42 anni, ed è qui dal 1990. È un membro attivo della comunità, e da tempo si adopera per fare da collante con la realtà italiana. Lo incontro in via Pistoiese, il quartiere commerciale della comunità, che lambisce il centro della città. Quella che da molti giornali è stata nel tempo definita "la Chinatown di Prato".

"La comunità cinese ha sempre avuto i suoi problemi e i suoi contrasti, come è normale per una realtà che è sul territorio solo da 20 anni. Le prime generazioni di cinesi arrivati qui non si sono preoccupate molto di integrarsi: il loro principale obiettivo era quello di lavorare e prosperare economicamente. Ma va detto che esiste anche il problema inverso: le seconde generazioni di cinesi, a tutti gli effetti cittadini italiani, non vengono riconosciuti in quanto tali da molti pratesi. Viviamo una condizione di scollamento. Un po' perché storicamente i cinesi sono abituati a creare un clima di forte coesione coi connazionali, e un po' perché appunto i presupposti di integrazione dall'altro versante della società pratese non sono stati sempre buoni. La situazione, insomma, nel recente passato non è cambiata più di tanto."

In questo clima di stasi sociale, la paura che determinate frange politiche che brucano sull'incompatibilità etnica siano in ascesa è reale. "Prato come sappiamo tutti è sempre stata una città politicamente orientata a sinistra, e devo dire che molti ragazzi delle seconde generazioni hanno partecipato alle elezioni dell'ultima amministrazione comunale come elettori. Ma le tensioni—dovute anche a incomprensioni sul reale impatto della comunità cinese sulla crisi del tessile, che secondo molti membri della comunità è dovuta principalmente alla globalizzazione esterna—ci sono, e in questo clima è normale avere paura che crescano le tendenze di voto contro l'immigrazione. C'è, si sente, e ne parliamo spesso fra di noi. L'unica soluzione possibile a questo problema, è sperare nelle seconde e nelle terze generazioni di cinesi-pratesi, che secondo me saranno un ponte comunicativo fondamentale. Così si risolveranno anche i problemi legati all'illegalità e al non rispetto delle regole economiche e di convivenza."

Ma in questo contesto, quali sono e come se la stanno passando le associazioni che si occupano dell'integrazione? Stefano mi porta al Circolo Arci Eugenio Curiel, che si trova in via Filzi, la parallela di via Pistoiese. Qui alcuni organi, fra cui l'Associazione Futuro e Domani, portano avanti progetti mirati a creare un'osmosi e una sinergia con la comunità cinese. Giovanni Moschiti ne è il coordinatore e il portavoce.

"Il modello proposto da Cenni, fatto a parole di controlli a tappeto e legalità forzosa, che risultato ha avuto? Non è cambiato niente. È la cultura il mezzo attraverso il quale la città può migliorare la propria condizione. La scolarizzazione dei giovani cinesi, da questo punto di vista, è fondamentale. Le nostre associazioni promuovono da tempo un servizio di doposcuola per centinaia di bambini. Per aiutarli a padroneggiare la lingua, visto che spesso tornano a casa e parlano solo cinese. Poi organizziamo degli eventi per coinvolgere i cittadini cinesi nella vita della comunità: qualche mese fa abbiamo portato in strada più di 200 persone, per spazzare insieme le strade del quartiere e renderlo più pulito. L'amministrazione attuale è pienamente cosciente di queste priorità."

Secondo Moschiti, l'elezione di Biffoni rappresenta un riequilibrio nelle dinamiche politiche di Prato. "Per come la vedo io, la fase di intermezzo dell'indignazione e del malcontento in buona parte è già passata, assorbita dal fallimento dell'amministrazione eletta nel 2009. Sono fiducioso riguardo al fatto che la maggior parte dei pratesi ha ben chiara la direzione che va presa per l'integrazione e il benessere di Prato. E che questo poi si vedrà anche in ottica politica. È la storia della nostra città."

Ma se è obiettivamente vero che la città rappresenterà sempre un forte apporto alla sinistra italiana (con un'ottica particolare alla corrente renziana verrebbe da pensare, viste le elezioni comunali e il referendum del 2016), molte persone con cui ho parlato nell'ultimo mese non sono così convinte che i passaggi di campo si siano riequilibrati. Soprattutto fra chi la Prato del benessere non l'ha mai vissuta.

"Fra i giovani pratesi esiste una scissione politica forte e netta," mi dice Kiedisa, 19 anni. "Il fazionismo fra chi è nettamente di sinistra e chi è nettamente di destra—senza indecisioni o vie di mezzo—si nota palesemente. E, in vista del 4 marzo, credo che la seconda parte possa rappresentare una tendenza di voto significativa."

"Assolutamente di destra," ad esempio, si dichiara Marco. Che ha 28 anni, è un chimico tintore che lavora nel tessile, e che incontro nel pieno centro di Prato. "Se qua non ci fosse una cultura estremamente radicata a sinistra, ottenuta tramite un indottrinamento, le tendenze politiche generali sarebbero differenti. Perché la gente è stufa."

In questa ottica di disallineamento di una parte della città, insomma, è sempre l'asse politica tradizionale fra destra e sinistra a venire percorsa. Il M5S non lo nomina quasi mai nessuno, e se sono io a introdurre l'argomento, tutti negano che abbia qualche possibilità di fare risultato a Prato il 4 marzo.

"Vedi," mi ha detto Edoardo Nesi durante la nostra conversazione, "Prato è una città che da sempre dà importanza alla competenza delle persone. Non ha mai creduto nel pressappochismo. Per questo il M5S non ha mai attecchito, nonostante la situazione difficile. Roberto Cenni, ad esempio, pur non essendo mai stato un politico, venne eletto perché aveva una storia di successo imprenditoriale da poter vantare."

Queste opinioni e sensazioni sono confermate dai dati. Sebbene alle elezioni politiche del 2013, in piena spinta grillina, il M5S ottenne il parimerito con la coalizione di centrodestra per il secondo posto (circa il 21 percento), alle comunali dell'anno successivo racimolò appena il 9,12 percento dei voti.

Ma se l'alternativa alla sinistra sono solo i partiti di destra, quale fra questi è in maggiore ascesa? Secondo Alessandro, 25 anni, in questo caso un fattore fondamentale da considerare può essere quello che citavo all'inizio dell'articolo: la piena consapevolezza dei pratesi riguardo al fatto che la politica nazionale è stata impotente di fronte a dinamiche extra-italiane.

"Berlusconi è sempre stato un politico stimato in quella frangia di pratesi che non votavano a sinistra. Ma in questi anni ci sono stati diversi fattori che hanno inciso, secondo me, nel farlo un po' decadere. In un'ottica come quella della parte politica di Prato che mal sopporta la situazione economica e non crede nell'integrazione come unico mezzo per la frenata della crisi, i partiti che predicano politiche nazionali più protettive per l'economia e meno tolleranza per l'immigrazione possono crescere." In parole povere, secondo Alessandro, sarà la Lega a crescere nelle preferenze destrorse locali.

Gli ultimi dati politici dalla Lega a Prato, in realtà, sono impietosi. Alle comunali del 2009—l'anno della vittoria del centrodestra—ottenne appena il 5 percento di preferenze nella coalizione. E le elezioni successive andarono ancora peggio: 0,80 percento alle politiche del 2013, e 1,21 alle comunali del 2014.

Anche Edoardo Nesi si è detto tutto sommato scettico sulle reali possibilità di crescita della Lega a Prato. "La nostra è una storia di grande tolleranza." Ma ha anche aggiunto che la crescita della Lega di Salvini a livello nazionale è sotto gli occhi di tutti. "Salvini, purtroppo aggiungerei, ha riesumato la Lega in un momento in cui ormai era un partito finito. E c'è da tenere presente che in un periodo storico come questo, con un impoverimento così palese, le idee nostalgiche riguardo a un passato di grande benessere possono realmente essere una spinta, come con Trump."

In definitiva, dopo due settimane passate a Prato, mi sento di dire che la città continua a essere un laboratorio sociale ed economico per il paese. Lasciata a macerare per quasi due decenni in un clima asfissiante, che in parte ha rimesso in discussione l'assetto politico e sociale, il futuro prossimo di Prato può rispondere a una domanda pressante: quanto e come siamo disposti, in Italia, a riconsiderare il ruolo della cultura nelle dinamiche di osmosi sociale? Quanto tempo ci vuole per attuare una reale integrazione nel tessuto economico di una comunità straniera? E quanto sono in grado quelli che si prodigano per realizzarla di spiegare che non ci sono alternative a chi già si sta abbandonando alla retorica del "si stava meglio quando si stava meglio"?

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