Cannabis

Tutto quello che volevi sapere sulla cannabis light italiana, spiegato dal suo creatore

EasyJoint è finito un po' sulla bocca di tutti. Con Luca Marola abbiamo parlato di ordinazioni ingestibili, critiche e dibattiti politici.

di Vincenzo Ligresti
20 giugno 2017, 6:00am

Tutte le foto dell'autore.

Da quando circa cinque settimane fa è uscita la notizia del lancio della "Cannabis legale che rilassa ma non sballa," l'attenzione e gli articoli sul tema hanno continuato a crescere. Il prodotto al centro di tutto ciò si chiama EasyJoint, ne sono già uscite due varietà, e ho capito davvero la portata della questione solo quando mia madre mi ha chiesto di provare "quest'erba" quando tornerò a casa per l'estate (nel frattempo in ufficio ci siamo portati avanti e l'abbiamo testata in un articolo e un Facebook live).

Uno dei maggiori promotori del progetto è Luca Marola, proprietario dal 2002 di un grow shop a Parma e convinto antiproibizionista. Mi era capitato di incrocialo durante un suo corso per l'autocoltivazione della cannabis a Milano, anche se in quel caso non c'eravamo presi molto—soprattutto perché faccio schifo col giardinaggio. Settimana scorsa, dopo la pubblicazione di una sua intervista e il dibattito generatosi su alcune comunità di settore, ho deciso di ricontattarlo per un bilancio della loro iniziativa.

"L'idea di EasyJoint è nata all'inizio del 2017 prendendo spunto dalla nuova normativa sulla cannabis industriale approvata a inizio anno dal parlamento," mi spiega Marola. "Nella normativa non veniva citato il termine infiorescenza, per cui c'era questa sorta di vuoto—e noi per segnalarlo, prima dei decreti attuativi di quest'estate, abbiamo deciso di lanciare il progetto. Che, intendiamoci, si basa su quello che già esisteva in commercio, in natura e in Italia, però senza troppo clamore mediatico e interesse da parte dell'opinione pubblica."

Qui sotto trovate il resto della nostra chiacchierata su ordinazioni ingestibili, critiche e dibattiti politici fermi come le convinzioni di Giovanardi.

Una delle varietà proposte da EasyJoint.

VICE: Nei primi giorni avete avuto un ordine online ogni trenta secondi, tanto che poco dopo avete dovuto smettere di accettarne di nuovi e chiudere lo shop del sito. Ti aspettavi che l'iniziativa potesse riscuotere così tanto successo?
Luca Marola: Che l'iniziativa avrebbe avuto successo lo immaginavamo, però non avrei mai pensato con un'intensità così clamorosa. Sto nel settore della canapa in Italia da abbastanza tempo per riuscire a percepire quando un concetto inizia a diventare sdoganato, e la canapa è sdoganata. Ormai sono due anni che giornali e riviste di apprendimento—ok, voi da più tempo—descrivono le caratteristiche e le proprietà benefiche della canapa. Si è usciti dal tabù della droga che porta a morte certa ormai da parecchio tempo, e siamo in una nuova era, perché anche le evidenze scientifiche e sociali, soprattutto nei posti in cui la cannabis è legale, dimostrano che non è un "mostro".

Noi siamo stati un po' dei coglioni, perché nonostante il martedì mattina [ 16 maggio] fosse uscito il primo articolo sulla nostra iniziativa e notassimo molto traffico sul sito, abbiamo comunque deciso di aprire la vendita online. Abbiamo potuto tenerla attiva solo per 20 ore. Poi abbiamo chiuso per gestire gli ordini arrivati e pensato che sarebbe stato più opportuno distribuire il prodotto nei vari grow shop italiani. Col senno di poi, forse avremmo dovuto aspettare a completare la strutturazione del servizio.

Infatti io ho preso la prima varietà, l'Eletta campana, proprio in un grow shop. Provando la vostra "Cannabis Light", però, mi è sembrato che si bruci troppo in fretta e che ci siano troppi semi, un aspetto notato anche da altri. Non si poteva fare diversamente?
Giusta osservazione. No, non si poteva fare di meglio nel momento in cui siamo partiti, perché abbiamo iniziato a lavorare in un periodo dell'anno un po' sfigato per quanto riguarda la coltivazione della canapa. La canapa è una pianta annuale che si semina a marzo/aprile e si raccoglie tra agosto e ottobre a seconda delle abitudini. Quindi abbiamo dovuto lavorare sul fiore già esistente, immagazzinato e stoccato dai produttori italiani.

Nessun produttore si è mai sognato di coltivare la canapa diversamente perché per la sua destinazione finale che il fiore presenti o meno semi non ha importanza. In generale nella produzione industriale—finalizzata all'estrazione della fibra della pianta—l'infiorescenza è un errore di coltivazione, un prodotto di scarto. Quindi abbiamo lavorato non tanto sul seme, che era già un elemento comune a tutti gli stock di magazzino, ma sui principi attivi e le caratteristiche organolettiche e di cannabinoidi presenti nelle varietà.

In pratica in un futuro prossimo diminuirete la quantità di semi?
Già adesso stiamo lavorando a una linea di infiorescenze senza seme. E a breve usciremo con una terza varietà con un contenuto di semi molto inferiore rispetto alle altre due, con una genetica che produce poco seme, ha un tenore di CBD addirittura superiore alla Eletta Campana e contiene anche quantitativi molto interessanti di cannabigerolo (CBG). E poi prima di settembre usciremo con altre due varietà che vanno incontro alle richieste e alle critiche di chi si è interessato a EasyJoint.

A proposito di critiche, come risponderesti a chi sostiene che la vostra sia stata solo un'operazione di marketing studiata a tavolino, dato che "cose simili esistevano già"?
Non mi va di battibeccare con chi magari aveva altri interessi o voleva lanciare un prodotto simile ma non è stato capace di farlo. Piuttosto preferisco parlare di risultati: in questo momento ci sono già 100 shop specializzati che distribuiscono il nostro prodotto.

Non credo nemmeno che "l'operazione di marketing" sia stata pompata dai giornali, perché prima che arrivasse la stampa abbiamo caricato sito e pagina Facebook—strumenti necessari per presentare e lanciare il nostro prodotto alla fiera internazionale sulla Indica sativa a Bologna [ 12-13-14 maggio]. Una volta montato lo stand lì, già alla sera del primo giorno l'argomento più discusso dagli operatori del settore era il lancio commerciale di EasyJoint, al punto che il nostro team ha deciso di iscriverlo al concorso per il prodotto innovativo dell'anno. Quindi un battesimo popolare c'è stato prima dell'inizio della presenza mediatica.

Diciamo che a livello commerciale siete stati più bravi voi. Però hai detto più volte che per te in realtà il prodotto rappresenta più una lotta politica che altro. Potresti spiegarti meglio?
Dietro a EasyJoint c'è un progetto di alfabetizzazione, normalizzazione e attivismo politico. Per quanto riguarda l'alfabetizzazione, cerchiamo di sfruttare la visibilità ottenuta per veicolare e rendere popolari concetti, temi, ricerche che fino a oggi erano appannaggio degli addetti ai lavori. Molte persone che avevano già sentito parlare del cannabidiolo magari non sapevano che è un "principio legale" e rilassa. O per esempio qualcuno inizia a venire a conoscenza dei terpeni—ovvero gli aromi e i profumi della cannabis—e dei suoi utilizzi terapeutici. Sono concetti che stiamo poco a poco cercando di popolarizzare.

Se passiamo alla normalizzazione, l'obiettivo era anche fare in modo che la cannabis—quella consentita ad oggi dalla legge—circolasse molto di più. Si arriva a legalizzare quando l'opinione pubblica è in via maggioritaria a favore. Se tu fai vedere, toccare cos'è la cannabis—ovvero una pianta—allora è più facile scalfire decenni di propaganda proibizionista.

E qui entra in gioco l'aspetto politico, a sua volta legato ancora all'aspetto commerciale. Se noi fossimo stati interessati esclusivamente a un'operazione di marketing per poi guadagnarci avremmo tenuto aperto solo lo shop online, senza affidarci ai grown shop, a degli intermediari. Ma a noi serve diffondere l'idea di antiprobizionismo e destinare anche parte dei proventi a iniziative valide in tal senso.

Ti riferisci anche alle iniziative di autocoltivazione?
Ai Radical Cannabis club, sì. I giornalisti che vengono vedono le facce delle persone che si apprestano "a commettere un atto criminale" in contrapposizione alle lobby della cannabis illegale, alle mafie, alle piazze dello spaccio. Questi ultimi sono fenomeni che esistono e a quanto pare sembrano tollerati in una certa misura. Noi che insegniamo a coltivare, invece, siamo quelli che rischiano di essere indagati per favoreggiamento alla produzione di stupefacenti o per istigazione all'uso di droga.

Tu stesso in passato hai avuto problemi con la legge?
Nel 2009 è stata aperta un'inchiesta sul territorio nazionale su 64 grow shop italiani. La maggior parte dei miei colleghi non è andata nemmeno a processo, qualcuno è stato assolto in primo grado. Siamo stati condannati in primo grado in tre, io per istigazione all'uso di droga con pena sospesa e neanche una registrazione sulla fedina penale. Però, per principio, volevo l'assoluzione. E quindi ho fatto ricorso, sono andato in appello, e sono stato assolto. Molti non capivano neanche perché mi appellassi, però sarebbe rimasto un caso. I magistrati in futuro avrebbero potuto avere un precedente dal quale attingere. Così ad oggi i negozi che vendono semi non fanno istigazione.

Un dettaglio della questione semi e rami.

Adesso che è passato un po' di tempo, mi dici quali sono state le reazioni degli acquirenti a EasyJoint?
Più che reazioni, direi domande sul prodotto. Per esempio, "Perché non è tritato?". Per tre motivi: il primo è che ci interessa far conoscere la cima della pianta; il secondo, è una decisione di onestà intellettuale, perché se ci sono semi e rami si deve sapere; il terzo perché se si conserva da tritata per un po' si spezzano i terpeni. Poi ci chiedono se si può guidare dopo aver fumato, domanda a cui rispondiamo positivamente perché non ha effetti psicotropi. Ancora, se si può fare il test delle urine, e anche in questo caso rispondiamo di sì, perché il tutto è tarato entro i limiti legali e percentuali così basse non vengono percepite.

Ti sei fatto, invece, un'idea della clientela che compra il prodotto?
Il pubblico è largamente variegato: abbiamo la grande categoria dei curiosi, gli antiproibizionisti che "sto comprando un pezzetto di legalizzazione," quelli che usano il prodotto per lievi disturbi di insonnia o lievi forme di stati d'ansia. Poi c'è una categoria a cui non avevo pensato prima: i giovani degli anni Ottanta, quelli che dicono che rispetto a trent'anni fa la cannabis illegale di adesso ha livelli di THC molto più alti.

Di questo passo, secondo te tra quanto tempo verrà legalizzata la cannabis in Italia?
Io la butto lì: sette-dieci anni.

Ah, non ti facevo così ottimista.
Spero di essere realista. In questa legislatura non accadrà, nella prossima potrebbe accadere, e se non sarà nella prossima sarà sicuramente in quella dopo. Questo per diversi fattori. Il Canada, un paese del G7, legalizzerà la cannabis per via governativa a luglio del 2018. Tra due o tre anni arriveranno i bilanci ufficiali dei paesi che l'hanno legalizzata da poco, come la California, il Massachusetts, il Maine, il Nevada. E di fronte a questi dati—che saranno comunque in linea con quanto già sta accadendo in stati come Colorado, Oregon, Washington, e tra poco in Alaska—il processo di legalizzazione sarà incontrovertibile anche in Italia.

Per adesso dobbiamo tenerci il ministro della Salute Lorenzin che dice che con lei non verrà mai legalizzata perché è una mamma. Ecco, una cosa del genere tra qualche anno dall'opinione pubblica verrà recepita per quello che è adesso: cioè una cavolata. Sulla cannabis siamo ancora al pregiudizio ideologico, se si chiede a un funzionario se sa dei risultati ottenuti in Colorado dalla sperimentazione probabilmente non ti saprà dire che il consumo minorile è diminuito.