Recensione: Kamelot - The Shadow Theory

Per una band che ha dato e detto tanto, i Kamelot si sono macchiati del crimine peggiore: un album assolutamente insipido e trascurabile.
12.4.18

Gli anni in cui i Kamelot padroneggiavano perfettamente l’equilibrio tra il power metal più canterino e autoindulgente e gli arrangiamenti pomposi da finta orchestra sono passati da un po’, tanto che persino i video con il fermo immagine su YouTube caricati dai fan oggi sono poco più di un reperto archeologico. Eppure Karma (2001), Epica (2003) e The Black Halo (2005) sono ancora tre dei migliori album power di sempre, figli di una band in stato di evidente grazia.

Pubblicità

Oggi di quella band rimane il solo chitarrista e fondatore Thomas Youngblood, visto che è recente la notizia dell’abbandono anche dello storico batterista Casey Grillo, ma nonostante le avversità il gruppo riesce a tagliare il traguardo nientemeno che del dodicesimo album in studio, il secondo su Napalm Records, ossia una delle quasi-major del mondo estremo. Problema: via via che il buon Tommaso Sanguegiovane porta avanti la sua creatura, ne sposta anche il baricentro verso le orchestrazioni pompose, l’iperproduzione e i fronzoli moderni che affliggono il metallo facile. Così The Shadow Theory viene presentato come un album che offre addirittura “inserti industrial”, quando in realtà si tratta di effettucci appiccicati là che molto (troppo) poco aggiungono ad un sound già più che distintivo e che certo non necessitava di ulteriori specificazioni.

Ora potrei partire con una filippica infinita sull’opportunità artistica di voler evolvere a tutti i costi piuttosto che portare avanti una formula vincente, scrivere quattromila battute su quanto raro sia trovare (soprattutto nel metal) gruppi in grado di sviluppare un discorso coerente e rilevante allontanandosi dal seminato, ma non lo farò. Mi limiterò a dire che il nuovo album dei Kamelot, pieno di tastierone, di archi, di effetti, di post-produzione e pure di coretti per bambini (“Burns To Embrace”) che manco gli ultimi In Flames - no, vabbè, non è vero, gli In Flames hanno fatto di peggio - manca di una cosa importantissima in un album power metal: di canzoni. Tutto scorre, tutto fila via liscio, ma alla fine non rimane niente. Nessuno spunto, nessun picco, nessun momento in cui mi ritrovo a canticchiare come un pirla senza accorgermene.

Pubblicità

Forse il risultato peggiore per una band che ha dato e detto tanto, i Kamelot hanno pubblicato un album assolutamente insipido e trascurabile, un elettroencefalogramma piatto che sa di compitino da onesti mestieranti e niente più. Va bene che le hit non si trovano al mercato, ma stiamo parlando di un gruppo che riusciva a rendere accettabili anche i video più orrendi e pacchiani dell’universo tratti da album sottotono, tanto la materia prima era semplicemente superiore. Ed ora, nonostante Tommy Karevik riesca a non far rimpiangere eccessivamente l’ugola di Roy Khan, mi tocca ascoltare quasi un’ora di power metal senza nemmeno un pezzo da starnazzare sotto la doccia lavandomi le ascelle, preda della più grigia indifferenza.

The Shadow Theory è uscito il 6 aprile per Napalm.

Ascolta The Shadow Theory su Spotify:

TRACKLIST:
01. The Mission
02. Phantom Divine (Shadow Empire)
03. RavenLight
04. Amnesiac
05. Burns To Embrace
06. In Twilight Hours
07. Kevlar Skin
08. Static
09. MindFall Remedy
10. Stories Unheard
11. Vespertine (My Crimson Bride)
12. The Proud and The Broken
13. Ministrium (Shadow Key)