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Carne e materia: 30 anni fa 'Akira' raccontava l’uncanny valley umana

Il 16 luglio 1988 usciva in Giappone il capolavoro distopico di Katsuhiro Otomo. Oggi, restiamo nel mezzo di quella stessa contrattazione di significato tra umano e non-umano che 'Akira' impone senza pietà ai suoi personaggi.

di Giulia Trincardi
16 luglio 2018, 1:22pm

Immagine: screenshot da YouTube

Il 16 luglio 1988, 30 anni fa esatti, usciva nelle sale cinematografiche del Giappone Akira — opera scritta e diretta da Katsuhiro Ōtomo che è tuttora considerata fondamentale tanto per la storia dell’animazione che per quella della fantascienza distopica e cyberpunk in generale.

Come per molte opere sci-fi, il futuro descritto in Akira ha saputo giocare con le ansie concrete del proprio tempo, incapsulandole in una sorta di monito eterno. Il fantasma di un’apocalisse nucleare, uno stato militarizzato violento e corrotto, l’insorgere di culti estremisti e organizzazioni terroristiche: sono tutti temi che ancora oggi — a un passo da quell’anno 2019 in cui Akira è ambientato — possiamo in qualche modo collegare alla nostra realtà. Anche se non sfrecciamo su moto truccate per metropoli fatiscenti, a caccia di bambini dai poteri psichici devastanti.

Di tutta l'enorme eredità di Akira, però, c'è un discorso che abbiamo in parte dimenticato nonostante la sua urgenza, e che riguarda gli strumenti con cui identifichiamo cosa è umano e cosa no.

Grossa parte del dibattito attuale sulla cosiddetta uncanny valley — quel sentimento perturbante che proviamo osservando qualcosa che ci somiglia ma non è davvero come noi — è concentrato sull’intelligenza artificiale e le avanguardie della robotica. Dalla finzione degli androidi della serie Westworld e dell’intelligenza artificiale del film Her, alla concretezza commerciale di sex-doll, assistenti vocali e algoritmi di machine learning vari, chiediamo alla nostra tecnologia di assomigliarci il più possibile — mentre, contemporaneamente, contrattiamo senza sosta il confine che ci distingue da essa.

Akira, invece, rientra in questo senso nel body horror — un genere che, storicamente, sposta dall’esterno all’interno la riflessione sull’uncanny valley, per cui non è un corpo artificiale esterno a trasmetterci un senso di inquietudine, ma la deformazione e violazione del corpo umano stesso. Fino a che punto possiamo trasfigurare il corpo umano ed essere ancora in grado di definirlo tale? In Akira è la metamorfosi dell’antagonista principale del film — Tetsuo — che ci mette davanti esattamente a questa domanda.

In seguito a un incidente — e al conseguente abuso di pillole speciali fornitegli dal governo —, la psiche di Tetsuo va fuori controllo e annienta i margini fisici del suo corpo, trasformandolo in un blob di carne e materia che fagocita tutto ciò che lo circonda. Il corpo di Tetsuo non è più riconoscibile come umano — eppure, quando è chiamato ad affrontarlo, il protagonista Kaneda prova una profonda pietà e senso di colpa per quello che riconosce ancora come il proprio amico.

Allo stesso tempo, la disperazione di Tetsuo nel chiedere aiuto proprio a Kaneda ci raccapriccia: perché essere coscienti ma intrappolati in un corpo che “non fa ciò che gli viene detto” — come dice il personaggio mentre ingloba l’amico — è un incubo quasi primordiale per l’essere umano, che si ripresenta, in forma di mito e narrazione, ogni qual volta a livello culturale si rende necessaria una distinzione tra umano e mostruoso.

Il body horror ha conosciuto forse il suo apice cinematografico proprio negli anni Ottanta, quando il fine del genere non era la mera “pornografia della tortura” di titoli più recenti, ma la costruzione di una profezia ontologica sull’uomo. Dobbiamo tanto, di certo, all’opera del regista David Cronenberg, che — con film come Il pasto nudo, La mosca e Videodrome — viola il corpo umano per riassemblarlo, sempre, in una “nuova carne” tecnologica, verso cui raccapriccio e fascinazione sono presenti in misura equivalente.

Non a caso, il concetto di “cyborg” — inteso come chimera ibrida tra uomo e macchina — è teorizzato in quegli stessi anni, quando l’aspetto materiale e tangibile delle nuove tecnologie comincia a fa parlare di protesi, estensioni e persino dispersione del corpo umano.

Siamo intenti a confrontare la nostra identità con gli oggetti più innovativi che usiamo — come se il nostro corpo, nel frattempo, non fosse già mutato radicalmente.

Stiamo sicuramente, ancora oggi, affrontando questi argomenti: dal transumanesimo alle pillole per aumentare le proprie prestazioni fisiche e mentali, passando per biohacking, mind-uploading e progetti per l’immortalità, restiamo nel mezzo di quella stessa contrattazione di significato tra umano e non-umano che Akira impone senza pietà a Tetsuo.

La differenza però, è che il discorso si è fatto invisibile, stratificato in decenni di abitudine alla tecnologia. Siamo intenti a confrontare la nostra identità con gli oggetti più innovativi che usiamo — come se il nostro corpo, nel frattempo, non fosse già mutato radicalmente. Siamo già cyborg di carne e materia, ma ci rifiutiamo ancora di guardare al nostro corpo in questo senso, concentrandoci, piuttosto, nel definirci per opposizione a un oggetto esterno come una sex-doll, una Siri o un androide intelligente di qualche serie.

Ma capire come guardare e raccontare il corpo mostruoso che abitiamo significa riappropriarsi, almeno in parte, del suo controllo e significato.

Tra i milioni di motivi per guardare di nuovo il capolavoro di Ōtomo a 30 anni di distanza dalla sua uscita, uno è sicuramente questo. Akira è una favola dell’orrore la cui morale non riguarda la trasfigurazione, ma la consapevolezza della stessa: Tetsuo impazzisce perché la sua mente non sa decifrare la sua nuova carne — ed esattamente come lui, potremmo risvegliarci in un futuro in cui a farci strano sarà il nostro stesso corpo, solo perché non avremo saputo guardarlo in tempo.

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