Daddy Yankee è un'icona
Ilustración: Esme Blegvad | Noisey

Daddy Yankee è un'icona

Daddy Yankee non ha solo fatto "Gasolina" e "Despacito", ha cambiato l'idea di America Latina grazie al reggaeton.
EB
illustrazioni di Esme Blegvad
Elia Alovisi
traduzione di Elia Alovisi
IT

La prima volta che ho sentito "Gasolina" è stato dalle casse di uno stereo portatile. Vengo dal Sud della Florida, e nel bar-panetteria cubano del mio quartiere la radio era sempre su El Zól 95—la principale stazione latina della zona. Ricordo che ero seduta lì accanto a Mauricio, il panettiere proprietario del negozio, un uomo di Puerto Rico che parlava e parlava di questo nuovo artista reggaeton, Daddy Yankee, che avrebbe cambiato per sempre la storia della musica latina con il suo nuovo pezzo. Era il 2004 e io ero una dodicenne presa male: se non era emo non me ne fregava niente, e avevo così a cuore la cosa che facevo tutto il possibile per metterlo in chiaro. Ricordo che alzai gli occhi al cielo e mia mamma, dall'altro lato della stanza, mi lanciò uno sguardo che sembrava dire mi stai imbarazzando a comportarti così male, appena torniamo a casa ti faccio un culo così. Quindi mi diedi una scossa e ascoltai quella canzone che, secondo Mauricio, avrebbe cambiato tutte le nostre vite.

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"Gasolina" aveva un beat combattivo e un ritornello infantile. Alla fine della canzone, tutto il locale si era alzato e si era messo a ballare—me compresa, la preadolescente capricciosa che rifiutava qualsiasi espressione della cultura mainstream perché era troppo alternativa per quella merda. Chiesi a Mauricio che cacchio voleva dire il titolo—che cos'è la gasolina? L'alcool? Una droga? Il sesso? Mi spiegò che in America Latina si usava una certa frase per prendere per il culo le ragazze che uscivano con un tipo solo perché questo aveva un macchinone: "como le gusta la gasolina", cioè "quanto le piace la benzina". In quel momento mi resi conto di una cosa: quella frase, quella semplice frase, aveva dentro tutto quello che adoravo della mia cultura. Le frasi assurde ma vere, la sfrontatezza, il calore della mia gente. Appena arrivata a casa la scaricai da iTunes, la masterizzai su un CD e la ascoltai fino a non poterne più.

Qualche giorno dopo andai a trovare la mia famiglia in Venezuela. Prevedibilmente, "Gasolina" era ovunque—in aeroporto, alla radio nella macchina di mio nonno, nella bodega accanto a casa. Mi aspettavo che negli Stati Uniti sarebbe stata trascurata; che, tornata in Florida, l'avrei sentita in radio una volta ogni tanto, magari solo su stazioni specializzate in musica ispanica. E invece, dopo un po', "Gasolina" era in cima alle classifiche di tutto il mondo.


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Alla festa della mia scuola, quell'anno, "Gasolina" fu il pezzo che fece prendere meglio il dancefloor. Tutti i miei amici, decisamente americani e figli della Bible Belt, gridavano parole in uno spagnolo a casaccio mentre provavano a strusciarsi l'uno con l'altra a ogni ritornello. Nel giro di poco, i miei compagni di classe cominciarono a interessarsi alle mie origini—erano ragazzini che mi avrebbero, nel migliore dei casi, considerata una messicana e nel peggiore non avevano la minima idea dell'esistenza del Venezuela. Daddy Yankee penetrò il mainstream americano con una forza tale che non solo fece cambiare a tutti idea sul reggaeton, andò anche a impattare l'intera idea di America Latina. Fino a quel momento era come se il reggaeton fosse esistito all'interno di una bolla; quello che era stato sempre considerato un genere underground sovversivo, e veniva quindi ignorato dalle grandi etichette discografiche, era diventato una forma d'arte legittima, con un suo determinato valore.

Nonostante la Florida del Sud sia una delle parti degli Stati Uniti in cui la popolazione ispanica è più radicata, l'ambiente che mi circondava era tutto tranne che latino; la mia scuola, e i suoi più di mille studenti, aveva ben dodici iscritti di colore. I genitori dei miei compagni di classe guidavano pickup su cui erano stati orgogliosamente appiccicati adesivi della bandiera confederata. C'erano ragazzini che mettevano in dubbio la mia capacità di parlare inglese, come se essere bilingue significasse non poter sapere parlare due lingue nello stesso identico modo. Mi hanno dato della "spic". Ogni giorno, tutta la tua esistenza si basava su domande a cui non potevi rispondere direttamente—"Che lingua è quella?"; "Perché celebrate il Natale il 24 dicembre e non il 25?"; "Perché tua nonna non parla inglese—questa è la cazzo di America!" Un artista latino in cima alle classifiche rispondeva a tutte quelle domande grazie a un semplice gesto: la rappresentazione.

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Vedere Daddy Yankee aprire la strada alle voci latinx nel mondo della musica mi ha fatto rendere conto di come i media mainstream avessero deliberatamente deciso di non considerare la nostra cultura degna di essere trattata e analizzata. La cosa più simile a una superstar dall'identità latino-americana che avevamo mai visto era Selena, una popstar messicana che venne brutalmente assassinata dal suo manager nel 1995. Negli anni in cui Daddy Yankee cominciò ad avere successo, i critici pop in televisione sostenevano che Jennifer Lopez fosse una voce per la comunità latinx—nonostante avesse costruito gran parte del suo brand grazie al suo essere una ragazza del Bronx—e che fosse abbastanza. E così le nostre identità, in tutte le loro sfumature e varietà, venivano cancellate.

Nonostante la riluttanza dei media ad accettare il ruolo di Daddy Yankee come nascente icona culturale, il suo album Barrio Fino debuttò al primo posto della classifica dedicata alla musica latina di Billboard—il primo disco reggaeton a riuscirci, nella storia. Sarebbe diventato l'album latino più venduto del 2005, e poi del decennio. Insomma, il mercato della musica latina tornò in vita grazie a lui, a quell'album e al reggaeton; il risultato fu una nuova era per la musica urban latina, marchiata dalla visibilità dell'identità latinx. Il tutto, a partire da una canzone creata essenzialmente per dare delle troie a certe tipe; una canzone che però mi aiutava a ricordare che non ero sola nelle mie esperienze, che era ok essere americani e parlare spagnolo a casa, che era ok dover combattere con problemi di identità, che era ok venire da un background fortemente etnico considerato come qualcosa di "altro". Il successo mainstream di Daddy Yankee cominciò a farmi sentire più a mio agio con me stessa, in un contesto in cui mi sentivo isolata tra persone che non solo non capivano la mia cultura ma arrivavano apertamente a non tollerarla.

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L'America Latina sta vivendo uno dei momenti creativi più autonomi della sua storia grazie al contributo di artisti che stanno sviluppando voci indipendenti e una propria cultura musicale. In un contesto simile, il successo pop di Daddy Yankee ha causato un rinascimento del reggaeton anche nel suo continente d'origine. Le etichette hanno cominciato a cercare talenti latini; Yankee è stato il primo, ma è grazie al suo contributo che artisti come Don Omar, Arcangel e Wisin & Yandel hanno potuto affermarsi come artisti reggaeton dominanti. Farruko, un reggaetonero di Puerto Rico, ha parlato della grande opportunità che Daddy Yankee ha dato ad artisti esordienti come lui di collaborare su un pezzo—un processo molto più complesso e difficile da rendere realtà in altri generi, su tutti nel pop. Il grande che aiuta il piccolo a crescere non è solo il segnale di un cambiamento generazionale, ma anche e ancor di più un simbolo dell'atteggiamento parentale che caratterizza l'intero popolo ispanico: per quel che ci riguarda, se sei uno di noi, sei parte della famiglia.

Daddy Yankee ha recitato una parte vitale nel rendere figo un posto come il barrio e ha sfidato la sua rappresentazione dominante nei media mainstream. Storicamente, il barrio è stato presentato come un inferno unidimensionale privo di complessità, caratterizzato da povertà, violenza, privazioni e disperazione—il che è vero, fino a un certo punto. Il barrio è un luogo difficile, ma è anche un posto dove puoi trovare affetto, fratellanza e comprensione. Non ha niente, ma ti invita lo stesso a cena; aiuta tua nonna a scendere le scale; dà alla tua sorellina un pallone fatto a mano con scarti di plastica trovati lungo un fiume. I video di Daddy Yankee hanno sempre dipinto un'immagine ininterrotta delle gioie del popolo ispanico: sono pieni di colori sgargianti, feste di strada, momenti d'intimità sulla pista da ballo. Ma, soprattutto, illustrano un forte senso di comunità. Invece di essere identificato come un successo passeggero, Daddy Yankee ha fondato un movimento che ha dato un messaggio semplice ai ragazzi del barrio: "Se Yankee può farlo, posso farlo anch'io".

Proprio come "Gasolina" ha lanciato il movimento, "Despacito" ha rinforzato il suo contributo alla cultura come più di una moda passeggera. I numeri parlano da soli: è la canzone più ascoltata su Spotify di tutti i tempi; è il primo video YouTube a raggiungere oltre i tre miliardi di visualizzazioni, e continua a salire; è la prima canzone in lingua spagnola a raggiungere i primi posti delle classifiche dalla "Macarena" di metà anni Novanta. "Despacito" era già famosissima prima che Justin Bieber ci si attaccasse con il remix, ma evidenzia la fondazione di una collaborazione che Daddy Yankee ha impostato fin dall'inizio e che continua a essere fondamentale nel reggaeton come genere. Si evolve, si sporca con altri stili musicali, e non dà mai per scontata la propria unicità. È un genere che ha tutte le caratteristiche che servono alla musica popolare di oggi—i beat dembow, i ritornelli da una parola, le melodie pop, i ritmi per muovere il culo—è estremamente accessibile e porta avanti un messaggio di rottura delle barriere culturali con il suo gergo spanglish.

Il reggaeton è ancora più rilevante e dominante che mai e rappresenta uno spazio in cui le persone ispaniche sono in grado di celebrare la multiculturalità, esplorare i propri talenti o anche semplicemente esistere. Tredici anni dopo l'uscita di "Gasolina", io ho 25 anni e mi ballo ancora Daddy Yankee alla grande pur abitando in Inghilterra. Nessuno mette in dubbio la selezione; nessuno mi interrompe a metà canzone per chiedermi di tradurre il testo; nessuno mi fissa come fossi pazza mentre ballo il sandungueo. E questa è l'eterna vittoria di Daddy Yankee: ha demistificato l'identità Latinx e l'ha trasformata in qualcosa di magnificamente normale—che è esattamente quello che è sempre stata.

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