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Storia del mio aborto

Tenere il bambino; non tenere il bambino; darlo in adozione; darlo a un amico; darlo a una coppia gay; tenere il bambino; non tenere il bambino.

L’anno scorso mi sono fatta mettere incinta da un dating coach. Non posso proclamare la mia innocenza perché sapevo che lavoro faceva e avevo assistito a una conference call in cui insegnava a un gruppo di uomini in collegamento da tutto il mondo come mettere le mani sotto le gonne delle ragazze ubriache dei rispettivi paesi. Comunque, per quanto fossi schifata, ne ero anche attratta.  

Ci eravamo conosciuti a un incontro del programma dei 12 passi. Aveva un eloquio fluente ed era basso, ma bello. Cominciammo un corteggiamento durato tre mesi via Skype—io a San Francisco, lui a Rio, poi io a Austin, lui a Trinidad. Scoprii che aveva avuto due figli con i quali non era esattamente un padre presente, con una donna che non faceva che insultare. Ingiuriava sua madre, e mi raccontò di come lui avesse incoraggiato la sua prima fidanzata a fare sesso con degli uomini—più di uno—davanti a lui, per aiutarla a superare uno stupro di gruppo che aveva subito anni prima. Anche se nel raccontare questa storia sembrava vergognarsene, avrei dovuto prenderla come un chiaro segnale: gambe in spalla. 

Durante la settimana in cui andammo a letto insieme feci quel genere di cosa che odio fare—gli controllai il telefono. So che è una violazione della privacy. So che è una cosa orribile. So che è disonesto e una gran carognata. Ma lo feci comunque. Ci trovai una mail della sua fidanzata a distanza che diceva, “So che stiamo sbagliando qualcosa. Qualcosa sta andando storto. Non posso perderti. Se vuoi che dimagrisca, dimagrirò. Per favore non lasciarmi. Senza di te, non mi resta nulla per cui vivere.” Conati di vomito mi salirono in gola. Non volevo dirgli cosa avevo fatto, volevo trovare il modo per costringerlo a confessare. Poco dopo, mentre cucinava la cena, ricevette una chiamata da lei al cellulare, e la rifiutò. Quella sera mi comportai come se andasse tutto bene, finché, mentre facevamo sesso, non riuscii più a stare zitta. 

“Non riesco a prendere questa storia sul serio,” gli dissi, continuando a stargli sopra con ritmo lento. 

“Io mi sto innamorando di te, lo sai.” Mi guardò. 

“Hai già una ragazza.”

“Sembra un’affermazione.”

“Devo dirti una cosa. Ti farà arrabbiare.”

“Che c’è?”

“Ti ho spiato il telefono. Ho letto le tue mail. Lo so, hai una ragazza.”

“E come l’hai presa?” Mi afferrò le anche e, lentamente, mi penetrò ancora. Questo è schizzato, pensai. 

“Non posso uscire con te se hai una ragazza.” 

“Non mi interessava che tu lo scoprissi. Avevo solo paura di dirtelo.”

“Comunque, non posso stare con te.” Mi fece spostare e passò sopra.

“Lo capisco.” Si avvicinò e mi baciò. Ma che cazzo sto facendo?

Dopo essere venuti, ognuno andò per la sua strada. Quella settimana inizia a leggere un libro che avevo rubato a lui, Lust Anger Love di Maureen Canning, una terapista per disturbi di ipersessualità. Nel suo libro esplora una vasta gamma di dinamiche di relazioni tabù e feticismi che aveva affrontato con i suoi clienti e disegna lo scenario esatto dell’infanzia che tentano di ricreare nella propria vita adulta. Presi chiara consapevolezza di corrispondere all’identikit di donne che cercano uomini che non possono avere. Ogni maschio con cui ero uscita era o l’ex di qualche mia amica, o un amico di un mio ex, era appena uscito da una storia e aveva una ex ragazza da cui non era ancora venuto fuori, o aveva un branco di amiche femmine con cui mi sentivo subito in competizione.

Due settimane dopo mi sedetti sul letto. Mi sentivo come se mi fossi stirata un muscolo della pancia. Sei incinta, diceva la mia testa. Una persona normale sarebbe andata in farmacia e avrebbe comprato un test di gravidanza, ma io decisi di ascoltare un po’ di musica dei nativi americani e meditare, per chiedere al mio corpo se ero incinta per davvero. Dopo qualche minuto distesa sulla schiena, con gli occhi chiusi, e la batteria che risuonava nelle orecchie, una calda luce soffusa discese dalla sommità della mia testa, viaggiò lungo il mio corpo e si fermò sul mio utero, splendendo di calda luce gialla e oro. Cazzo, pensai.

Tre mesi prima ero andata a trovare i miei nonni adottivi per le vacanze. Praticamente sono i miei genitori. Mi sono trasferita a vivere con loro quando avevo 14 anni e i miei genitori adottivi hanno divorziato. Mi hanno lasciato crescere da adolescente ribelle e drogata, e mi amavano senza condizioni. Quando ho toccato il fondo e mi sono ripulita, a 21 anni, mi hanno accolto di nuovo, premurandosi di dirmi che potevo andare e tornare quando volevo, e che da loro avrei sempre trovato una casa e un rifugio. Quell’inverno la memoria del nonno stava giocando brutti scherzi e la nonna soffriva di tremende vertigini, ed era costretta a stare seduta per la maggior parte della giornata. Di testa era completamente lucida, ma lui stava andando. Fisicamente lui stava bene, ma lei stava male. Lui voleva fare lunghe passeggiate, che lei non poteva affrontare, e lei aveva bisogno una mano in casa, e lui non poteva offrirgliela. Ho avuto un esaurimento all’idea che potessero morire.

Mi misi a sedere e scrissi alla nonna una lettera di quattro pagine, in cui le dicevo quanto la sua influenza avesse cambiato la mia vita. Le lacrime cominciarono a sgorgarmi dagli occhi mentre le scrivevo che avevo paura che lei morisse prima che io trovassi un uomo, prima che imparassi a cucinare, prima che diventassi madre. Le scrissi che era la mamma migliore del mondo, e la sola persona da cui pensavo di potere imparare tutte queste cose. Quindi, dato che non potevo prevedere quando lei sarebbe morta o quando avrei trovato un uomo, per favore, doveva rispondere alle cinquanta domande sui seguenti temi: essere una brava compagna; cucinare; curare il giardino; essere madre. 

Quella lettera la fece piangere. Il giorno dopo mi assicurò che avrei trovato la felicità, poi andò a casa dei miei zii e chiese loro di subentrare come figure genitoriali per me quando lei e il nonno fossero morti. Non era la risposta che mi aspettavo. Speravo in una missiva/un libro rilegato a mano—Guida alla vita per quella sgualdrina tatuata di sua nipote. 

Quando scoprii di essere incinta, pensai, È la volta buona per farmi insegnare tutto dalla nonna. Avrei potuto ritrasferirmi in quell’appartamentino accanto a casa loro e lei mi avrebbe insegnato come essere una brava madre, avrei imparato a cucinare e tenere il giardino, e un giorno mi sarei anche preoccupata della questione “uomo”. Quanto può essere schizzato un bambino venuto al mondo da una donna simile, e costretto ad averci a che fare sempre?

Inviai al dating coach un messaggio con la foto di due test di gravidanza, entrambi positivi. Il telefono squillò immediatamente.

“Ehi,” risposi.

“Ciao. Uh. Wow.”

“Già."

“Allora, cosa vuoi fare?” mi chiese.

"Non sono sicura. Credo di volerlo tenere.”

“Io no."

“Oh. Ok. Bene.” La sua schiettezza mi aveva colpito. Questo era lo stesso uomo che, durante gli spasmi del coito, un giorno, mi aveva chiesto se volessi avere dei bambini da lui.

“Bene? Cosa vuol dire bene?”

“Vuol dire 'bene'. Ti farò sapere cosa ho deciso.” 

“Dovrei far parte anche io della decisione.”

“Infatti. Tu hai detto la tua, e io ti farò sapere cosa decido.”

“Ok, be', ma la cosa avrà effetti anche su di me.”

“Bene.”

“Pago io per tutto.”

“Perfetto.”

“Ok? È un sì?” 

“È un—Ti farò sapere cosa ho deciso.”

E lì interrompemmo la telefonata. Non mi sentivo bene.

Giorno dopo giorno, sentivo il mio corpo cambiare, come se ci fosse dell'elettricità. Anche se quell'uomo non era il candidato ideale per essere il padre del mio futuro bambino mi sembrava giusto andare avanti. Feci qualche calcolo e mi resi conto che a 28 anni, e con sette di pulizia da farmaci e droghe alle spalle, ero più vecchia di qualsiasi membro della mia famiglia biologica al tempo in cui avevano avuto figli, e forse godevo anche di maggiore salute, sicuramente sul fronte dipendenze. Inoltre, avevo una carriera. Erano tutti segni del mio innegabile avanzare a piccoli passi verso l'età adulta.

Chiamai la nonna, l'essere più rassicurante sulla faccia della terra. Quella settimana avrebbe compiuto 80 anni, e io avevo già prenotato il mio biglietto per la California. Pensai fosse meglio comunicarglielo per telefono.

"Frankie!" rimase senza fiato. "Sei una donna adulta!"

"Lo so..."

"Sono molto delusa."

Il mio cuore sprofondò.

"Non mi sembra una buona idea, ma sta a te decidere."

Fatti consigliare da persone che hanno ciò che vuoi è una di quelle classiche frasi da 12 passi. In altre parole, non chiedere a un infedele consigli sulla fedeltà o a un bancarottiere come gestire il denaro. Mia nonna aveva ciò che volevo—una relazione di 58 anni incredibilmente piena d'amore e una meravigliosa famiglia.

Partii per la California, e decisi fin da subito di rimandare il ritorno a data da destinarsi per capire cosa stessi facendo della mia vita. Arrivai a casa e trovai mia nonna ai fornelli. Smise di cucinare, si avvicinò e mi avvolse nel suo abbraccio.

"Oh, Frankie, mi spiace per quello che stai passando." Iniziai a piangere e con voce stridula le dissi, "Grazie. Ti voglio bene."

"Anche noi te ne vogliamo," rispose. "Nella dispensa ci sono dei biscotti."

Sorrisi.

**

La settimana successiva analizzai la faccenda da ogni possibile angolo e con qualunque persona riuscii a mettermi in contatto. Tieni il bambino; non tenere il bambino; dallo in adozione; dallo a un amico; dallo a una coppia gay; tieni il bambino; non tenere il bambino. Andai a pranzo col ragazzo che avevo frequentato a San Francisco mesi prima di rimanere incinta. Era un inglese attraente che cucinava piatti gourmet e aveva un gran senso dell'umorismo, oltre che una carriera avviata. Era lui quello con cui sarei dovuta finire così.

"Va tutto bene. Facciamo sesso finché non lo tiriamo fuori," mi disse davanti a un piatto indiano che qualche ora dopo vomitai. Ero disgustata.

Andai a un incontro per donne, il primo a cui mi ero rivolta anni prima—stravolta e senza speranza. Piansi, colma di vergogna e imbarazzo per la mia situazione. Due signore sulla quarantina volevano adottare il bambino, e una terza mi abbracciò, lasciando che le mie lacrime le rigassero le guance. Aveva appena superato un aborto gemellare. Mi accompagnò a casa un'amica, e mi disse senza mezzi termini che pensava avrei dovuto abortire.

"Sono fermamente convinta che quando avremo un'intera generazione di bambini venuti al mondo perché voluti, disperatamente voluti dai propri genitori, il mondo cambierà." Io non volevo lo stesso? Si stava forse riferendo a qualcosa che non ero? pensai. "Temo anche che alla fine saremo Ian ed io a tirare su il bambino."

Si trattava di una possibilità. Lei e il marito erano la mia potenziale scelta in fatto di genitori.

Diretta alla terza seduta della terapia, passai da un'agenzia di adozioni. Uscita, chiamai il dating coach.

"Che ne pensi dell'adozione? Ci sono un sacco di belle coppie gay a San Francisco. Sono stata adottata, e anche la mia madre adottiva era stata adottata. Sarebbe bello. Potremmo aiutare qualcuno a costruirsi una famiglia." Snocciolai i miei pensieri presa dall'eccitazione.

“Frankie. No. Non voglio che il mio bambino venga cresciuto da qualcun altro."

“Dici sul serio? Volevi che abortissi, e ora non vuoi che venga dato in adozione?"

"No! È completamente diverso. Se il bambino c'è, voglio essere io a crescerlo. Voglio far parte della sua vita."

"Quindi ti sta bene se lo tengo?" chiesi.

"No. Non voglio che tu abbia il bambino e non voglio che sia adottato."

"Mi prendi in giro." Lo odiavo.

Andai dall'analista e le spiegai dell'agenzia e della telefonata, e poi piansi di nuovo.

"Cosa vuoi dalla tua vita?" mi chiese, seduta sul bordo della sedia. "Più di tutto, cosa vuoi davvero?"

"Voglio finire il mio libro, viaggiare, fare arte e innamorarmi di qualcuno con cui possa costruirmi una vita."

"Va bene. Avere un bambino non rientra tra queste cose, al momento. Frankie, la tua vita è piena di legami interrotti—uno dei quali è innanzitutto il fatto di non sapere dove siano stati i tuoi genitori per la maggior parte della tua infanzia. Dare questo bambino in adozione significherebbe creare un altro legame destinato a rimanere interrotto. Voglio che ti focalizzi su cosa vorresti veramente. È un'opportunità per fare di te una priorità secondo una strada che i tuoi genitori non hanno mai intrapreso né potuto intraprendere."

Volevo chiamarla Odessa. Considerata la frequenza delle mie nausee, sembrava si trattasse di una bambina. Sarebbe stata 25 percento giapponese, 25 percento repubblicana bianca, e 50 percento hippy sfondata. E se la dipendenza era genetica, allora avrebbe avuto anche quella.

Da adolescente ripetevo spesso che mia madre avrebbe dovuto abortire. "Non è una questione di odio," dicevo ai miei compagni di classe. "Sono felice di essere viva, ma io parlo di dettagli pratici—i drogati non dovrebbero fare figli." Non mi sarei mai aspettata di dover entrare in contrasto con le mie idee. In più, gli attacchi di panico e la paura del giudizio altrui mi bloccavano—temevo non solo che mi credessero un'idiota finita per l'ennesima volta col ragazzo sbagliato, ma anche una pazza per il solo pensiero di poter essere un genitore.

Dopo la seduta tornai a casa da mia nonna e le dissi che avevo cambiato idea. Avrei abortito. Mi abbracciò. "Penso sia la decisione giusta." Andai in camera da letto e ne uscii qualche ora dopo con un piano.

"Su internet si trovano un sacco di tecniche abortive casalinghe sicure," le dissi mentre preparava la cena. "Una dice che bevendo un infuso molto concentrato di prezzemolo, le dosi elevate di vitamina C provocheranno l'interruzione naturale della gravidanza." 

Mi guardò con gli occhi spalancati, per poi prendere da una mensola l'Enciclopedia illustrata delle Erbe. La mise sul bancone alla ricerca della voce sul prezzemolo. "Si dice che i Romani lo usassero durante le orge per coprire il fiato da alcol e aiutare la digestione. I Greci lo associavano a oblio e morte." Ci scambiammo un cenno di assenso.

"Ne ho un po' in giardino... ma sei sicura di non voler andare in clinica?"

"Ci andrò, se non funziona. Voglio prima provare questo. Ha un che di stregato e pagano. Di giusto."

"Va bene," fece lei scrollando le spalle. Prese le forbici e mi indicò la parte del giardino in cui si trovava il prezzemolo.


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La parte delle istruzioni a cui non avevo accennato alla nonna consisteva nel mettere del prezzemolo su per la mia vagina. Non deve sapere tutto, mi dissi. Dopo aver lavato qualche ciuffo, tolto le foglie dagli steli, e bollito dell’acqua per fare il tè, le immersi e mi misi ad aspettare. Bevvi il tè. Aspettai un altro po’.

Diciotto ore dopo ho iniziato a sanguinare. Nessun crampo, solo una striscia rosa chiaro quando mi asciugavo. Avevo appuntamento per una seduta con la terapista, perciò presi la macchina e mi precipitai nel suo studio, annunciandole che avevo del prezzemolo nella vagina.

“Aspetta! Cosa?! Frankie, vai all’ospedale!” mi disse.

“Davvero? Nel senso, è solo vitamina C—non può essere così pericolosa, e non perdo molto sangue.” dissi, stravaccata sul suo divano come un bambino.

“Se non funziona potrebbe peggiorare!” mi disse.

“Ok,” sospirai.

Andai in bagno, tolsi il ramoscello e lo sciacquai, poi mi diressi all’ospedale. Dissi loro che stavo perdendo sangue tacendo sul prezzemolo. Dopo una visita di sei ore infarcita di amici, cibo e una sonografia, venni mandata a casa.

Il giorno seguente chiamai il dating coach. Si offrì di prendere un aereo per l’aborto, ma io non lo volevo lì. Non volevo pensare a quanto era successo, o a tutti gli aspetti per cui lo odiavo, o peggio—a quei pochi per cui continuava a piacermi. Ero disgustata dalla parte di me che ancora voleva piacergli e desiderava questo bambino, anche se era del tutto sbagliato. Odiavo questo fatto.

Il giorno stabilito un’amica che si era offerta di adottare il bambino mi portò alla clinica.

“Vuoi che cancelli i miei appuntamenti?” chiese.

“No, grazie comunque. Mi sento tranquilla a farlo da sola.” Ci abbracciammo.

Chiamai la mia consulente dei 12 passi—un’infermiera con più di un decennio di esperienza nei programmi di recupero e due figli suoi. “Come ti senti?”

“Triste. Non sento di aver deciso di abortire, sento di aver deciso di fidarmi delle persone che mi amano di più.”

“Passerai attraverso una vasta gamma di emozioni. E il fatto di prendere antidolorifici, come lo vedi?”

“Oh, normale.”

“Ok, bene. I veri tossici hanno ricadute per gli antidolorifici. Di' loro che stai facendo il recupero, poi richiamami e dimmi che proposte ti hanno fatto per i medicinali.”

Lo dissi all’infermiera al bancone d’ingresso. “Ci sono tre possibilità.” Tirò fuori un foglio. “Puoi prendere due Vicodin ora, con una ricetta per del Vicodin che prenderesti dopo. Oppure, un Valium per l’ansia, più due Vicodin, con una ricetta per dopo. Oppure una dose di Fentanyl per via endovenosa appena prima della procedura, con 800 mg di Ibuprofene per dopo.”

Mi si rivoltò lo stomaco. Lei mi passò il foglio. Mi allontanai e richiamai la consulente.

“Be’, il Fentanyl farà effetto velocemente e passerà in fretta,” disse. “Il Vicodin ci metterà un po’ ad agire e dovrai fare attenzione a non avere una ricaduta dopo. Ti senti ansiosa? Pensi di avere bisogno del Valium?”

“Mi piace il Valium, ma non mi sento in ansia quindi immagino di non averne bisogno, e non penso che dovrei portare a casa dei medicinali nel caso decidessi semplicemente di mangiarli come caramelle,” scherzai per metà. “In più, non mi sono mai iniettata dei farmaci, quindi sinceramente il Fentalyn suona come una buona idea. Ma forse è folle. Cosa faresti tu?”

“Probabilmente prenderei il Fentanyl,” disse.

“OK. Penso sia quello che voglio anch'io.”

“Va bene. Chiamami dopo e fammi sapere se stai bene.”

Ho sempre immaginato gli aborti come esperienze orribili, con un aspirapolvere industriale infilato tra le gambe che succhia fuori ogni ovulo fertilizzato, mancando a malapena l’intero complesso di utero e vescica. Un’infermiera mi chiamò, mi portò in una sala operatoria, e mi disse di spogliarmi dalla vita in giù. Il mio stomaco si strinse e si rivoltò. Dopo un momento entrarono una dottoressa e due infermiere, tutte donne. Si presentarono e mi spiegarono cosa sarebbe successo. Una delle infermiere era lì per tenermi la mano e consolarmi, mentre la dottoressa e l’altra infermiera effettuavano l’aborto. Mi chiesero se avevo domande.

“Farà rumore?” chiesi.

“Forse un leggero ticchettio, ma niente di troppo forte.”

“Quindi niente aspirapolvere industriale?”

Risero, dissero di no, e mi chiesero di stendermi sul tavolo mentre facevano l'ecografia. Strinsi la mano della prima infermiera.

"Vuoi vedere?” mi chiese la dottoressa. Guardai su verso l’infermiera della mano.

"Non dovrei, vero?" Mi rivolse un sorriso dolce. "Cosa fanno le persone normali?"

"Alcune persone vogliono vederlo e altre no.".

"Io vorrei, ma non so cosa dovrei fare." Guardai sui loro visi per avere un suggerimento.

"Dipende interamente da te," disse la dottoressa. Feci un respiro.

"Voglio vederlo," dissi.

Stamparono un’immagine in bianco e nero con due fotografie una accanto all’altra, e lì, dentro di me, c’era questo piccolo fagiolino. Sentii il mio cuore espandersi e un’enorme ondata elettrica di calore sopraffarmi. Va tutto bene. Andrà tutto bene. Senza parole, sentii questa piccola anima dire che era tranquillo, che ci saremmo rincontrati, e che non c’era nulla di cui preoccuparsi.

“Posso fargli una foto?” chiesi.

“Possiamo darti una copia se firmi un modulo di assenso,” disse la dottoressa sorridendo.

“Sì!” Guardai la stampa sorridendo.

Mi stesi sul tavolo e l’infermiera mi mise la flebo nel braccio. Ero sbalordita da questo personale di sante: donne che aiutano altre donne ad attraversare una delle decisioni più strazianti della loro vita. Non appena il farmaco entrò in circolo iniziai a parlare. “Mia nonna ha conosciuto mio nonno a un corso di spagnolo e facevano i ceramisti ma lui in realtà era un architetto e… la nonna adora… me… ma non pensava…” Wow, pensai subito, sono fatta. Le tapparelle bianche iniziarono ad andare su e giù come una tv disturbata. Feci un respiro profondo.

“Oddio, adoro i farmaci,” sospirai.

Loro risero.

“Non so quale sia il punto… con i farmaci… è fantastico…” Il mio udito iniziò a rimbombare. “Probabilmente questo è… il punto… che non penso… sia…nulla… di serio.”

Guardai verso l’infermiera della mano incrociando gli occhi.

“Oh sì! Io… ho sette anni… limpida e sobria… questa è la prima volta… che prendo delle medicine…in più di. SETTE. anni… sto facendo il recupeeeero,” farfugliai.

Un'espressione di panico si diffuse su tutti e tre i volti delle donne.

“Oh…non vi preoccupate…ho parlato con la mia consulente…l’ho fatto…e con le altre signore di là.” Accennai col capo alla porta.

Ultimato l'intervento mi alzai e un rivolo di sangue scese dalla coscia fino al ginocchio e poi alla caviglia. Guardai giù e vomitai. La dottoressa prese dei tovagliolini di carta. “Nelle cerimonie… dei nativi americani…”dissi. “Si chiama riprendersi.” Guardai la chiazza di vomito. “Carino.”
 

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