L’angolo delle musicassette vol. 9

Benvenuti al nono appuntamento con l’unica rubrica dell’interweb dedicata a quel formato ormai desueto e pieno di rumori orribili—ma che ti fa sentire molto più figo di tutti quando lo ascolti—anche conosciuto come musicassetta.La Kassekten Sekten (trad. “quelli che in redazione se la menano col nastro magnetico”) in questo volume si occupa di psichedelia coi chitarroni gonfi e con le chitarrine rotte, di italo disco e di industriale sintetica.

Ricky Eat Acid – Seeing Little Ghosts Everywhere – Autoprodotta

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Sulla mia piastra gira la nuova prova di Ricky Eat Acid. Si tratta di un folk minimale abbacinante, con organetti Casio psichedelici e armonici di chitarra in pezzi che durano due secondi netti su un costante fruscio da cassetta bruciata. Roba ultra-homemade che affronta il minimalismo storico col piglio di chi cerca di capire il funzionamento di un mangianastri del 1920. Ha il sapore dell’adolescenza come l’Ovomaltina, direbbe Bobo in un vecchio sketch del Drive In: torni dalla partita di pallone e ti metti a registrare sognando che la ragazza che ami te la dia, anche se poi il brano lo intitoli “Seeing dead cats in my dream”. I brani talvolta bucano l’audio saturandosi e la poetica della tape è tutta lì, un’ottima visione di insieme fatta piu’ di vuoti che di pieni anche quando si addentra in territori ipnotici con ascatine di arpeggi. A volte, come in “Nothing”, sembra la colonna sonora di uno sceneggiato televisivo anni ‘60 giapponese. Altrove ricorda molto l’ultimo Caretaker suonando canzoncine al pianoforte e ancora, in “Falling ever and ever” sfiora la commozione da ninna nanna per marmocchi. Musica per pendere il tè, piena di accordi sbagliati e di un’impressionante malinconia travestita da pace(maker).
Ascolta: Happyhappyhappy
PARAPHERNAPARACULIA

Vatican Shadow – Washington Buries Al Qaeda Leader At Sea – Hospital Productions

Recensione mini per una roba maxi. Non si tratta infatti di una sola cassetta ma di ben 3 uscite concatenate, 3 episodi consecutivi di una saga epico-drammatica che vede coinvolti Osama Bin Laden e i dubbi dell’opinione pubblica. Ora, che Dominick Fernow (AKA Prurient e mille altri progetti, capoccia di Hospital Productions) si è rincoglionito non lo posso dire, e più volte sono stato censurato a riguardo dai miei stessi colleghi… Però, a tutt’oggi, non mi sovviene altro modo di giustificare la bruttezza delle ultime uscite a nome Prurient, quindi resto dell’idea, in barba all’opinione istituzionale. Stando alle dichiarazioni ufficiali, Vatican Shadow sarebbe il progetto che documenta il suo apprendistato nel mondo dei synth analogici, gli esperimenti che lo hanno portato dal bordello allucinante di un tempo alla wave fiacca di oggi. Manco a dirlo, si tratta delle sue registrazioni più interessanti da un bel po’ di tempo a questa parte! Concettualmente presenta una strana fissazione per la guerra in medio oriente, dimostrando un’ottica neoindustrial in cui il passo da Auschwitz a Guantanamo è piuttosto breve; sonoramente tutti e tre i nastri appoggiano gelide melodie minimali a ritmi robotici. Tutto nero come la morte, anche certi momenti disco-arabo-depressi che sembrano suonati dagli Skinny Puppy alle elementari. Continua così, Dominick, e lascia perdere le poesie!
Ascolta: Bin Laden’s Corpse
BIRSA

Favors – Five Million Years – Autoprodotta

Favors è il progetto electro-pop coglione di David Mohr, californiano che ha scelto la strada dell’autoproduzione. Questa Five Million Years ha dentro tutto quello che bisogna evitare nella musica, ma si tratta di quel genere di bruttezza che ti costringe a ballare sul letto della tua cameretta, non importa quanti vestiti neri tu abbia o quanto japanoise ti bulli di aver ascoltato. Le influenze sono facilmente riconoscibili e spaccano: da una parte ci sono Sin With Sebastian, Technohead, Vengaboys, insomma, tutto il filone euro-gay-dance della seconda metà dei 90’s fatto di synth, campionamenti, allegria fuori luogo e spesso anche di video coloratissimi con uomini molto magri in slip striminziti. Dall’altra, invece, gli Orchestral Manoeuvres in the Dark di Dreaming e geniali cafonate dell’era delle tastiere come Actors e R.E.K. Peccato per che quei timidi tentativi di avvicinarsi all’Italo Disco figa di Alexander Robotnick e Dharma, che sono pochi anche se ben riusciti – vedi View Masker – e per l’approccio indie del tipo, che farebbe meglio a registrare solo pezzi strumentali, evitando di usare quella voce inutile, fastidiosa e così poco omosessuale che trasforma il tutto in una mezza cagata.
Ascolta: View Masker
MARTA GASTRO SPASMO

White Hills – The Process – Sonic Meditations

Sono sicuro che si tratti di una forzatura di immani proporzioni, ma il paesaggio sabbioso (perché è un paesaggio sabbioso, vero?) ritratto sulla copertina di questa cassettella mi ha portato a pensare che i White Hills si siano ispirati al romanzo The Process di Brion Gysin, che tratta appunto di una traversata picaresca del deserto che dura tutta una vita, ma è assai più probabile che mi faccia troppe seghe mentali e  che, in fin dei conti, si tratti solo di bianche colline (White Hills? Eddai…). Continuando comunque a insistere su quel punto, forzato che sia, “traversata che dura tutta una vita” mi sembra la definizione perfetta per la musica dei White Hills, che sono ormai un bel po’ di album che se la corrono in groppa a un krauto motoriko kosmiko strafatti di qualche sostanza banale tipo LSD (consiglio: passate alla 2C-E che è tutta un’altra storia). In quel deserto che è la psichedelia, ogni altra band che ha suonato certa roba negli ultimi 10 anni è un granello di sabbia, e loro ci camminano tranquillamente sopra. Questo per dire che ogni loro uscita contiene esattamente le stesse cose e che suonano la stessa roba di miliardi di altre band, ma infinitamente meglio. A un capo del deserto ci sono gli anni ’70, all’altro capo pure, però uno è il passato è l’altro il futuro. Spero che ci siamo capiti.
Ascolta: The Process
BIRSA

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