Chi sono Sgribaz, Enomoney e Praci, la nuova wave rap della Sardegna

In Sardegna c'è una scena con la stessa energia, talento e voglia di spaccare della Wild Bandana degli inizi.
Niccolò Murgia
Rome, IT
26.1.21
Sgribaz
Tutte le foto per gentile concessione di Nicola Picciau

Inizio 2016, è l’anno della nuova scuola del rap italiano, distante anni e chilometri da questa nuova wave rap della Sardegna. Tedua ha pubblicato da qualche mese Aspettando Orange County, un mixtape che ha iniziato a smuovere le prime onde del suo mare in tutta Italia. Sul suo canale YouTube esce Intro Orange County: schermata nera e logo Wild Bandana, il beat che rimbalza attento sulle sonorità del momento e di quelle oltreoceano, pur rimanendo ancorato anche alla tradizione italiana.

In sovrimpressione Tedua balla, si agita, fa segni con le mani, salta il tornello della metro, si abbraccia con Izi, Rkomi e Vaz Te. Poi inizia, e dice: “E non vorrai mica far credere a tua madre quelle due o tre stronzate d’artista, sai. In qualche modo dobbiamo mantenerci, arrivare a fine mese. Sto scrivendo rime, sai?”

Flash forward di quasi cinque anni, sono a casa di un amico e abbiamo fatto il solito giro di ascolti delle nostre serate assieme, abbiamo commentato la strofa di Caneda in "Il Ragazzo d’Oro" e siamo finiti per l'ennesima volta a chiederci inutilmente chi preferiamo tra Marra e Guè. Nella noia, però, arriva la domanda inattesa che ti svolta la serata: "Ma loro li conosci? Sono di Cagliari"—proprio come me, penso.

Subito dopo parte "Un’altra lingua" un pezzo di Sgribaz e Praci, prodotto da Enomoney. Su un giro di chitarra, cantano "Sembra sempre che a capirmi sono io e non le persone, come se parlassi un’altra lingua, quella mia e della mia famiglia". Nel video, una decina di ragazzi fanno quello che fanno sempre i ragazzi: si divertono e cantano, bevono per le vie di Cagliari e ci credono un casino.

 "Un’altra lingua" è una bomba, quel tipo di pezzo introspettivo che riesce a parlare all'ascoltatore senza essere noioso, giocando sul contrasto tra il divertimento dei ragazzi e la malinconia.

La canzone è una bomba, quel tipo di pezzo introspettivo che riesce a parlare all'ascoltatore senza essere noioso, giocando sul contrasto tra il divertimento dei ragazzi e la malinconia dovuta a un’incomprensione generazionale rischiarata soltanto dal sentimento di famiglia e di appartenenza. Proprio come sembra voler esprimere Praci quando sul finale della canzone quasi sussurra: “Non resterai mai solo, drammi che vomito, mio frate è solido” sulle note della produzione di Enomoney, il fratello di Sgribaz che è anche il valore aggiunto del pezzo, a tratti non lontano dai lavori di Shune con Bresh.

Neanche il tempo di finire la canzone che torno a casa e mi ascolto tutti i loro pezzi disponibili in streaming, passando dalle skill e l’appartenenza di "Vipere II" alla melodia di "Homie" e mi accorgo delle differenze tra le due voci. Praci ha la attitude da rapper, colui che appare molto convinto di sé e fa l’equilibrista tra la parte razionale e quella creativa.

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Sgribaz, invece, ha un approccio più poetico e metaforico alla scrittura—in "Un’altra lingua" canta "La nostra storia dentro un quadro non si vuole appendere"—, capace di alternare ritornelli catchy e riferimenti a storie di vita vissute, tra bottiglie rovesciate a fine serata e storie d’amore andate male. È particolarmente interessante parlare del suo vocabolario, visto che nelle sue canzoni ci sono dei temi che si ripetono, quasi delle lenti simboliche con cui analizzare il mondo.

Tra tutti i temi, due sono molto significativi: la Chiave, protagonista di "Passepartout", che simboleggia la voglia di spalancare situazioni e opportunità in precedenza precluse e allo stesso modo vale come metafora della propria scrittura—la musica è la chiave per spiegare alle persone della sua vita e a tutti noi quanto non riuscirebbe a dire in un normale discorso. E poi c’è la Tempesta, intesa sia come evento negativo della vita che come situazione di noia ordinaria, in cui un fenomeno eccezionale può smuovere le acque—"Come tuoni in mezzo alla pioggia, come una città resta nascosta", canta in Passepartout.

Dopo l'ascolto, “Passepartout” di Sgribaz mi ha riportato a "Le città invisibili" di Italo Calvino.

Dopo l'ascolto, quest'ultimo verso di Sgribaz mi ha riportato a "Le città invisibili" di Italo Calvino e soprattutto alla sezione che riguarda Despina, una delle città del titolo: nel libro si racconta che è possibile raggiungere questa destinazione in soli due modi, per nave o grazie a un cammello. Chi proviene dal mare vede Despina proprio come una gobba di cammello, chi arriva dalla terra scorge invece una nave pronta a salpare.

Despina rappresenta così in pieno il ruolo della soggettività, delle peculiarità proprie dei soggetti e del loro sguardo, ma, allo stesso tempo, riporta al tema del desiderio—ad esempio, la fame di successo di Sgribaz—e del doppio, che potremmo intendere come bisogno di riuscita collettiva, del duo e del loro team. Praci e Sgribaz funzionano anche se presi singolarmente, è però quando si combinano che i brani si caricano di valore aggiunto.

"Sono fortissimi, sembrano la Wild Bandana dell’inizio", mi dice Alessandro, l'amico che mi ha introdotto alla loro musica. Quando penso alla Wild Bandana mi vengono in mente alcuni elementi fondamentali: una bella crew di gente talentuosa come Praci, Sgribaz, Enomoney, ma anche i ragazzi di Sassari con cui collaborano, ad esempio Low-Red, Luchetto, Cage.488 e Razer.Rah; un marcato talento lirico; in ultimo, una forte componente di appartenenza territoriale.

La Wild Bandana in effetti nasce in Liguria, mentre loro hanno scelto di chiamarsi Nuova Sardegna, rimarcando di trovarsi in una regione alquanto difficile per sfondare nel rap, a causa di limiti geografici e forse anche culturali, visto che troppo spesso gli approcci al genere sono stati o caricaturali o sin troppo legati all’appartenenza territoriale—specialmente se si considera che il sardo viene spesso considerato come una lingua meno musicale del napoletano, tanto per fare un esempio. Sgribaz e Praci invece sono semplicemente sardi e ne sono orgogliosi, ma questa appartenenza non è per loro un limite autoimposto, tanto che i loro pezzi funzionano lo stesso anche al di fuori del contesto isolano.

Se parliamo di attitudine, io non avrei nessuna remora a mandare i pezzi di Sgribaz e Praci proprio a Tedua.

È chiaro che ad oggi non sono ancora al livello della Wild Bandana, però Sgribaz e Praci sono agli inizi e hanno dimostrato di saperci fare e di piacere, vincendo tra l’altro diversi contest. Riascolto il "2020 Freestyle" di Tedua e sento: “"Non mandate spam di qualche ventenne perdente se non ha la metà dell'attitudine che avevo io alla sua età"; ecco, se parliamo di attitudine, io non avrei nessuna remora a mandare i pezzi di Sgribaz e Praci proprio a Tedua.

Quando finalmente li incontro in studio come prima cosa mi parlano del loro team: c’è un manager, un videomaker, c’è Dodo che ancora non ha un ruolo definito ma lo avrà presto, mi dice Sgribaz, riferendosi anche al documentario di Sfera su 'Famoso' e citandomi le parti in cui parla del suo team. Dodo è sempre il primo a parlare e intervenire, appena finiamo di ascoltare l'ennesimo nuovo pezzo; mi guarda e mi chiede conferma delle sue impressioni.

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Sgribaz dondola tra l’insicurezza e la piena convinzione nei propri mezzi, in più mi ha colpito molto il modo in cui si è descritto: sente di avere un’anima conscious e alla mia domanda, "in chi ti rivedi?", risponde prontamente "J Cole". Una risposta che da un lato mi sorprende, visto che, pur trattandosi di un gigante della scena, non è certo il primo esempio a cui penso un rapper italiano possa ambire, specialmente in questo periodo in cui i riferimenti sono soprattutto i nomi più nuovi della scena statunitense.

Tuttavia, mi accorgo che quanto mi ha detto in realtà ha molto senso, perché J Cole è un grande liricista, con un sacco di tratti che rivedo in Sgribaz, come ad esempio un'attitudine molto introspettiva, quasi old-school, e un'attenzione particolare alle relazioni amorose e umane. Passa qualche minuto, Sgribaz richiama la mia attenzione e mi fa ascoltare dei video su YouTube di Leto, il rapper francese, "Mi dicono che gli assomiglio, che ne pensi?"

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Se Sgribaz ha un’attitudine più moody e riflessiva, Praci appare al contrario fin da subito convinto e concreto. A una prima impressione, si potrebbe presumere che Praci sia qualche passo indietro rispetto al suo compare, ma poi Enomoney,  che nel frattempo ascolta silenziosamente quello che ci diciamo, fa partire i pezzi di Praci in preparazione, colmi di rapidi cambi di flow e un sacco di introspezione.

Praci tiene a sottolineare che in lui c’è una lotta continua tra una parte più razionale e quella  artistica, anime che non possono essere scisse e che compongono la sua persona. La prima volta che lo incontro in studio, con tutti gli altri, mi sono convinto che fosse un rapper con qualcosa da dire, con ottime capacità tecniche e un sacco di stile, ma al tempo stesso mi sembra la coscienza razionale del gruppo: è sempre lui a frenare i voli pindarici o anche i momenti di maggiore cupezza.

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Nell'occasione successiva, quando arrivo in studio c’è solo lui e ha appena finito di registrare: la sua voce parte su un type beat di Meek Mill e percepisco in pieno la parte artistica che lui sente strappare sempre più spazio a quella razionale, mentre mi fa immergere nella sua vita e canta del rapporto con sua madre. Pochi minuti dopo arrivano gli altri e Dodo  gli dice che è la cosa migliore che abbia mai scritto. Sgribaz si alza in piedi e con visibile emozione lo ringrazia per la decisione di fare musica assieme.

Sono momenti come questi quelli che mi confermano la fiducia che ho nella loro musica. L’anno tra l'altro è iniziato alla grande con un freestyle di Praci e soprattutto con "Passepartout" il nuovo singolo di Sgribaz dove apre il testo con una vera e propria dichiarazione di intenti: "Non mi basta più stare qua sotto a vedere gli altri crescere, homie, voglio avere una chance".

Continua dicendo "Sudo per gareggiare alla corsa, se hai già tutto non hai avuto niente" mentre corre tra stradine dissestate. È questa l’immagine che le giornate con Sgribaz, con Praci e Enomoney,  mi hanno lasciato in mente: voglia di correre e impegnarsi per fare in modo che il 2021 sia il loro anno, a tutti costi. Del resto, come direbbe Tedua, stanno scrivendo rime e vogliono spaccare, come unico obiettivo. Non vogliono mica farci credere "quelle due o tre stronzate d’artista, sai"?

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