droghe

Essere una tossicodipendente in recupero durante il lockdown

Come funziona l'assistenza ai tossicodipendenti in tempi di coronavirus? Ne abbiamo parlato con Silvia, che dopo una dipendenza dall'eroina è in terapia col metadone.
11 maggio 2020, 7:32am
ONLINE_EROINA

In Italia ci sono 570 SerD, ovvero servizi per la cura delle dipendenze afferenti al Sistema Sanitario Nazionale. Stando ai dati che mi ha fornito Alfio Lucchini di FederSerD, questi centri sono un punto di riferimento per circa 300.000 persone ogni anno—di cui i consumatori di droghe cosiddette pesanti sono circa 120.000. Gli altri, invece, hanno problemi con l’alcol, con il gioco, con i cannabinoidi e in misura minore con altri tipi di dipendenze, tra cui i social network e il tabacco.

I motivi per cui i consumatori di eroina si rivolgono al SerD sono diversi: liberarsi dalla dipendenza, risolvere problemi legali, richiedere sostegno psicologico o, più semplicemente, farsi somministrare metadone e altri succedanei per combattere l’astinenza da oppiacei (anche se l’assunzione di questi medicinali non sempre implica una disintossicazione dalla sostanza).

Nelle ultime settimane, anche i SerD hanno dovuto prendere delle misure per limitare il più possibile i contagi da coronavirus, e hanno ridotto in parte i servizi. Molti dei pazienti sono in condizioni di estrema difficoltà, e la dipendenza non è la condizione ideale per trovare pace tra le mura domestiche. Ho parlato di lockdown e recupero con Silvia (nome di fantasia), ex consumatrice di eroina che frequenta da anni un SerD di Roma.

VICE: Tu hai una lunga storia di dipendenza alle spalle. Me la racconti?
Silvia: Direi che la mia storia è molto simile a tante altre. Ho iniziato ad assumere sostanze durante l’adolescenza. Dai 15 anni in poi assumevo per lo più pasticche, acidi e cocaina, principalmente quando andavo a ballare. Poi ho introdotto anche gli oppiacei. All’inizio li usavo soltanto per mitigare l’effetto degli eccitanti, ma con il tempo ne sono diventata dipendente.

Da quanti anni sei in carico al SerD?
Ho iniziato ad andarci poco dopo la maggiore età, adesso ho 38 anni, quindi quasi venti. Ma ho attraversato diverse fasi, non sono sempre stata assidua. Per uscire da una dipendenza la determinazione non è sufficiente, è necessario che coincidano una serie di fattori della tua vita, anche esterni. Ad esempio un periodo come quello del lockdown, se facessi ancora uso, sarebbe complicatissimo da gestire.


Guarda un estratto dell'intervista:


Ecco. Quali possono essere le difficoltà per chi ha una dipendenza da eroina, in questo periodo?
La vita di un tossicodipendente è complicata, e in un periodo di quarantena naturalmente tutto si amplifica. C’è la difficoltà a procurarsi la sostanza, sia perché i pusher sono meno reperibili, sia perché alcuni consumatori devono percorrere molti chilometri per procurarsela. Anche il rischio di ripercussioni penali ovviamente si amplifica: essendoci meno persone in giro e più controlli, i movimenti di un tossicodipendente danno molto più nell’occhio.

Inoltre, procurarsi i soldi per molti è diventato impossibile, soprattutto per chi faceva l’elemosina per strada. Alla diffidenza di prima, ora si è aggiunta la paura del virus.

Cosa è cambiato nella gestione dei SerD, per limitare i contagi?
Quando possono, gli operatori cercano di prolungare il periodo di affido del metadone, per ridurre l’affluenza al centro ed evitare ulteriori assembramenti. Io, per esempio, andavo a prenderlo una volta a settimana, adesso vado ogni tre. Il paradosso è che in queste settimane una serie di consumatori che non erano in carico al servizio hanno iniziato a frequentarlo per via della difficoltà a procurarsi la sostanza. A quelli consueti, quindi, si sono aggiunti dei nuovi pazienti. E l’affluenza è rimasta comunque alta.

È cambiato qualcosa anche per il personale?
È sicuramente più difficile gestire la situazione, in un ambiente che è già di suo molto problematico. Ho assistito a episodi di tensione, persone che si rifiutavano di mantenere la distanza all’interno del centro, oppure arrabbiate per la quantità di metadone che era stata loro affidata. Inoltre, le sedute con gli psicologi e con gli educatori dei SerD sono diventate virtuali, e come immaginerai per molti non è così immediato trovare i mezzi e il tempo di connettersi. Anche questo influisce sulla loro stabilità, una seduta dal vivo non è comparabile a una digitale.

In che modo può influire sulla terapia un affido più prolungato del metadone?
Naturalmente gli addetti al servizio cercano di valutare le varie situazioni, bilanciare rischi e vantaggi. Per chi, come me, ha raggiunto una certa stabilità e non usa il metadone a scopo “ricreativo”, l’affido prolungato non è problematico. Ma per i soggetti più fragili c’è sempre il pericolo di abuso—nei giorni scorsi ci sono stati anche dei decessi—oppure c’è il rischio che vendano la loro dose per procurarsi dei soldi e poi vadano a chiederne dell’altro. Ad ogni modo, ai pazienti del SerD vengono fatte delle analisi tossicologiche periodiche, gli operatori possono sapere cosa assumono e in che misura.

Ci si può liberare anche del metadone? Tu hai intenzione di farlo?
Di base esistono due tipi di terapia, quella “a scalare” e quella “di mantenimento”. La prima contempla una riduzione progressiva delle quantità di metadone fino ad arrivare a zero. L’altra, invece, implica l’assunzione della stessa quantità per un tempo illimitato. La mia terapia è di quest’ultimo tipo, ma non è detto che non si possa interromperla. C’è bisogno di tanta calma, pace e forza di volontà, e con due bambini non è sempre facile. Ma ho intenzione di provarci molto presto.