Attualità

Dentro i centri antiabortisti in Italia dove si 'umiliano' le donne

In quelli che ho visitato, alle donne che chiedono informazioni sull'aborto vengono sistematicamente date informazioni false.
09 marzo 2020, 8:55am
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L'esterno dell'ospedale San Pio di Benevento. Foto dell'autrice.

Questa inchiesta è stata realizzata da openDemocracy.

Dopo tre squilli, mi risponde la voce di un uomo. Gli spiego la mia situazione: ho appena fatto il test di gravidanza e il risultato è positivo, ma di tenere il bambino non me la sento proprio. Non so cosa fare, ho cercato su Internet e le informazioni sono contraddittorie: c’è chi dice che un aborto causa danni psicologici e fisici, e chi dice che invece non ha conseguenze. A chi credere?

L’uomo non mi tranquillizza, anzi. Dice che le conseguenze sono “tante e fortissime,” sia a breve che a lungo termine. “Pare ci siano state pure delle morti,” aggiunge. Se voglio informarmi, meglio andare all’ospedale di Vigevano; lì c'è un ufficio, chiamato Centro di Aiuto alla Vita (Cav) con delle volontarie che mi possono spiegare meglio.

Quello che l’uomo all’altro capo del telefono non sa è che sono una giornalista, e che lavoro con altre colleghe a un’inchiesta di openDemocracy sotto copertura. Per nove mesi abbiamo contattato centri simili in diciotto paesi del mondo—presentandoci come donne incinte—e imbattendoci in una rete che veicola informazioni fuorvianti e manipolate sull'aborto, con l’obiettivo di scoraggiare le donne a sottoporvisi.

Qualche giorno dopo quella chiamata, comunque, sono nell'ospedale lombardo. Le responsabili del Cav, due volontarie, mi accolgono nel loro ufficio all’interno del reparto di ginecologia. Sono gentili, sorridenti, mi fanno sedere e mi invitano a raccontare la mia storia.

Dico di avere 29 anni, di essere italiana e di lavorare a Berlino da anni. La mia gravidanza è frutto di una rapporto non protetto e rappresenta un ostacolo alla mia carriera; per questo, ho deciso di abortire. Quello che cerco sono soltanto più informazioni sul procedimento, e sugli eventuali rischi di cui il loro collega mi aveva accennato.

“Ci sono due procedimenti principali,” dice una, “l’aborto chirurgico o quello medico.” Quest’ultimo termine però non le piace, poiché a suo dire non riflette la realtà delle cose. “Il termine medico indica qualcuno che cura, l’aborto invece significa uccidere,” spiega fissandomi negli occhi, senza mai smettere di sorridere.

Ciò che segue è un’ora e mezza di conversazione, in cui le volontarie mi raccontano storie di donne che dopo un aborto hanno sofferto di disturbi psicologici, o perso la fertilità, oppure rovinato per sempre la loro relazione con i futuri figli. Aneddoti di donne che hanno risentito psicologicamente e fisicamente di un aborto si susseguono a racconti più felici di chi, grazie alla gravidanza, è persino guarita dalla leucemia.

Le loro argomentazioni sono simili a quelle che le mie colleghe ed io abbiamo sentito in altri centri; va anche detto che non tutti ci hanno mentito o hanno cercato di manipolarci. Il Cav di Vigevano, come centinaia di altri centri al mondo, fa infatti parte della rete dei cosiddetti crisis pregnancy centers (Cpc, “Centri di assistenza per la gravidanza”). Si tratta di centri e reti collegati all’associazione statunitense anti-scelta Heartbeat International, a sua volta legato alla Casa Bianca di Donald Trump.

Negli Stati Uniti alcuni di questi sono stati ripetutamente criticati per aver occultato il loro orientamento religioso e anti-abortista—fingendosi cliniche “neutrali” per donne con gravidanze indesiderate. Ma mentre i Cpc sono ben conosciuti nel Nord America, le loro connessioni internazionali e le loro attività oltreoceano lo sono decisamente meno. Soprattutto in Italia.

Nel nostro paese, dal 2013 Heartbeat International ha una partnership con il Movimento per la Vita (Mpv), un’associazione cattolica fondata nel 1980 che ha i propri Cav sparsi su tutto il territorio (il primo è stato aperto a Firenze nel 1975, quando non era ancora stata approvata la legge 194 che ha depenalizzato l’aborto).

Dal 2013 al 2018, Heartbeat ha donato al suo partner italiano circa 80mila dollari. Nei registri del gruppo americano figurano più di 400 centri in Italia. Di questi, 14 si trovano in ospedali pubblici; molti altri in consultori familiari e centri di accoglienza. Altri Cav—come quello di Vigevano—sono invece catalogati da Heartbeat come sedi distaccate, ma svolgono attività di consulenze all’interno di ospedali. Nella sola Lombardia ne abbiamo contati 18.

In più della metà delle regioni italiane—tra cui Lombardia, Veneto e Sicilia—il numero di Cav supera il numero di strutture ospedaliere che effettuano un’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Uno dei casi più estremi è il Trentino Alto Adige, dove ci sono ben 17 Cav a fronte di sole sei strutture che fanno un’Ivg.

In Campania invece, dove solamente il 27,5 percento delle strutture con un reparto di ginecologia effettua un’Ivg, i volontari del Cav rappresentano un specie di ultimo ostacolo prima di poter parlare con un ginecologo. Ed è proprio lì che mi reco per vedere com’è la situazione sul campo.

Quando entro nella sala d’attesa dell’ospedale San Pio di Benevento (l’unico ospedale della provincia che effettua Ivg), trovo tre persone a vigilare il reparto di ginecologia dietro una grande scrivania. Come hanno scoperto le attiviste di Non Una Di Meno, la convenzione con l’ospedale è scaduta nel giugno del 2016 e non è mai stata rinnovata. Il Cav si è quindi spostato in un altro ufficio, ma i volontari continuano ad andare al San Pio ogni martedì e venerdì.

Davanti a loro, una fila di volantini mostra l’immagine di un feto con la scritta: “Mamma, perché vuoi fare quello che non vorresti? Ai tuoi problemi c'è sempre un rimedio, all’aborto no.” Le pagine successive spiegano le fasi di sviluppo dell’embrione durante le prime settimane, e descrivono la procedura di aborto con dettagli di questo genere: “stritolando la testa del bambino e smembrandolo.”

Quando ho girato il volantino a Silvana Agatone, ginecologa all’ospedale Pertini di Roma e presidente di Laiga (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78), l’ha descritta come “una manipolazione dell’informazione senza alcuna base scientifica seria.”

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Il volantino del Cav di Benevento

Queste tecniche—il linguaggio angosciante, i riferimenti a imprecisate ricerche e gli aneddoti per dissuadere le donne dall’abortire—non si limitano però all’Italia, e anzi sono utilizzate in numerosi centri in giro per il mondo.

In Sudafrica, ad esempio, un membro del personale ha detto a una giornalista che avrebbe potuto “uccidere un futuro presidente,” mentre in Ecuador è stato riferito che un aborto avrebbe potuto “distruggere l’utero.” In Spagna, la giornalista ha ricevuto la copia di un articolo in cui si diceva che dopo un aborto volontario una donna ha il 144 percento di possibilità in più di abusare dei propri figli.

Tramite openDemocracy abbiamo chiesto a Heartbeat International, che si descrive come una “federazione senza scopo di lucro basata sulla fede e composta di centri di assistenza per la gravidanza, cliniche mediche, case di maternità e agenzie di adozione,” un commento sulla nostra inchiesta.

Nella sua risposta, ha spiegato che gli affiliati “devono aderire ai principi di base che offrono alternative all'aborto e garantiscono la non-discriminazione. Tutte le altre questioni di politica e gestione interna sono a discrezione dei responsabili locali dei centri, che hanno la loro autonomia."

Il gruppo ha poi detto “ogni donna deve conoscere tutta la verità sull’aborto, che include anche i fatti sui figli mai nati,” e contestato la ricostruzione di openDemocracy. “L’esperienza dei nostri clienti è del tutto positiva,” precisa, “e un recente sondaggio sui clienti dei centri ha rilevato un tasso di soddisfazione del 99 percento.”

Anche il Movimento per la Vita ha difeso i suoi centri, mandando una risposta di quattro pagine in cui nega legami con “gruppi estremisti” e sostiene che le loro attività non sono “contro i diritti delle donne, la salute e la libertà.”

La presenza dei volontari del MpV all’interno degli ospedali, dicono, “è frutto di pubbliche convenzioni amministrative, regolate dalla legge.” L’associazione provvede alla loro “formazione continua” con “corsi e convegni di altissimo livello umano e scientifico.” Secondo il MpV, inoltre, “oltre 750mila donne sono state aiutate, accolte e sostenute in oltre 40 anni in Italia, [e] mai nessuna si è lamentata del nostro operato.”

Contrariamente a quanto scritto sul sito di Heartbeat, il Movimento per la Vita ha affermato che i loro centri “non sono affiliati a Heartbeat.” Si tratta di un semplice “accordo di collaborazione” finalizzato “alla conoscenza dei centri italiani all’interno della rete mondiale e al supporto alla formazione dei volontari.” Il MpV condivide però la visione di Heartbeat di una società in cui “l’aborto è impensabile.”

Nonostante le rassicurazioni contenute in queste risposte, il ricercatore Massimo Prearo— esperto di movimenti “no-gender” e co-autore de La crociata anti-gender—è convinto che queste associazioni puntino a “infiltrarsi nelle strutture sanitarie” per “smantellare diritti e conquiste ottenute dopo anni di lotte.” In pratica, secondo Prearo, questo tipo di attivismo si fonda “su un principio religioso mascherato da teorie pseudo-scientifiche.”

Anche i parlamentari di diversi paesi hanno criticato le attività di questi centri e si sono detti preoccupati dopo aver letto l’inchiesta di openDemocracy. Più di trenta tra eurodeputati e ministri a livello nazionale hanno chiesto provvedimenti per contrastare questa campagna, descrivendola come una “violazione etica che compromette la salute della donna.”

Ho provato a contattare anche gli ospedali in cui sono stata. Quello di Benevento non ha voluto rilasciare dichiarazioni; quello di Vigevano ha dichiarato che “questa azienda osserva scrupolosamente le norme stabilite dalla legge 194 [...] garantendo la possibilità di libera scelta alle donne assistite.”

Per quanto mi riguarda, ho avuto modo di vivere le difficoltà a cui possono andare incontro giovani donne. E devo dire che i volontari con cui ho parlato mi hanno accolto a braccia aperte, offrendomi il loro sostegno; non mi sento, quindi, di colpevolizzare i singoli individui spinti dal loro credo.

Quello che mi è molto più difficile accettare, tuttavia, è che una struttura pubblica lasci circolare al suo interno fatti che non hanno alcuna validità scientifica. Anche perché, come mi dice Irene Donadio di International Planned Parenthood Federation (Ippf, Ong che promuove la salute sessuale e riproduttiva), il risultato finale è quello di “brutalizzare” le donne e di “farle sentire in colpa per cercare di accedere ad un servizio garantito dalla legge da oltre 40 anni.”

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Guarda anche il nostro documentario sul Congresso Mondiale delle Famiglie del 2019 a Verona: