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Music by VICE

La musica italiana dovrebbe essere come Tutti Fenomeni

Merce Funebre di Tutti Fenomeni, prodotto da Niccolò Contessa aka I Cani, è un disco geniale—e anche la via d'uscita perfetta dal binomio trap e indie che appesantisce la musica italiana.

di Tommaso Tecchi
17 gennaio 2020, 8:47am

Screenshot via YouTube

Dove inizia la musica e dove finisce il meme? Ancora non l'abbiamo capito, dato il recente imperialismo di TikTok e il sempre più evidente impatto dei social media sull'industria discografica. L'ironia post-internet non riguarda però soltanto questioni come il marketing e l’hype, ma spesso anche lo stesso stile dei testi. E su questo versante gli esempi interessanti in Italia non mancano, come mi era capitato di scrivere in un articolo sul lol rap.

Sono tuttora convinto che Bello FiGo abbia avuto un ruolo chiave nella musica italiana dell’ultimo decennio e che la Garage Gang faccia solo bene a una scena a cui non farebbe male imparare a prendersi un po’ meno sul serio. E poi c'è Tutti Fenomeni, a cui però va messo accanto un asterisco. Ridurlo al puro voler far ridere non rende giustizia, descrive solo uno dei tanti effetti incontrollati generati dall’ascolto dei suoi brani.

Ridurre Tutti Fenomeni al puro voler far ridere non gli rende giustizia, descrive solo uno dei tanti effetti incontrollati generati dall’ascolto dei suoi brani.

Attraverso una serie di tracce quasi tutte leakate su Soundcloud o emerse da qualche dj set, Giorgio Quarzo sembrava voler cambiare il linguaggio della trap in Italia. Si trattava però solo di un falso allarme, o più probabilmente eravamo davanti ad un emergente che stava cercando la sua voce, fregandosene delle aspettative.

Negli ultimi mesi Tutti Fenomeni si è messo a collaborare con Niccolò Contessa de I Cani e dai suoi nuovi singoli—“Trauermarsch”, “Valori aggiunti” e “Qualcuno che si esplode”—ha svelato un palese cambio di direzione. Ora abbiamo finalmente un disco, Merce Funebre, e tutto è diventato più chiaro. Più o meno.

tutti fenomeni merce funebre
La copertina di Merce Funebre di Tutti Fenomeni, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Gli elementi principali ad essere cambiati dai tempi di "Per quanto ti amo", "Vuole soltanto me" e "Troppa vendetta" sono due: il genere musicale, non più rap o trap, e di conseguenza la scelta dei vocabili, meno “skrt” e parolacce. Che non si trattasse di un "rapper" nel senso tradizionale del termine si era però già capito ogni volta che è comparso al fianco dei Tauro Boys, o quella volta che lo abbiamo invitato a suonare a una festa e lui ha rifatto i suoi pezzi senza beat e facendo il karaoke sopra gli LCD Soundsystem.

Il sodalizio con Contessa ha fatto il resto e il risultato è una sorta di synth pop abbastanza vicino al suono di Aurora de I Cani, ma meno scintillante e più barocco per l’occasione. Le strumentali degli undici brani del disco non cercano mai di coprire le parole di Tutti Fenomeni e funzionano come dei fondali teatrali. E meno male, perché nonostante abbia in un certo senso messo da parte le lame, Tutti Fenomeni è uno degli autori più originali del nostro paese.

Tutti Fenomeni è uno degli autori più originali del nostro paese.

Tra le scelte più interessanti c’è il riferimento alla musica classica con l’intro che riprende la marcia funebre di Chopin, anticipando un’austerità con irruzioni assurde, e il “Rondò alla turca” di Mozart suonato da un basso in slap nel ritornello di “Trauermarsch”. Il resto del disco, a parte la semi-post punk “Marcel”, è composto quasi tutto da sequencer e drum machine, con qualche intramezzo di flauti e sax. Se nella prima metà del disco questa scelta di lasciare la musica sullo sfondo fa sembrare le strumentali meno degne di nota, da “Diabolik” in poi Contessa apre tutto, come direbbe Duccio di Boris, e Merce Funebre diventa un crescendo continuo.

È però grazie ai contenuti che accade la magia e che questo disco assume tutte le condizioni per diventare un cult. Chi si aspettava un revival di Franco Battiato fatto da un ex rapper non poteva sbagliarsi di più: Merce Funebre non si piega al tristemente limitato dualismo rap/indie della musica italiana di oggi e utilizza un linguaggio che può sembrare quasi datato, ma in realtà è qualcosa di diverso. È un disco fuori dal tempo, che però non poteva essere scritto in nessun altro momento se non a cavallo tra questi due decenni.

tutti fenomeni

Tutti Fenomeni fa un’operazione che sembriamo esserci tutti dimenticati: pesa le parole che usa, ne conosce il significato e l’etimologia, sa benissimo che anche solo un sinonimo farebbe crollare un’intera canzone. Del resto lo annuncia nella prima traccia “Valori aggiunti”, dicendo di non voler “più studiare solo dai riassunti". Ci suggerisce di smetterla di affrontare la cultura in modo superficiale e frettoloso. Uscendo, si spera, da più di una stagione discografica fatta di testi sul minimarket di quartiere e giochi di parole smielati non è poca roba.

Allo stesso tempo ci sono espressioni della lingua parlata che vengono inserite in modo apparentemente innocuo, ricevendo una sorta di legittimazione letteraria: tornando ai Tauro Boys, pensate al “di base no, ma potrebbe essere” di “Potrebbe essere”. Lo stesso vale per i “per quanto” e i “volendo” urlati nel ritornello di “Qualcuno che si esplode”. È anche per questa ripetizione fuori contesto di modi di dire quotidiani che, parlando di questi artisti, si tirano sempre in ballo i meme: il meccanismo è lo stesso.

Tutti Fenomeni fa un’operazione che sembriamo esserci tutti dimenticati: pesa le parole che usa, ne conosce il significato e l’etimologia.

Questo discorso rientra in una dinamica comune a tutto l’album, quello di mischiare il registro alto con il basso, il riferimento storico con la metafora calcistica. In “Diabolik” la frase “ti amo solo dopo il 91esimo” fa sembrare Tutti Fenomeni l’italiano medio che non caga la ragazza durante la partita della Lazio, ma poi la frase diventa “ti amo solo dopo le Colonne d’Ercole” e tutto diventa più romantico, nonostante stia esprimendo esattamente lo stesso concetto. Seguono lo stesso ragionamento l’immagine dei “libri di Proust accanto al bidet” di “Marcel” e l’intero testo di “Trauermarsch” dove una lista di illustri personaggi storici viene divisa tra le categorie rock e rap.

Un forte senso di scoraggiamento nei confronti del livello culturale italiano contemporaneo è reso esplicito dalla sentenza presente in “Mogol”—"dal punto di vista culturale almeno l’Italia è già fallita"—e lo stesso ritornello secondo cui “L’Infinito non l’ha scritto Mogol” può essere interpretato come un grido allo scandalo per il fatto che il paroliere/presidente della SIAE ha recentemente vinto il premio Giacomo Leopardi.

Il tema torna in “Diabolik”, dove afferma che “mediocri governano la nostra estetica”, e nel ritornello nostalgico di “Valori aggiunti”: “i poeti morti non tagliano il pane, non portano il cane, non hanno tatuaggi / i poeti vivi hanno gli aggettivi per gratificare i nuovi primitivi”. Quando Tutti Fenomeni punta il dito contro l'imbarbarimento intellettuale del nostro paese non scade mai nello snobismo e, anzi, sono diversi i momenti in cui esprime un’insicurezza propria a chiunque abbia a che fare per lavoro o per studio con materie artistiche o umanistiche.

In “Metabolismo” ammette di essersi prostituito “come la scienza e l’industria” perché “se non ti spogli non puoi dare l’esempio”, in “Trauermarsch” ci ricorda che “Enrico Fermi non ha fatto lettere”. In “Filosofia” questo concetto viene elaborato ulteriormente: l’intero brano sembra una critica (o autocritica) a chiunque intraprenda questo tipo di studi, pur sapendo che “l’unica filosofia che studi sono i milioni in banca di Jovanotti” e che qualunque tipo di impiego potranno fruttare non conterà mai come una vera esperienza, come fare ad esempio l’infermiere.

Quando Tutti Fenomeni punta il dito contro l'imbarbarimento intellettuale del nostro paese non scade mai nello snobismo.

Il ragionamento più profondo di Merce Funebre riguarda la nostra posizione nella società, in cui ci illudiamo di avere un ruolo attivo e dove il significato che diamo alla parola “libertà” è decisamente discutibile. L’idea è accennata in “Metabolismo”, dove si parla di “viscidi burattini (che) si fingono senza fili” e ammette lui stesso di illudersi ogni tanto: “a volte penso di avere voce in capitolo”.

In “Diabolik”, il brano migliore del disco, il conformismo e la poca incisività dell’uomo viene descritta attraverso un sogno e quindi una rimozione: "Ho fatto un sogno e mi sentivo un piccione, come il 95% di tutte le persone, forse il 99". In questa rassegnazione c’è però anche qualche vago incoraggiamento, come dimostra “Mogol”: "Io quando mi impicco penso positivo, ché prima o poi la corda si spezza e il giorno continua". Ma sempre in “Diabolik”, dopo aver affermato che “tramonta il sole anche nel giorno migliore”, arriva alla sintesi “triste quando è libero, triste nella prigione” (autocitando la propria “Modigliani Ultras”). Come se di fatto la nostra condizione sociale non influisca davvero sulla nostra vita, e quindi tanto vale rassegnarsi.

L’unica via d’uscita è l’amore, tematica disseminata in tutto il disco e raccontata in un dialogo ideale con una donna. E anche in questo caso Tutti Fenomeni sembra rendersi conto di qual è il problema principale del nostro tempo in ambito di relazioni e si impegna ad essere migliore. "vorrei eliminare il protagonismo per te”, dice. Sembra una cazzata, ma prendere atto del mondo in cui viviamo, del modo in cui comunichiamo e degli errori che può generare un comportamento tossico, può essere un buon punto di partenza per provare a diventare delle persone migliori. E pensare che eravamo convinti che Tutti Fenomeni volesse solo provocarci un po’ e farci ridere.

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Vai a vedere Tutti Fenomeni dal vivo:

12 marzo 2020 - Roma - Monk
13 marzo 2020 - Bari - Officina degli Esordi
20 marzo 2020 - Marghera (VE) - Argo 16
21 marzo 2020 - Pisa - Cinema Lumiere
27 marzo 2020 - Bologna - Covo Club
03 aprile 2020 - Milano - Serraglio
04 aprile 2020 - Torino - sPAZIO 211

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