francesca michielin

Non conosci davvero la storia di Francesca Michielin

Come si fa a vincere X Factor e poi collaborare con Charlie Charles, Fabri Fibra, Gemitaiz, Calcutta? Distruggendo tutti i cliché, come l’idea che una cantante debba per forza essere solo un'interprete.
26 marzo 2020, 12:43pm

"Da piccola chiedevo a mio fratello: 'Secondo te si può fare un album di dieci tracce di altrettanti generi diversi?'. Devo muovermi: se mi chiudessero in un genere solo, morirei".

Il percorso di Francesca Michielin è quello di una ragazzina che è diventata grande attraverso la musica. Vincitrice di X Factor nel 2011, quando aveva solo sedici anni ed era un’interprete, con gli anni ha saputo affermarsi come autrice di sé stessa. Oggi è una popstar trasversale, rispettata nell’hip-hop come nel pop mainstream, ed è una delle pochissime in Italia. È studiata: è al sesto anno di Conservatorio, e sa suonare chitarra, basso, tastiere, percussioni. E ha imparato a raccontare nei suoi testi la sua realtà, quella delle campagne di Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, dove è cresciuta.

"Ho avuto un'infanzia creativa e bucolica. Già da piccola scrivevo poesie e canzoni”, mi racconta. “A sei anni cantavo nel coro parrocchiale, a nove ho iniziato a studiare il pianoforte. A dodici gli ho affiancato il basso elettrico, perché mi annoiavo. Amavo i Red Hot Chili Peppers e il basso mi distingueva. Le ragazze studiavano canto o chitarra. Differenziarmi, tra l'altro, mi aiutò con l'autostima: prima ero una nerd impresentabile, presa in giro dai compagni", mi racconta ridendo.

"Alle medie ho iniziato a cantare in un coro gospel, ed erano gli anni in cui Mark Ronson produceva Amy Winehouse. Essendo cresciuta con interpreti dalle voci assurde, tipo Celine Dion, io—che ascoltavo jazz e avevo un timbro scuro—mi sentivo fuori posto. Con Amy capii che potevo cantare anch'io: scrissi persino un EP che nei sogni avrei dovuto far produrre a Ronson. Ovviamente, a parte un pezzo ( Honey Sun), niente di ciò è mai uscito. Finché il fonico del coro non mi segnalò a X Factor, a mia insaputa".

Partecipare le avrebbe cambiato la vita, ma era un'ipotesi che non aveva ancora messo in conto. "Seguivo la trasmissione per Morgan, ero fan dei Bluvertigo. Ma lì andai come in un campus: imparo il più possibile, e poi torno a casa. Ero convinta che sarei uscita presto, e quasi mi sento in colpa: non dico che stessi lì per cazzeggiare, ma ero rilassata".

"Amavo i Red Hot Chili Peppers e il basso mi distingueva. Le ragazze studiavano canto o chitarra."

Francesca è nella categoria Under Donne, con giudice Simona Ventura, suona Led Zeppelin e AC/DC. E, per quanto nessuno se lo aspettasse, vince. Le vorrei chiedere come si affronta, a sedici anni, il successo, ma la risposta è che non si affronta. "Sapevo che nella vita avrei voluto fare questo mestiere, ma pensavo di cominciare dopo le superiori. Per questo ho detto a Elisa—con cui all'epoca lavoravo—che sarei andata in studio a giugno, quando sarei stata in vacanza. Tutti hanno accettato la mia decisione, e devo ringraziare la Sony. Non mi hanno mai trattata come 'quella da spremere', anzi, hanno colto la mia sensibilità".

Intanto, dopo la vittoria esce "Distratto": una canzone d'amore sui generis, scritta per lei proprio da Elisa. "E non vedi che sto piangendo: / chi se ne accorge non sei tu, / tu sei troppo distratto": ho il sospetto che, con la strada percorsa, lei tenda a disconoscere questi inizi da interprete. Esci da X Factor, ti affibbiano un pezzo "scritto per te" da firme navigate e devi ubbidire. Col rischio, persino, di crearsi dei pregiudizi. "È ancora un pezzo bellissimo, dal vivo lo suono sempre", mi smentisce.

"Mi avevano chiesto se avessi inediti miei, ma ho pensato che il pezzo di Elisa fosse perfetto per me. La verità è che mi sentivo matura come compositrice, ma non come autrice di testi". Del resto, il 2011 non era un gran periodo per la musica. "Venivamo dalla crisi del mercato", ricorda Francesca, "in Italia c'era l'idea per cui la donna potesse essere solo interprete. E poi figurati: a casa mia vivevamo di musica internazionale, componevo in inglese... Non ero pronta."

Le domando che artisti ascoltasse, e spalanca il sorriso. "Giuro, di tutto. Papà ha una collezione di dischi progressive, mamma della Motown Records, mio fratello più grande viene dal grunge. Io sono rockettara, metallara, ho amato il crossover e il funk rock. In prima superiore ho scoperto For Emma, Forever Ago dei Bon Iver, che mi ha cambiato la vita. Poi nel 2012 sono arrivata all'indie italiano: Maria Antonietta, Dente, Brunori. E poi Lucio Battisti, che per la sua attualità resta il massimo del pop".

"Nel 2011 in Italia c'era l'idea per cui la donna potesse essere solo interprete. E poi figurati: a casa mia vivevamo di musica internazionale, componevo in inglese... Non ero pronta".

Dalle giornate in studio con Elisa rimane l'album Riflessi di me, del 2012, nel solco di "Distratto." Poi Francesca entra in standby: fa pratica come autrice firmando canzoni per altri, ma non pubblica dischi. "Cigno nero" di Fedez, di cui canta anche il ritornello, l'ha scritta lei. Si mette al lavoro sul suo secondo disco solo nell'estate del 2014, quando finisce il classico. Si chiama Di20 e, ascoltato oggi, è pieno di pezzi strani. "Battito di ciglia" è più vicino a Lorde che al classico pop italiano, complice il fatto che Francesca comincia ad avere autonomia.

Ma il salto arriva col secondo posto a Sanremo 2016, con "Nessun grado di separazione." "Era un pezzo più classico rispetto a quelli di Di20, temevo non mi rappresentasse. Così lavorai di sottrazione sulla produzione". E quel sound, applicato a un impianto tradizionale, diventerà la sua cifra. Anche se, per il momento, a vincere sarà il testo scritto da lei: "È la prima volta che mi capita / prima mi chiudevo in una scatola".

Su IoDonna, lo aveva descritto come un viaggio nei suoi sogni nel cassetto. "È vero, e quei primi versi raccontano una presa di coscienza. Sono io sul palco dell'Ariston che dico: 'Ehi, questa sono io, e adesso vi canto veramente di me'. Non avrebbe avuto senso cantare una storia d'amore totalizzante che a vent'anni neanche avevo vissuto, e nemmeno un testo impegnato". E poi, appunto, il rivolgersi a più pubblici, anche nel testo: "In quel pezzo un sociologo vede la teoria dei sei gradi di separazione, un bambino il pezzo che può cantare con gli amici, una coppia la loro storia d'amore. Ed è questo il bello", confessa.

A vincere, alla fine, sono gli Stadio, che rinunciano all'Eurovision. Ci va lei, mentre Di20 ottiene il disco d'oro e lei si gode un anno in orbita. "Tendo sempre a sotterrare il passato e ripartire," dice però del capitolo successivo della sua carriera.

"A 21 anni ho fatto X Factor, Sanremo e l'Eurovision—e adesso? Il passo successivo era un disco 'mio', da cantautrice."

Quando parliamo di 2640, il suo terzo album uscito a gennaio del 2018, le si illuminano gli occhi. "È l'inizio di una nuova fase della mia vita", mi fa. Per molti, è stato il disco che l'ha liberata dell'etichetta di "quella di X Factor". "In effetti", riflette, "adesso quasi nessuno ci fa più riferimento". Merito di pezzi r'n'b come "Comunicare", di altri vicini all'indie italiano come "Io non abito al mare". Con testi per la prima volta quasi tutti firmati da lei: "Se non sto volando / allora cosa cazzo sto facendo?"

"Mi sono detta: a 21 anni ho fatto X Factor, Sanremo e l'Eurovision—e adesso? Il passo successivo era un disco 'mio', da cantautrice". Per questo, decide di farsi dare una mano da Calcutta e Tommaso Paradiso. "Ma non è una 'svolta itpop'. All'epoca quel termine non esisteva neanche, sono stata una delle prime popstar a collaborare loro". E probabilmente, ci diciamo, è questo pescare da contesti diversi, riducendo tutto sul piano mainstream, la forza di 2640.

La copertina di 2640 di Francesca Michielin, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Calcutta, poi, ha avuto un ruolo decisivo anche a livello umano. "Siamo amicissimi, per mia madre è una specie di figlio adottivo. A dicembre del 2016 ero a un suo live e a fine concerto ci siamo ritrovati sul palco. Gli ho confessato le mie idee, e che mi sarebbe servita una sua mano per i testi. Ma per lui potevo farcela da sola, dovevo credere nella mia sensibilità. E aveva ragione, per quanto mi abbia dato molte dritte, tipo suggerirmi Cosmo per 'Tapioca' mentre insieme abbiamo scritto 'Io non abito al mare'."

A Vanity Fair, all'epoca, lei diceva di voler rompere con l'immagine della "Franceschina angelica": anche lei poteva incazzarsi, bastava parlasse di sé. "Ho dovuto abbattere dei cliché, e forse così mi sono costruita una credibilità. Se di credibilità si può parlare, a 25 anni. Però ho sempre detto la mia in fase di lavorazione: prima magari solo sugli arrangiamenti, però. Con 2640 ho fatto tutto io".

"Ho dovuto abbattere dei cliché, e forse così mi sono costruita una credibilità. Se di credibilità si può parlare, a 25 anni."

E sarà per questo, allora, che l'album è davvero una sua carta di identità. "Dentro c'è la mia vita: la Formula Uno, il cibo, i ricordi dell'infanzia. Quando ho presentato le demo ai discografici erano entusiasti. E mi sono sentita libera: finalmente non c'erano più delle regole, potevo lavorare ai pezzi come mi pareva. Certo, era cambiato il contesto: prima le canzoni italiane parlavano solo di un amore universale, ma intangibile; adesso un testo sul videonoleggio che chiude e di come ciò per me sia un dramma, invece, si può scrivere. E mi rappresenta".

"Noleggiami ancora un film", per esempio, è un insieme di ricordi dell'infanzia: il walkman, "A mille ce n'è", la Playstation. E poi: "Voglio tornare a casa / guardare la Formula uno / sì, che mi piace / non me ne vergogno". Qual è il problema? "Nessuno, è questo il punto. Per una vita mi sono sentita dire: 'Ma non ti addormenti durante il Gran Premio?’ Invece no, cazzo. A me piace, e adesso faccio un brano in cui lo racconto".

Il pezzo è "Alonso", dedicato all'ex pilota della Ferrari Fernando Alonso, ma anche ai genitori di Francesca. "Ricorda la famiglia / è la cosa più importante. / Ti dicono di no / ma ci ritornerai per sempre". "Con i miei ho un bel rapporto. Sono giovani, di mentalità aperta, multiculturali. Prima dell'esame delle medie, mio padre mi disse: 'A me non interessa con che voto uscirai, ma che tu conduca una vita pensando anche agli altri'. Poco dopo mi mandò a fare volontariato a Parigi, e fu un aggiornamento di sistema. Da allora per me non contano i risultati, ma l'armonia col prossimo".

Al calcio, invece, dedica "La Serie B", sulla retrocessione del Vicenza del 2001. "Però tifo anche Juventus", specifica. "Amo studiare i calciatori dal lato umano. Per esempio: a me sta simpaticissimo Higuaín, l'attaccante della Juve che l'anno scorso era in prestito al Milan; quando abbiamo giocato contro ricordo che ha perso le staffe, e ci sono rimasta male. Mi dicevo: 'Ma pensa questo che si è rovinato la serata così...'".

"Prima dell'esame delle medie, mio padre mi disse: 'A me non interessa con che voto uscirai, ma che tu conduca una vita pensando anche agli altri'."

E poi, appunto, "Comunicare". "L'ho scritta in una notte, quando gran parte del disco era pronta. Per me la comunicazione è l'unico problema di questo momento storico, quindi ho fatto questo flusso di coscienza sulla mia vita—relazioni, mamma che mi accompagna a prendere il treno, i miei occhi a mandorla".

In mezzo, ci sono anche delle confessioni: "In discoteca non sono mai andata a ballare / perché non si riesce a fare altro che limonare". "Non sono mondana", scherza. "Viaggio tantissimo, però. Amo il Primavera Sound, perché puoi andarci in ciabatte, al contrario del Coachella, che è più fighetto". Comunque, insiste, "Comunicare" è stata importante: "È un pezzo R&B con fluidità di linguaggio, flow, allitterazioni: una formula che ho approfondito in Feat".

La copertina di FEAT (Stato di Natura) di Francesca Michielin, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Lo scorso ottobre dalle campagne di Bassano del Grappa Francesca si è trasferita a Milano. "Le uova del supermercato sanno di cartone, non sono come quelle che mi portava mia nonna", dice. "All'inizio l'impatto è stato terribile: tempo brutto in città, conservatorio nuovo, amici lontani. Ora va meglio, anche perché vivere da sola mi sta emancipando".

E casa vecchia? "Bassano è un posto multietnico, che mi ha resa ciò che sono. Io sono cresciuta nella comunità ghanese del posto, ho avuto fratelli in affido dal Senegal e facevo il ramadan coi miei amici musulmani. Ma nello spettacolo ho sofferto il pregiudizio per cui, se sei veneta, bestemmi, ti ubriachi e sei 'fredda'. Sono luoghi comuni, siamo solidali anche fra culture diverse".

"Nello spettacolo ho sofferto il pregiudizio per cui, se sei veneta, bestemmi, ti ubriachi e sei 'fredda'. Sono luoghi comuni, siamo solidali anche fra culture diverse".

Il trasferimento dalla natura alla città ha dato il via a FEAT (Stato di Natura), un concept sull'incontro fra lei e artisti della scena rap, urban e pop, ma anche fra ambiente e civiltà. È tutto su coordinate libere, dall'alt-rock di "Stato di natura" al reggae felpato di "Sposerò un albero." La continuità, mi dice, la assicura lei. "Sono un albero in una metropolitana / piena a mezzanotte e quaranta", canta in "Riserva Naturale": "Ho unito i suoni che mi fanno pensare alla natura, come strumenti acustici o body percussion, con la dialettica urban, ovvero il flow di parole di 'Comunicare'. Io sono cresciuta col crossover, ho fatto come Anthony Kiedis: che non è propriamente un rapper, ma coi Red Hot rappa".

Non è la prima volta che Francesca collabora con i rapper. Nell'estate del 2018 aveva cantato "Fotografi" con Fabri Fibra e Carl Brave, e anche lì aveva preso di traverso il concetto di hit estiva—"era un pezzo fresh, non un reggaeton". Eppure è con Feat che tocca davvero il genere. Fa "rap" lei, dicevamo, e anche parte degli ospiti: Gemitaiz, Shiva, oltre agli stessi Carl Brave e Fibra. Fred De Palma ormai è una popstar, e i Coma_Cose sono lì a metà.

Il dubbio è se Feat sia un'operazione che rafforzi la trasversalità della sua proposta sdoganandola al pubblico dell'hip-hop. "Ma questa dinamica non funziona", mi blocca lei. Semmai, dice, l'album è un'oasi in cui ognuno esce dalla zona di comfort. "Fibra canta 'Monolocale', che è un pezzo gospel: non mi aspetto che i suoi fan lo seguano fino a qui. Shiva viene dalla trap, ma insieme abbiamo fatto 'Gange', che è un pezzo evergreen, e non credo piaccia per forza ai suoi ascoltatori. Questo disco non è un modo per dire: 'Adesso va di moda la trap, e allora faccio trap'. Sarebbe una strizzatina d'occhio, e non sarei credibile. Qui sperimentiamo".

La trasversalità, allora, è chiara nelle produzioni. Su tutte in "Cheyenne", dove alla regia c'è Charlie Charles. "Della trap apprezzo il minimalismo delle basi, le progressioni armoniche, l'uso dell'autotune. Ho lavorato con Charlie perché 'Cheyenne' è un pezzo classico nella scrittura, e volevo intervenire per sottrazione nella produzione. I pezzi pop di solito sono iper-prodotti, con soluzioni che secondo me neanche servono. Io cercavo una direzione moderna, e quindi ho pensato alla trap, dove si lavora per sintesi. E questo pezzo, alla fine, piace: a chi mi segue da sempre perché non intacca la mia identità; a chi è fan dell'urban perché è scritto anche con Mahmood; e ai musicisti 'puzzoni', in fissa col suono minimale".

"Questo disco non è un modo per dire: 'Adesso va di moda la trap, e allora faccio trap'. Sarebbe una strizzatina d'occhio, e non sarei credibile. Qui sperimentiamo".

La title-track è un inno femminista: "Non è nella mia natura / farmi fischiare per strada / come fossi un cane". "Mancano le alternative, serve educazione. Bisogna far capire alle bambine come lo ero io che la bassista esiste, è una professione: non è una roba da maschi. Credo che le quote rose siano un concetto sbagliato in sé: una persona deve stare dove merita, indipendentemente dal sesso. Però a livello formativo servono. Quando vedo line-up con tre donne piuttosto che dieci... non posso credere che non ci fossero dieci artiste valide da inserire".

Così, a quasi dieci anni dalla vittoria di X Factor, Francesca parla quindi del ruolo che lei e le sue colleghe hanno nell'educazione del pubblico al femminismo, alla lotta al patriarcato. Sembra passata una vita da quando era poco più che una bambina e cantava "Distratto". I pregiudizi, se c'erano, sono abbattuti. E il pubblico è sempre più vasto, affezionato, rispettoso. "Degli esordi mi rimane la centralità di comunicare, la necessità di farmi capire. Non è detto che una canzone debba piacere davvero a tutti, ma posso partire da un qualcosa di 'mio' e riempirla di significati, appunto, trasversali. Per il resto, odio le etichette, l'omogeneità. Da piccola chiedevo a mio fratello: 'Secondo te si può fare un album di dieci tracce di altrettanti generi diversi?'. Devo muovermi: se mi chiudessero in un genere solo, morirei".

Francesca Michielin si esibirà il 20 settembre al Carroponte di Milano.

Patrizio è su Instagram.

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