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Questo libro su com'era fare il chirurgo nell'Ottocento ti darà i brividi

"L'assistente è morto di cancrena, il paziente anche, e lo spettatore di paura. Percentuale di mortalità: 300 percento."
30.10.17
Immagine via Wikimedia Commons.

The Butchering Art è il primo libro della storica della medicina Lindsey Fitzharris, e racconta la vicenda di Joseph Lister, un chirurgo britannico del diciannovesimo secolo che a un certo punto della sua carriera ebbe un'idea folgorante: forse non era il caso di lasciar morire così tanti pazienti di infezioni post-operatorie.

Il libro è pieno di dettagli cruenti dei giorni antigienici della medicina, quando molti ospedali avevano "l'odore inconfondibile di carne marcia, che quelli del mestiere amavano chiamare gioiosamente il buon vecchio puzzo d'ospedale," e i medici passavano da un intervento all'altro con "pezzi di carne, interiora o cervella" spiaccicati addosso.

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Originaria di Chicago, Fitzharris si è trasferita nel Regno Unito per studiare storia della medicina a Oxford; in seguito ha lanciato il blog "gore" The Chirurgeon's Apprentice e il canale YouTube Under the Knife, in cui esplora gli aneddoti più divertenti, dal sangue delle trasfusioni al piscio da bere. Abbiamo chiamato Fitzharris poco prima del lancio del libro al Mütter Museum di Philadelphia, che da quello che l'autrice ci ha detto con grande eccitazione contiene reperti come una collana di verruche genitali e un tumore ovarico da più di 30 chili.

VICE: Ti riassumo quello che ho colto dal tuo libro: la chirurgia nell'epoca vittoriana consisteva in fiumi di pus e sporco, ed è un miracolo che il genere umano sia sopravvissuto. Ti torna?
Lindsey Fitzharris: Perfetto. È strano perché col passare del tempo si può ridere di tutto, ma queste erano persone reali che rischiavano effettivamente di morire, e a cui magari sono state segate le gambe.

Con il chirurgo giusto però poteva anche volerci meno di un minuto.
È per questo che [ il chirurgo] Robert Liston era così popolare. All'inizio volevo che il libro fosse su di lui, perché era un personaggio fondamentale per la medicina del 19esimo secolo. Ma non è stato veicolo di nessuna vera trasformazione. Era rapidissimo, però. Prima di operare diceva, "Cronometratemi, signori." Era un tizio enorme, altissimo, molto diretto nel modo di fare. Era anche molto forte. Una delle mie storie preferite parla di un suo paziente che deve essere operato e, mentre sta per salire sul tavolo operatorio, all'ultimissimo minuto ci ripensa e scappa a gambe levate.

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Una decisione abbastanza sensata.
Molto sensata. Si è chiuso in un armadio e Liston, giusto per aggravare il tutto, gli è corso dietro, ha distrutto l'anta e ha trascinato il poveretto in sala operatoria. Ti immagini se succedesse oggi? Il chirurgo che ti insegue per l'ospedale e ti riporta in sala operatoria?

È la volta che ha tagliato le dita a un assistente?
No, quella è un'altra. Durante un'operazione andava così in fretta che ha tagliato tre dita di un assistente. E ha squarciato il camice di uno spettatore cambiando strumenti. L'assistente è morto di cancrena, il paziente è morto di cancrena, e lo spettatore è morto di paura. Unica operazione chirurgica nella storia con una percentuale di mortalità del 300 percento.

Pare che per essere un medico di successo nel 19esimo secolo dovessi essere uno psicopatico. È così?
Penso di sì. E non solo per il dolore che dovevi infliggere ai pazienti. Ma perché ti esponevi tu stesso a grossi pericoli. Era prima che si scoprisse l'antisepsi. Gli studenti di medicina dissezionavano cadaveri che non erano conservati in ambienti sterili—a volte venivano semplicemente disseppelliti e avevano varie malattie infettive. Ci sono un sacco di storie di studenti di medicina che si tagliano un dito e poi si infettano senza rendersene conto con i batteri dei cadaveri, vanno in setticemia e muoiono nel giro di qualche giorno. Era una professione con una mortalità altissima. E se riuscivano a diventare medici, non venivano nemmeno pagati così bene. Quindi sì, dovevi essere un po' folle per fare il medico.

Le mie parti preferite del libro sono quelle dei piccoli dettagli, le storie di contorno… Tipo il medico che succhia il sangue da una ferita al collo del paziente.
[ Ride] Mi fa impazzire anche quella.

Dal modo in cui lo descrivi—cito, "Dopo tre boccate, il polso del paziente ha accelerato"—potrebbe essere vampire porn.
Assolutamente!

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C'è anche uno che ha perso un testicolo mentre gli amputavano una gamba, giusto?
Erano cose che succedevano. Immagino che se ti facevi amputare una gamba nel 19esimo secolo, perdere un testicolo era ancora un buon risultato. Non morire era un buon risultato. Dovevi ambire al meno peggio, in quel periodo. Potevi romperti la gamba e morire.

Perché queste cose ci affascinano così tanto? Non può essere solo perché sono gore. È per il fatto che possiamo farci così tanto male a vicenda pur con le migliori intenzioni?
Può essere. Tentando di salvare vite abbiamo fatto un sacco di morti. Ma penso anche dipenda dal fatto che il dolore è un'esperienza universale, una cosa che capiamo tutti. E ci connette a un passato che altrimenti non conosceremmo. La vita è molto diversa da allora. Ma tutti conosciamo il dolore. Capiamo il dolore fisico, e la disperata speranza che i nostri medici siano in grado di salvarci. È questo che attrae le persone.

Hai paura dei medici?
Non tanto. Mia madre ha avuto il cancro al seno. Il libro è uscito il 17 ottobre, anniversario della doppia mastectomia di mia madre. Ero con lei il giorno dell'operazione, e facevo ricerca sulle mastectomie del 19esimo secolo. Allora ci voleva un'ora e mezza di scavo nel tessuto mammario, mentre tu stavi lì a soffrire. Quando si è svegliata, le ho raccontato tutto. "Vedi quanto sei fortunata?"

Come l'ha presa?
Mi ha detto, "Sei una figlia tremenda."

Sei di quelle che ai pranzi col parentado arriva e dice, "Lo sapete che le dentiere le facevano coi denti dei criminali impiccati?" e i tuoi parenti, "Ma non puoi parlare di sesso e politica?"
Sempre. Mi odiano. Hanno paura di me, quando arrivo a casa. E non è solo la mia famiglia. Qualche giorno fa ho fatto un'altra intervista, al Ritz di New York, e mi sono resa conto di essere nella lobby di un hotel superlusso, e parlare a voce altissima di gente a cui venivano mozzati i testicoli. Mi fissavano tutti. Ma davvero, il mio fine è di offrire storie orripilanti alla gente in modo che quando si troveranno a una festa con niente da dire, o intrappolati in una conversazione da cui non sapranno come uscire, potranno tirar fuori la storia dei testicoli o che il Listerine all'inizio veniva venduto per curare la gonorrea, e liberarsi degli interlocutori.

A proposito, io nemmeno sapevo che si potesse perdere il naso per la sifilide.
Succede se non la curi, al terzo stadio. Durante il 18esimo e il 19esimo secolo la malattia era così diffusa e così tante persone perdevano il naso che a Londra è nato un club in cui potevi ritrovarti con le altre persone senza naso e brindare alla sifilide. C'è un ritaglio di giornale in cui si parla di questo club e del tizio che l'ha lanciato, e a un certo punto il pezzo dice, "Alla fine è morto, come morirete tutti." Purtroppo, il club è morto con lui.

Questo articolo è tratto da Tonic.