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Discografia segreta dei Cure

In quarant'anni di carriera, Robert Smith e compagni hanno rivoluzionato la musica: abbiamo raccolto i loro dischi più sottovalutati in attesa di un nuovo album.

di Demented Burrocacao
18 luglio 2018, 8:51am

Mettiamola così: mi succede raramente di avere un desiderio incredibile di andare a vedere concerti-evento irripetibili. Pronuncio fra me e me un sereno “sticazzi” mentre vedo gli altri partire, farsi ore di aereo per i loro beniamini o spendere fior di quattrini per vedere, che ne so, Beyoncé. Il 7 luglio scorso, però, ho rosicato.

I Cure festeggiavano quarant’anni dal primo disco e io sarei dovuto essere a Hyde Park, perché lo sanno anche i sassi che sono una di quelle band che mi hanno cambiato la vita e dato una nuova prospettiva musicale. Finalmente ascoltavo un gruppo a cui non fregava un cazzo di niente, che nei pezzi ci infilava tutto e il contrario di tutto. Grazie a loro in tenera età ho letto Kafka, Camus, Sartre. A tredici anni sono andati a vederli al tour di Disintegration a Roma, con una maglietta che avevo fatto io personalmente con l’Uni Posca. In quell’occasione, oltre a spappolarmi il cervello, hanno fatto una versione di dodici minuti di "Faith" dedicata alle vittime di piazza Tienanmen (era l’89), palco rosso sangue, uno sbrago emotivo che ricorderò per tutta la vita.

Nei live sono sempre stati al limite, come quando il bassista Simon Gallup faceva fischiare il suo ampli con bordate di feedback come fosse una versione punk di Jaco Pastorius, o come quando a volte improvvisavano brani a caso nello stupore generale. Infatti da questo concerto londinese mi aspettavo fuoco e fiamme; poi però ho letto la scaletta e mi sono detto che potevano osare di più, con lo sterminato canzoniere che hanno. Ma, per mettere d’accordo tutti, la cosa più rapida da fare è dare al pubblico quello che vuole, magari con dei brani più festaioli, vista la ricorrenza.

In realtà, i Cure hanno sempre fatto il contrario di quello che la gente si aspettava, e la mia reazione conferma questa regola. Ci sono dischi eccezionali che si ricordano due persone, esperimenti che hanno funzionato in parte ma coraggiosi, album rivalutati solo dopo anni e anni. Anche le loro cose più commerciali non nascono da un calcolo a tavolino, ma giusto per infastidire chi li voleva e ancora li vuole rinchiusi in un’etichetta, qualunque essa sia. Insomma dei tipi francamente poco prevedibili.

In occasione di questo quarantennale ho quindi deciso, da fan sfegatato, di proporvi una carrellata (anzi, una curellata) di album e incisioni che per la loro controversia sono a mio avviso fondamentali: roba tosta che a volte non ha ricevuto il giusto plauso, a volte è persino sconosciuta. Ma siamo qui, citando "The Top", per lanciare la trottola, giusto? E allora andiamo al sodo.

Carnage Visors (1981)

È il 1981: i Cure sono nel pieno della loro era gotica, dopo un inizio ancora derivato dal punk distorto come Three Imaginary Boys e la sbandata wave al gusto minimal synth di Seventeen Seconds, che è a tutti gli effetti il primo capitolo della trilogia della morte. La pubblicazione di Faith rappresenta però il momento in cui i nostri cesellano il loro suono e definiscono la loro interpretazione del genere gotico, abbandonando distorsore prima e chorus poi. Indugiano invece su muri di flanger e riverberi da cattedrale gotica (appunto), portando a uno step superiore le batterie minimali e ipnotiche del disco precedente, puntando molto sulla tribalità, sul rito pagano, sui sintetizzatori a pad che suonano come una carezza fredda, una specie di solarizzazione del nero da effetto Fata Morgana (come nel capolavoro “The Funeral Party”), con echi forse delle opere per organo di Bach.

Critica e pubblico oggi considerano Faith come un disco fondamentale, anche se all’epoca c’era gente che ne attaccava spietatamente l’alone religioso dicendo (citando un giornalista del periodo) “una volta il rock era farsi tazze di droga e più ragazze possibile…”. Nel disco, al contrario, si pone volutamente l’accento su ben altro: non tanto sulla religione in sé quanto sull’esistenzialismo, sull’affrontare l’idea della morte, sulla violenza inconsapevole e sugli amori idealizzati e quindi morti in partenza ( Faith contiene più di una citazione da La Nausea di Sartre, per dire).

Questa violenza repressa redenta dalla fede nel nulla riappare anche in un disco parallelo a Faith: Carnage Visors. I Cure, infatti, sperimentano da questo momento una differenziazione tra la cassetta e il vinile. Nell'edizione vinilica di Faith la durata è quella di un LP normale, la cassetta invece va oltre il minutaggio consentito e contiene, nel lato B, proprio quest’opera che a tutti gli effetti rappresenta un capitolo e un’uscita a parte. Carnage Visors è la colonna sonora di un video del fratello di Gallup, Ric, che veniva proiettato prima dei concerti. Un video che già dal titolo risulta ostico e di cui sono rimasti pochi frammenti, roba in stop motion astratta e visionaria. In sé, Carnage Visors è una lunga e lenta suite strumentale di ventotto minuti e rotti in cui basso e chitarra si snodano serpeggianti dipingendo paesaggi deserti, con una drum machine di strano gusto simil Detroit che risuona marziale per tutta la sua durata. Potremmo definirla una sorta di versione new wave dei Drecxya, che probabilmente si sono ispirati anche a quest’album per le loro intuizioni sonore; mentre lì vige un mondo subacqueo, qui è la terra nera a trionfare. Un lungo cammino verso una landa promessa che non esiste, in pratica quella del subconscio.

Non disdegna momenti funk, presenti in quella che potrebbe definirsi la cesura tra il primo movimento e il successivo, con un basso che pulsa improvvisamente in levare tra lisergici sintetizzatori a dente di sega che ricordano un po’ il Richard Wright di “Welcome to the Machine” (non a caso molti indicavano i Cure come i Pink Floyd degli anni Ottanta). Poi eccola aprirsi in un momento dream di assoluta e disarmante dolcezza, che in un certo senso riporta alla mente i primi Cocteau Twins risucchiati in gorghi new romantic, così come atmosfere nebulose proprie di Faith. L’aspetto più interessante del disco, però, è il sentore d’improvvisazione modulare che pervade l’esecuzione, una specie di esperimento impro-goth, che in effetti è un campo poco se non per nulla battuto, la cui resa è semplicemente perfetta.

Dieci e lode, quindi. Non a caso Carnage Visors sarà spesso commercializzato come pezzo unico in diversi bootleg e da un bel po’ appare anche nell’edizione deluxe di Faith, in cui si rende finalmente giustizia all’incisione.

"Airlock" (1982)

Tredici minuti abbondanti di delirio, "Airlock" (con sottotitolo "The Soundtrack") era una traccia che veniva diffusa prima dei concerti del periodo Pornography per scaldare l’audience. O, per meglio dire, per farla sbroccare e quindi costringerla a entrare in quella dimensione di follia che è appunto il disco succitato.

Pornography, come penso sappiano tutti, è uno dei dischi più influenti di sempre nella storia dell’anti-rock, in cui la furia nichilista del terzetto, dopo la contemplazione esistenziale di Seventeen Seconds e Faith, finalmente viene in superficie. Un disco saturo di malattia, un viaggio all’interno della schizofrenia (come ben descritto dalla maniacale “A Short Term Effect”) e dalla schizofrenia ispirato.

Partendo dall’assunto che la pornografia è appunto quello che noi vogliamo sia, quindi tutto può esserlo, anche un semplice battito di ciglia, i Cure con assoluta naturalezza tirano fuori il peggio di loro, sicuri che saranno perdonati. Suoni al limite dell’harsh noise più cacofonico, claustrofobia da internamento, bad trip di LSD che puntualmente era consumato durante le session che, come dice la leggenda, diventarono sempre più violente tanto che la band arrivò presto al capolinea in malo modo, fino a venire alle mani. Un disco intenso e spietato, quindi, la cui appendice è l’aspetto sperimentale che, seppur presente in Pornography in maniera deflagrante come nella devastante title track, è ben dosato e legato al formato canzone.

Quest’aspetto sperimentale lo troviamo invece emergere in tutta la sua allucinazione in "Airlock" che, con le sue sbuffate di rumore bianco, i suoi pianoforti presi a cazzotti, i flauti di beatlesiana memoria che ”stonano” arie atonali e le voci modificate in maniera terrorizzante, non solo può essere considerata la loro "Revolution 9", ma è anche una palestra per definire quello che poi sarà fissato nel successivo The Top. In altre parole, è la faccia puramente psichedelica dei Cure. Ci sono però anche parti di piano (ovviamente scordato) e di contrabbassi slide stranamente jazzati che portano subito alla mente gli esperimenti futuri di "The Lovecats". Notevoli sono anche le svisate tapestry che starebbero bene in un disco di Aaron Dilloway. Perché c’è un pullulare di effetti sonori stranianti come cavalli al galoppo e risate maniacali, mentre i sintetizzatori che emulano il suono detunato di bicchieri di cristallo sfiorati col dito fanno il resto. Per quanto risulti evidente l’influenza del White Album, sembra più che altro una versione negativa di Sgt. Pepper. Le percussioni, ad esempio, si limitano a un uso sconsiderato dei crash, ricordando le uscite di “Being for the Benefit of Mr. Kite”. Insomma, "Airlock" è la prova che i Cure hanno anche un lato free form non indifferente (i Wolf Eyes di oggi possono tranquillamente leccargli la suola delle scarpe, ad esempio) che la storia non ha mai abbastanza rilevato. Oggi potete ascoltarlo in tutta la sua potenza nella versione deluxe di Pornography.

Japanese Whispers (1983)

L’importanza di Japanese Whispers è stata sempre messa colpevolmente in secondo piano: il motivo è principalmente che non è un vero e proprio album in studio, ma una raccolta. Comprende infatti l'EP The Walk e altri singoli sparsi con i rispettivi lati B, fra i quali "Lament", per la prima volta apparsa in un flexi con al basso Steve Severin dei Banshees e qui invece registrata in una versione nuova di zecca meno drogata; o la famigerata "The Lovecats", che a tutti gli effetti apre ai Cure la porta del mainstream. Non manca anche "Let’s Go To Bed" che, da brano claustrofobico registrato durante le session di Pornography con il titolo provvisiorio di "Temptation", diventa qui un pezzo di gothic power funk, in bilico fra il party e il malessere, il primo esperimento commerciale dei nostri. Commerciale fino a un certo punto, perché a fare un pezzo da classifica classico non gli riesce manco provandoci, però la svolta è chiara.

Oramai i Cure, a parte il feat. del session man Steve Goulding già nei Brilliant, sono un duo limitato a Smith e al braccio destro di sempre Tolhurst, che dalla batteria è passato direttamente ai sintetizzatori, anche se in tutto l’EP The Walk si produrrà, ovviamente, anche nella programmazione della nervosissima drum machine. Gallup se n’è andato sbattendo la porta e paradossalmente, dopo questo evento, la ricerca dei restanti Cure si focalizza sul lato più pop, come per reazione a un periodo teso e negativo che è durato fin troppo per poterlo accettare e sostenere. Dalle stesse parole di Smith, questo momento è definito come un’esperienza in cui lui e Lol sono i Lennon e McCartney della situazione, concentrati sulla produzione di singoli orecchiabili quanto basta, soprattutto per levarsi di mezzo lo stigma di gruppo dark, cosa che sta loro stretta.

Ma a parte il geniale plagio/citazione di "The Walk" ai danni dei New Order di "Blue Monday" (operazione che a pensarci è coerentissima e anticipa l’atteggiamento italo disco degli Eighties riguardo questo brano, vedi anche Divine), Japanese Whispers, nella sua interezza, suona proprio come il disco dei nuovi Cure. Incoerenti, imprevedibili, che nel giro di pochi mesi passano appunto da "Let’s Go To Bed" fino al synth pop iper plastificato ma dalle sfumature romantico decadenti di "Upstairs Room", rotolando nel proto shoegaze di "Just One Kiss", per finire con il jazz gotico dadaista di "Speak My Language", anche qui in un esperimento impossibile che nessuno avrà più il coraggio di ripetere.

Sono due individui e sembrano in realtà tre band diverse, e in un certo senso è anche vero, giacché da "The Lovecats" in poi si aggiungono alla band il batterista Andy Anderson e il bassista Phil Thornalley, meglio conosciuto come il produttore di quel sublime casino chiamato Pornography (e a proposito di produttori, nel disco appare Steve Nye, ovvero l’artefice dei suoni di Tin Drum dei Japan). Ancora oggi Japanese Whispers suona alieno e spiazzante, tanto che non ho dubbi a definirlo uno dei migliori dischi del gruppo. Ma il meglio (o il peggio) deve ancora venire…

The Top (1984)

Ancora oggi i fan dei Cure si dividono rispetto a The Top. Alcuni lo odiano altri lo amano alla follia: tra questi il sottoscritto. The Top rappresenta infatti l’altra faccia dei disturbi mentali dei Cure. Non quella nera di un bad trip, ma quella di un viaggio allucinogeno che prende la via giusta.

Anche gli episodi più oscuri sembrano, infatti, parto di una mente che non ha nessun interesse a stare con i piedi per terra, su questo pianeta, magari a rimuginare su quanto la vita faccia schifo e a fare resistenza: no, anzi, si vola e sarà quel che sarà. I suoni sono acidi, i protagonisti dei pezzi sono orsi polari, ragazze bruco, cani malati, uccelli pazzi, maiali nello specchio. Sembra una versione deflagrata di Alice nel Paese delle Meraviglie, con repentini sbalzi di umore tipici dell’esperienza lisergica.

Basti pensare a "Give Me It", un coacervo di oscenità passivo aggressive, un missile noise senza capo né coda da far impallidire la Skin Graft. Al suo contraltare, la title track che con la sua lascivia d’inedito gothic blues con inserti di piano "preparato" alla Cage, con quelle due note due suonate a caso in un vuoto siderale che però fanno buona parte della tensione, gioca col doppio senso tra “trottola“ e “cima“, nel senso del massimo livello raggiunto, forse di stupefacenti. Frutto di un esaurimento nervoso in avvicinamento, poiché Smith militava in ben tre gruppi (oltre ai Cure infatti era il chitarrista ufficiale dei Siouxie and the Banshees e membro fondatore dei Glove), la gestazione di The Top è influenzata dall’assunzione massiccia di droghe psicotrope. Famosissimi sono i tè all’LSD del batterista Andy Anderson, che rimpinzerà Smith a tal punto che quest’ultimo non riusciva neanche a reggersi sulle sue gambe alla fine delle session, e doveva tornare a casa letteralmente "lanciato" dentro un taxi. Un'aura di contraddizione perenne avvolge la band e il suo sound, cosa ben espressa dall'ibridazione tra strumenti acustici suonati random (violino, armonica, flauto) e le loro imitazioni digitali via DX7 che invece suonano perfettamente tonali.

All’epoca, infatti, i Cure sono acerrimi nemici del movimento new romantic, per quanto paradossalmente lo abbiano loro malgrado ispirato: i Duran Duran, ad esempio, rappresentavano quel mondo patinato al quale si sono sempre opposti. Ironia della sorte, proprio i Duran porteranno via ai Cure il bassista, chiamandolo a fare l’ingegnere del suono di Seven and the Ragged Tiger ammirando enormemente il lavoro fatto su Pornography. La band ridotta temporaneamente a trio, quindi, è senza dubbio composta da tre fattoni senza controllo che in preda al gas esilarante si dimenano tra il pop e la cacofonia. A parte Andy e Robert, Lol si carica di alcool come una botte: la title track descrive quindi un periodo sfasato, paranoide, privo di centro eppure estremamente vitale e colorato, su di giri. La metafora della trottola come qualcosa che non si riesce a fermare, giocosa, ma pericolosissima.

Smith sarà costretto a mettere uno stop a questa vita dissoluta, congedandosi definitivamente dai Banshees e concentrandosi solo sulla sua creatura. Per la prima volta i Cure sembrano avere un certo ascendente sulla classifica, grazie forse anche ai video surreali di un Tim Pope in stato di grazia. Eppure Smith all’epoca dichiarò “ogni gruppo ha il suo brutto disco: questo è il nostro”. Siamo certi che parlasse di brut più che di brutto, anche perché per la prima volta dopo la fondazione, i Cure ritrovano nelle sue file il chitarrista Porl Thompson fino ad allora relegato al reparto grafico, che qui suona, anzi, maltratta il sassofono. Ancora adesso nessuno è riuscito a capire dove si trovi nel mix, il che è uno dei tanti misteri di questo disco. Album apripista del movimento weird del 2000? Sicuramente sì. Ma, ascoltando la voce pitchata in basso di "Piggy In The Mirror", viene da dire forse anche della "generazione purple" di DJ Screw.

Curiosity (1984)

Nel 1984 un’altra uscita dei Cure segna un passo importante: Concert è infatti il primo disco dal vivo in assoluto della band. Esce racchiuso in una copertina micidiale che fa il verso ai vari bootleg dal vivo in circolazione del gruppo, un bianco e nero spartano quanto basta per superare i riferimenti di partenza. Il suono è compatto, quasi granitico, volutamente rozzo per recuperare l’impatto live (probabilmente la lezione proto lo-fi dei PIL di Paris Au Printemps non li ha lasciati indifferenti). Nella cassetta però abbiamo ancora una volta l’esperimento del doppio lato a lunga durata. Curiosity, situato sul lato B, è una raccolta di pezzi live che si divide tra inediti e brani conosciuti eseguiti nel periodo d’oro del terzetto, quello che va da Three Imaginary Boys a Pornography per intenderci, dove in tre sembravano duecento, impegnati com’erano tra tastiere, pedaliere per organi sintetici, pad di batteria e chitarre, bassi e voci supereffettati. In un certo senso Curiosity, in una ideale macchina del tempo, rappresenta il primo live album in assoluto dei Cure, recuperando il tempo perduto e documentando la prima formazione nel suo splendore. E gli inediti? Beh, abbiamo "Heroin Face" che risale al '77, quindi ai primissimi vagiti, un tiratissimo pezzo punk/glam rock; "All Mine", un delirio chitarristico-vocale, probabilmente improvvisato dal vivo, dal periodo Pornography; e poi una versione di "Forever" dell’84 (l’originale è su Seventeen Seconds) irriconoscibile, anche questa improvvisata di brutto sia in termini testuali che musicali, in cui si sentono le incredibili capacità tecnico/emotive dei nostri. Un pezzone che non può assolutamente mancare nelle vostre playlist, con i suoi improvvisi guizzi accelerati, il sassofono di stampo free jazz, e le liriche febbricitanti di Smith che, in effetti, era solito esibirsi anche con la febbre a 40.

Standing On A Beach (1986)

Per tutti, anche per un gruppo come i Cure, viene il tempo della raccolta di hit. Non stiamo certo parlando di una band propriamente da classifica, ma dopo The Top i Cure hanno virato verso un pop mutante: The Head On The Door del 1985 è un disco bizzarro come il precedente, ma riesce incredibilmente a risultare accattivante, con incursioni addirittura nella break dance campionata ("Screw"), nelle sfuriate DEVO-lute ("The Baby Screams") e nei brani sonici pre-Pixies ("Push"). I tempi dispari entrano prepotentemente in gioco ("Six Different Ways"), ma soprattutto entrano in gioco delle ballate dark claustrofobiche che sono allo stesso tempo gioiellini da fischiettare al cesso ("Close To Me").

Quindi si scommette sul greatest hits dal furbo titolo balneare (che in realtà è un verso della terrificante "Killing An Arab"). E, guarda un po’, la selezione di singoli sembra coerente e mette alla luce il fatto che alla fine sì, i Cure sono pop! Ovviamente nel termine più alto, quello per dire che potremmo attribuire ai Beach Boys, anche loro spesso in bilico tra depressione ed euforia.

In questo stato mentale, Standing On A Beach ha ancora una volta una versione a cassetta a lunga durata, che contiene tutti i lati B dei rispettivi singoli e 12". Troviamo quindi delle perle inestimabili come "I’m Cold", con una Siouxie non accreditata a prodursi in vocalizzi da pizia su una base di roccioso punk rock hendrixiano; "Descent", tratta dal lato B di "Primary", che è a tutti gli effetti uno dei primi esperimenti di slowcore tradotto in una discesa negli inferi di due bassi flangerati e poche botte di piatti; la terrificante "Splintered In Her Head" che è praticamente ipnotica roba afrodark; le bizzarre B-side dei singoli di The Head On The Door, tutte saltellanti e demenzialmente euforiche.

Ad esempio, citiamo un brano di grande potenza come "The Exploding Boy", che è a tutti gli effetti il primo pezzo composto dalla ritrovata formazione originale in cui Porl sembra finalmente suonare il sax in maniera "normale". C’è "Mr. Pink Eyes", esclusa da Japanese Whispers e qui proposta in tutto il suo splendido free jazz/swing gotico con largo uso di cacofonie pianistiche; c’è la grandiosa "New Day" che è una specie di esperimento Mantronix meets The Cure, solo batteria elettronica, bassi profondi e una voce che cerca di toccare i limiti con acuti acidi e imbattibili. Non a caso la raccolta sarà da molti critici indicata come il miglior disco degli Ottanta, quasi un racconto a sé come lo fu Sucking In The Seventies degli Stones. L’intero pacchetto troverà di nuovo posto nella raccolta Join The Dots, la quale raccoglie tutti i lati B del periodo Fiction per la gioia dei completisti.

Mixed Up (1990)

E ci troviamo già proiettati nei Novanta. Dopo il fortunato doppio album Kiss Me Kiss Me Kiss Me del 1987, praticamente il crossover visto dai Cure, l’ormai quintetto fa bingo con Disintegration, che diverrà il nuovo megaclassico della band. Il disco apre loro le porte del successo a larga scala, producendo ovviamente nei nostri eroi il desiderio di staccarsene quanto prima. Ecco quindi l’idea di Smith di produrre un disco che fosse sul pezzo rispetto alle nuove direzioni dei remix, con largo uso di elettronica, nel tentativo di spiazzare i fan. Inizialmente pensato come un sequel di Japanese Whispers, l’ambizione di farne un album d’inediti cade ben presto sulla sua fattibilità e sull’ispirazione che vacilla. Si ripiegherà quindi sul remixare vecchi brani affidandoli alle sapienti mani di produttori di grido (come ad esempio Paul Oakenfold), ottenendo a volte dei risultati stranianti. Pensiamo a "In Between Days" trasformata in salsa acid house da un William Orbit/Richard Dight in formissima, oppure a “The Caterpillar” virata r'n'b da Bryan Chuck New.

Rimasterizzato in versione deluxe con lati B (come una micidiale "Primary" ad opera di Keith Leblanc aka DJ Spike) e nuovi remix dello stesso Smith raccolti con il titolo di Torn Down, Mixed Up, rappresenta una bizzarria peculiare nella discografia del gruppo, tanto arrischiata e discutibile da risultare attraente. Sicuramente un peccato che i brani non siano stati scritti per l’occasione: solo con "Harold and Joe", brano nuovo di pacca spruzzato di ecstasy generation, abbiamo una lontana idea di quello che sarebbe potuto essere se... se quest’ultimo non fosse in realtà solo il lato B del singolo "Never Enough", unico inedito del disco, che invece ha sapori rock grunge completamente antitetici al concept. Quest’inaspettata e incoerente virata sarà però l’antipasto di quel mischiozzo tra indie e noise rock/shogaze a venire chiamato Wish, il primo alto piazzamento nelle classifiche americane.

Lost Wishes (1993)

Prima che il fenomeno Wish venisse alla luce, la band, fresca del successo di Disintegration, si era barricata in sala cercando un nuovo stile che fosse più rumoroso e nello stesso tempo dilatato. Da qui le improvvisazioni e i bozzetti di questa cassetta edita solo attraverso il fan club ufficiale, che però è degna di essere analizzata come un prodotto a sé stante, fatto di strumentali avvolgenti e doom, ma che sanno anche essere post rock nella loro architettura sonora che a volte sfiorano paesaggi cinematografici (e i Mogwai forse devono molto a questi ritratti, perché all'epoca erano ancora in fasce). In un certo senso, si tratta di brani che fanno pensare che il futuro coinvolgimento dei nostri eroi nelle colonne sonore di film come Il Corvo e Judge Dredd non sia per niente un caso, anzi.

Wild Mood Swings (1996)

Tutto quel che sale prima o poi scende, dice il saggio. E infatti, il miracolo di Wish non si ricrea all’uscita di Wild Mood Swings, uno dei maggiori flop del gruppo. Questo perché questo disco arriva in un periodo di transizione in cui la musica alternativa si sta spostando verso nu metal e affini. Nello stesso tempo, la band perde due elementi fondamentali, il batterista Boris Williams e lo storico chitarrista/polistrumentista Porl Thompson, cosa che immediatamente li indebolisce, tanto che prima di reclutare alle pelli Jason Cooper tramite un annuncio su NME, nel disco suoneranno vari batteristi arruolati alla bisogna.

I Cure non riescono a stare al passo con i tempi e a rinnovare il loro linguaggio, sembrano al palo, almeno apparentemente. Questo perché la genesi del disco è ben diversa dal risultato finale che ascoltiamo oggi. L’idea di Smith era quella di scrivere un disco interamente acustico, quindi dalle caratteristiche intime, canzoni toccanti e dirette, quasi “classiche” e senza tempo come potrebbero esserlo quelle di Leonard Cohen. In effetti Wild Mood Swings è pieno di brani di questo tipo: "Jupiter Crash", "Bare", "Treasure" e via dicendo. Brani che convincono e sicuramente aprono una nuova finestra sul lavoro del gruppo: la stessa “The 13”, nel suo bizzarro arrangiamento mariachi, funziona se non altro per spiazzare i fan (nonostante sia chiara l’autocitazione di “The Caterpillar”).

Ahimè però, Smith diventa improvvisamente democratico durante la lavorazione del disco, ed ecco quindi i contributi dei bandmates, che nulla aggiungono nulla tolgono alla loro storia. "Want", per quanto non sia male, è un po’ la fotocopia telefonata di "Open" dal disco precedente; "Gone" sembra un outtake di "The Lovecats"; "Strange Attraction" è fin troppo sbarazzina e teen-oriented; "Mint Car" si vendica degli scippi subiti per mano dei Ride periodo Going Blank Again, plagiando senza problemi la loro "Twisterella". Insomma a parte rari casi come “Club America” che sfodera un rockone madchester style in cui Smith canta forse per la prima volta in tonalità vocali da basso, il resto sembra accessorio all’idea originaria. Ecco perché a Wild Mood Swings va data una nuova possibilità: isolate i brani acustici da quelli elettrici e ne possiamo riparlare come un grande disco mancato. Attendiamo l'edizione deluxe, perché ad ogni modo trattasi dell'ennesimo disco impossibile dei "tre ragazzi immaginari" e non a caso Robert Smith lo considera “uno dei miei cinque dischi preferiti di sempre”. Meditate, gente.

The Cure (2004)

A differenza di quanto si dice fra i fans, The Cure rappresenta l’ultimo grande disco della band. Dopo Bloodflowers, che doveva essere il canto del cigno, i nostri tornano infatti incredibilmente rinvigoriti con questo lavoro. Almeno a livello di suoni, dato che ai comandi c’è Ross Robinson, produttore di Korn, At The Drive-In, Slipknot e Blood Brothers, cioè una gran parte degli act nu metal e post hardcore del periodo. Non è un mistero che molta di questa gente stesse in fissa con i Cure, ragion per cui chi all’epoca gridava all’eresia non aveva affatto le idee chiare. Anzi, il coraggio di Smith e co. va applaudito: finalmente si abbandonano le facili sicurezze per tentare l’ignoto. Tanto che le sessioni di registrazioni saranno durissime, con scontri fra Robinson e la band, soprattutto con un Simon Gallup incazzatissimo e sull’orlo di mollare baracca e burattini. Il produttore infatti voleva a tutti i costi azzerare lo status istituzionalizzato dei Cure.

Anche nel disco precedente, ovvero Bloodflowers, le session erano pesantissime, ma in quel caso erano in qualche modo pilotate “a tavolino”. Uno Smith in vena di chiudere in bellezza la carriera voleva infattti ricreare nei suoi compagni, a costo dell’alienazione indotta, il disagio di Pornography e Disintegration, pensando che alla soglia dei suoi 40 anni ci volesse un disco alla loro altezza. Ognuno di quei lavori, infatti, rappresentava la crescita anagrafica della band (e soprattutto di Smith), ed erano tutti capolavori. Bloodflowers, ahimè, pur avendo grandissimi pezzi a livello di scrittura, negli arrangiamenti soffre troppo di questo mashup tra i succitati album e quindi sembra una specie di bignami del Cure-pensiero in cui i nostri avrebbero potuto osare di più (ad esempio, l’idea iniziale era di fare un disco elettronico, abbandonata subito dopo il primo pezzo “Possession” perché la scrittura andava in tutt’altra direzione, ispirata non tanto velatamente ai Mogwai).

The Cure invece sembra un disco di un gruppo che rinasce dalle ceneri: doveva sciogliersi invece eccolo qua, riparte senza farsi troppo domande e senza troppe certezze sul proprio futuro, in positivo e in negativo. Il risultato lo vediamo subito: c’è l’urgenza punk dei primi Cure mischiata alla furia degli At The Drive-In ("Never"), c’è la malattia post- Pornography di "Lost" che qui ha sapori noise rock pestoni da Arab on Radar (e, a proposito, la canzone della vita di Eric Paul è "M"). C’è l’anti-"Just Like Heaven" "Taking Off", un pezzo di psychedelic power pop di delirante sogno, c’è il singolo "The End Of The World", con quella melodia spastica e la vocalità sguaiata che ricorda le follie di The Top e si permette anche di maciullare le formule dei Blink 182 (grandi fan di Smith), c’è la cavalcata allucinogena di "The Promise" e uno dei più bei pezzi romantici della loro storia, la commovente "Before Three", una canzone d’amore e di perdita struggente e inarrivabile. E, cosa molto importante, il batterista Jason Cooper sembra in grado di avere un suono potente, rotondo e preciso senza essere un mero metronomo senz’anima né personalità com’è invece normalmente. A dare ragione alla tesi di un disco finalmente centrato basterebbe notare che negli Stati Uniti il disco arriverà all’ottavo posto nonostante i Cure fossero dati per spacciati da un pezzo in quelle lande, e che in Europa andrà alla grande diventando uno dei dischi più venduti del loro catalogo a prescindere dal fenomeno nu metal, che stava tra l’altro velocemente declinando. Da rivalutare assolutamente.

4:13 Dream (2008)

L’ultimo album dei Cure rappresenta tuttora un’occasione mancata. Perché uscendo nel pieno del boom hypnagogico (definito solo un anno dopo come genere a se) avrebbero potuto capitalizzare tantissimo visto che gran parte delle band correlate si rifacevano a loro in maniera neanche tanto velata (Ducktails in primis). In un certo senso, già dalla copertina “Dramarama style”, fluorescente quanto basta e dal titolo che evoca un momento di passaggio dal sonno alla veglia, ci provano con alcune soluzioni sonore come dei chorus inediti che mangiucchiano le voci e altri accorgimenti sparsi, come l’abolizione delle tastiere a favore delle chitarre liquide di Porl Thompson ritornato nelle file (nel frattempo il chitarrista Bamonte e il tastierista O'Donnel sono stati messi clamorosamente alla porta). Ma i pezzi hanno il problema di indugiare un po’ troppo sul rock, come dimostra la produzione di Keith Uddin, e soprattutto non riescono a essere abbastanza ispirati. L’esempio pratico è che l’unico brano veramente potente del lotto è "Sleep When I’m Dead", che era stato inizialmente scritto durante le session di The Head On The Door e l’altro brano di un certo interesse è “Underneath The Sky”, che riprende un brano contenuto in Lost Wishes, "Uyea Sound". In linea di massima però, dell’hypnopop mantengono una certa leggerezza di fondo, anche troppo: in realtà 4:13 doveva essere un disco doppio con una facciata solare e una scura, poi l’etichetta discografica costrinse Smith a rinunciare all’idea e ancora oggi questa facciata “nera” risulta inedita. 4:13 quindi rimane ancora in bilico, potrà essere giudicato solamente dopo l’uscita del fantomatico 4:14 Scream, in cui il tutto si completerà.

L’errore forse più grande da parte della band è stata associare la grande intuizione dell’avanzare hypnopop con nomi noti del mainstream alternative, come i 30 Seconds To Mars o i My Chemical Romance per i remix del disco, pubblicati con un nome inequivocabile, per chi avesse ancora dei dubbi: Hypnagogic State. Un caso? Probabilmente sì, ma, appunto, per questo 4:13 Dream rappresenta un guizzo di genio nel prevedere il nuovo trend che gli perdoniamo anche questi scivoloni.

La nostra curellata termina qui. Adesso stiamo tutti aspettando che Robert mantenga le promesse e ci regali il tanto annunciato disco del quarantennale; disco che potrebbe nascondere delle grosse sorprese, in primis le performance stellari del nuovo arrivato Reeves Gabrels, ovvero l’ex braccio destro di Bowie di scuola Adrian Belew, che dalla chitarra sa tirare fuori dei veri e propri mostri.

In quarant’anni di carriera i Cure sono stati preveggenti, sono riusciti ad arrivare dove gli altri sono arrivati duecento anni dopo, a volte centrando subito il segno, a volte guardando talmente oltre nei loro passi falsi che possono essere paragonati a un Leonardo che inventa macchine avveniristiche senza sapere come farle funzionare. Siamo sicuri che i Cure, dopo aver provato qualsiasi cosa, non hanno ancora detto tutto e se l’hanno detto, beh, possono anche non dirci niente, come da prassi dell’isolazionismo dark. Noi saremo comunque sempre sottocassa a cantare “Sleep When I'm Dead”.

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