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crimine

Perché alcune donne uccidono i propri figli?

"Alcune non avevano rimorsi. Ma la maggior parte erano piene di rimorsi, e cercavano di gestirli al meglio."

di Rebecca Kamm
23 febbraio 2018, 5:00am

Foto di Alex Ronsdorf via Unsplash.

Ad aprile 2018 Maree Crabtree, 51 anni, di Brisbane, "si opporrà strenuamente" a due imputazioni per omicidio, una per tortura, e una per lesioni aggravate. I figli Erin (18 anni) e Jonathan (26), entrambi disabili, sono stati trovati morti rispettivamente nel 2012 e 2017. Secondo la polizia soffrivano per le conseguenze dei farmaci somministrati da Crabtree.

È difficile immaginare un crimine più inconcepibile. Ma il figlicidio è più comune di quanto si creda. Le analisi dei casi australiani hanno rivelato che i padri sono più inclini a uccidere 'accidentalmente' e hanno spesso problemi di alcol e droga, mentre le madri sono più inclini a commettere figlicidi 'altruistici' o 'per incuria' e hanno problemi mentali.

Una delle maggiori esperte in materia, la dottoressa Cheryl Meyer, ha intervistato 40 donne incarcerate per l'omicidio dei figli. Abbiamo contattato Meyer, docente di psicologia alla Oho's Wright State University, per farle qualche domanda.

VICE: Raccogliendo dati, ha visto che in America sono avvenuti 1000 casi di figlicidio materno in dieci anni. Come è riuscita a parlare con queste donne?
Cheryl Meyer: Sono andata all'Ohio Reformatory for Women. In tutto c'erano 1800 donne, e di queste 80 avevano ucciso i figli. Un numero considerevole. Siamo riusciti a intervistare 40 madri. Volevamo capire come fossero effettivamente arrivate a tanto, dopo che magari la loro infanzia era stata immacolata. Oppure non lo era stata, e allora cercavamo di capire se era quello che le aveva portate all'omicidio.

Cos'ha scoperto di queste donne? Erano i mostri che ci aspettiamo?
È la prima cosa da dire: ho cominciato la mia ricerca pensando, come molti, che fossero 'inferiori'. Non lo erano. L'ho capito dalla primissima intervista, con una donna della mia età, che parlava molto bene e veniva da una famiglia agiata.

A 16 anni rimane incinta di un trentenne, lo sposa. Insieme hanno altri due figli. A 19 anni si trova con tre figli e un marito violento, continuano a spostarsi, non riesce a mettere radici o stabilire legami, ci sono droga e scambismo. Alla fine lei torna dai genitori coi figli, riprende gli studi e comincia a lavorare.

Poi inizia a frequentare un altro. Un giorno il fratello di lui le punta una pistola e le dice, "Ora fai sesso con me, altrimenti uccido i tuoi figli." La stupra, e le dice, "Se lo racconti a qualcuno dirò che sei tu che mi hai obbligato e che hai fatto sesso con un minorenne." Lei decide che non vale più la pena vivere, e architetta un piano per uccidere i suoi figli e poi suicidarsi. Li uccide, ma poi fallisce nel suicidio. Viene condannata a tre ergastoli.

Mi ha detto, "Quando pensavo alla morte, non me la immaginavo senza i miei figli—erano una mia estensione. Ho dovuto farlo." Inoltre, non voleva che vivessero con un padre violento. Io ho pensato, "Mio dio, sarebbe potuto succedere a me."

Le capitava spesso durante le interviste?
Sì, anche se magari avevano avuto un'infanzia diversa dalla mia, erano state molto più sfortunate, avevano avuto i genitori sbagliati. La mia prima domanda era sempre, "Com'è stata la tua infanzia?" E mi rispondevano, "Abbastanza normale, come quella di chiunque. Cioè, poi ho subito abusi dall'età di cinque anni a quando me ne sono andata a casa. Ma insomma, tutto normale."

E noi, "Questo non è affatto normale!" Ma hanno un modo di vedere il mondo troppo diverso dal nostro. Se avessi vissuto la loro vita, non so come sarei diventata.

Per gestire il rimorso, queste donne si costruiscono una narrativa d'invenzione?
Sì. Alcune non ne avevano, ma le altre erano piene di rimorsi, e cercavano di gestirli al meglio. Come la prima donna con cui ho parlato. Sono sue le parole che ho messo in chiusura del libro:

Le parti cattive di me, penso di averle soppresse in modo da non dovermi odiare. Non c'è niente di particolarmente buono né niente di particolarmente cattivo in me. Vado bene. Odio quello che ho fatto, accetto di non poterlo cambiare. Cerco di andare avanti, e così facendo spero di non mancare di rispetto alle loro morti.


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Lei era dentro da 25 anni. All'inizio, quando entri in carcere, o cerchi di uscirne o neghi. Un paio di volte ha cercato di scappare. Ma poi si è rassegnata. Sapeva che non sarebbe mai uscita.

Che somiglianze ha visto, se ne ha viste, nella condizione mentale delle donne che avevano compiuto il crimine più di recente?
Una donna sulla ventina ha pianto per tutta la durata dell'intervista. Era distrutta. Non negava quello che aveva fatto, era solo triste di averlo fatto e di non poter rivedere suo figlio. Ma ci sono anche altre fasi: una per esempio in cui sono arrabbiate con il tribunale e il sistema e non riescono a mettere a fuoco il fatto di aver fatto una cosa terribile.

Le donne i cui figli sono morti per incuria o aggressione—per esempio la madre lo colpisce e il figlio sbatte nel muro, si spacca il cranio e muore—hanno sentenze più brevi e meno rimorsi. Penso che sia perché non si ritengono responsabili. Sai, "Mio padre mi picchiava e io picchiavo mio figlio, è stato un incidente."

Parla di rimorso—ma che mi dice del dolore?
Se prendi quella donna in carcere da 25 anni, lei era già passata attraverso la fase del dolore, e stava cercando di riconciliarsi con se stessa. Ha detto, "Spero di rivederli quando morirò." Stava male per averlo fatto, ma non penso soffrisse ancora. Quindi direi che prima viene il dolore, e poi il rimorso.

Generalmente si pensa che le madri che uccidono i figli siano sociopatiche, ma non è così se poi molte soffrono o provano rimorso.
Allora, ci sono le madri che uccidono intenzionalmente e quelle che uccidono con l'incuria. È l'esempio della madre 25enne con cinque figli: non ha finito la scuola, non sa come accudire dei figli, non è stata accudita bene a sua volta, il padre non la aiuta... Magari un giorno i bambini più grandi si stanno prendendo cura dei più piccoli e la madre va a rispondere al telefono e lascia un bambino nella vasca da bagno, e il piccolo annega.

Le madri che uccidono intenzionalmente molto spesso hanno disturbi mentali, e non riescono nemmeno a capire quello che hanno fatto. A volte è un disturbo transitorio, a volte no. Se è depressione post-parto è transitoria, e poi quando non ce l'hanno più sono distrutte. Ma non si sentivano così al momento del reato, perché allora credevano che il figlio fosse il demonio.

Delle donne intervistate, quelle che hanno ucciso volontariamente i figli sono spesso quelle che erano ritenute le madri migliori. È un po' contorto.
Sì, e sono quelle che di solito non uccidono un figlio solo. Tendono a non usare coltelli o pistole, ma il soffocamento o l'annegamento o l'avvelenamento.

Molte madri in questa categoria hanno problemi mentali. Susan Smith, che ha annegato in uno stagno i due figli, aveva una storia di depressione, suicidio di persone a lei vicine, abusi. Andrea Yates aveva sofferto di psicosi post parto, e poi è diventata a detta di tutti "un'ottima madre". Si dedicava completamente ai figli. Sono tutti rimasti sorpresi da quello che ha fatto.

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