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Abitanti delle Vele di Scampia parlano dell'abbattimento, di Gomorra e del loro futuro

Entro l’estate 2019 verranno abbattute tre delle ultime Vele di Scampia. Ne abbiamo parlato coi loro abitanti.

di Enrico Nocera ; foto di Giuseppe Di Vaio
26 giugno 2019, 9:11am

Un residente al balcone delle propria abitazione nelle Vele di Scampia. Tutte le foto di Giuseppe Di Vaio.

Un ballatoio scoperto taglia in due il perimetro dell’edificio. Sui lati, collegate da piccole rampe di scale, si aprono le case di chi abita lì da circa quarant’anni. Bisogna stare attenti a ogni passo che si fa, perché i gradini si sgretolano sotto i piedi, mentre il corrimano è ricavato da un pannello in ferro messo lì come meglio si poteva.

L’impatto con le Vele di Scampia è sempre devastante, non solo per chi le osserva la prima volta da vicino. Gli abitanti stessi non se ne sono mai fatti una ragione. Com’è possibile vivere così?

Al piano terra, all’altezza di quelli che dovevano diventare box auto, branchi di topi si rincorrono tra rifiuti lasciati a marcire e siringhe abbandonate. I fili della corrente elettrica si intrecciano in un gomitolo di allacci abusivi impossibile da districare, accanto a evidenti perdite che formano pozzanghere di acqua putrida.

Il sogno urbanistico dell’architetto Franz Di Salvo di ricreare i vicoli, e con essi la vivacità sociale del centro storico di Napoli, si è molto presto perduto in un ammasso indistinto di degrado e abbandono. La camorra non ha perso tempo a riempire una voragine di marginalità sociale, trasformando la zona in una delle piazze di spaccio più vaste d’Europa.

Quando anni fa venni a sapere che una rappresentanza storica del rione, il Comitato Vele, lottava per abbattere questi incubi prefabbricati in cemento, non sono rimasto molto sorpreso. Oggi quel percorso sta per raggiungere il suo traguardo. Tre Vele su sette furono già demolite dal 1993 al 2005; entro l’estate 2019 sarà abbattuta la Vela Verde, seguita poi da quella Gialla e da quella Rossa. Solo quella Celeste, ultima superstite, resterà in piedi per ospitare alcuni uffici della Città Metropolitana.

Gli abitanti, ad oggi 350 famiglie censite, saranno trasferiti in nuovi lotti popolari. Per capire come stanno vivendo questo evento, a suo modo storico, siamo andati a incontrarli.

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Da qualche mese sono sempre più frequenti i messaggi che gli abitanti delle vele mandano al mondo.

O.E., 33 ANNI, DISOCCUPATO

Fin da piccoli siamo sempre stati bullizzati. Sì, perché le forme di esclusione sociale che abbiamo vissuto noi sono state vere e proprie forme di bullismo. Già durante il primo giorno di scuola: ecco che venivi subito marchiato come “il guaglione delle Vele,” uno con la rogna, da cui è meglio stare alla larga. Per anni ci hanno fatto sentire come lebbrosi. Tutt’oggi ci sono amici di mio figlio, compagni di scuola, che a casa non vengono a trovarlo. I genitori stessi dicono: “Ma perché non fai venire lui a casa nostra, a papà tuo?”

Abbiamo portato avanti questa battaglia per non far respirare la stessa aria ai nostri figli. Ormai a noi il marchio “Gomorra” è rimasto, ma per loro siamo ancora in tempo a sovvertirlo. Io non voglio che mio figlio veda quello che ho visto io, nei garage dei piani interrati, quando cercavamo di recuperare un pallone perduto e incontravamo i cadaveri di chi si era bucato ed era morto per overdose. Corpi che restavano lì per giorni, senza che nessuno li andasse a cercare, fino a che qualcuno di noi non sentiva la puzza.

In questa situazione, prendere la strada sbagliata era facile. Da un lato vedevi quello onesto che andava a lavorare per portare a casa 400 euro al mese, se andava bene; dall’altro vedevi quello che stava “mmiez’ a via”, come si dice a Napoli, guadagnarne altrettanti in mezz’ora scarsa.

Certo: i coglioni ce li aveva chi usciva di mattina alle 7 per andare a lavorare, non chi stava in mezzo alla strada per spacciare. Ma questi sono fatti che fanno parte della vita. Qui lo Stato ha fallito nel suo essere assente, nell’aver consegnato un rione di settemila abitanti in mano alla criminalità, come fosse la cosa più normale di questo mondo.

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Omero è una delle figure carismatiche del Comitato Vele.

OMERO, 39 ANNI, REFERENTE COMITATO VELE

Una parola che descrive questi anni di vita nelle Vele? Resistenza. Noi di Scampia abbiamo resistito tre volte: alle faide di camorra [la prima tra i clan Di Lauro e gli 'scissionisti' è durata due anni, dal 2004 al 2006; la seconda qualche mese nel 2012; e la terza è iniziata nel 2015] a uno Stato menefreghista; a un racconto non del tutto veritiero della nostra realtà portato avanti da Gomorra. Sono tanti, troppi anni che chiediamo solo una vita normale. Ora, grazie a una lotta che parte dalla gente e dalle famiglie delle Vele, vogliamo cambiare volto al quartiere.

Quarant’anni di marginalità sociale, che hanno fatto di noi quelli “brutti, sporchi e cattivi,” non ci hanno fiaccato. Assieme al Comune di Napoli e all’Università Federico II abbiamo avviato il progetto Restart Scampia, che prevede l’abbattimento delle Vele e la costruzione di case che siano veramente tali, vicino agli esercizi commerciali del quartiere, alle scuole, alle persone che vivono, a loro volta, in altre case normali.

Perché dentro le Vele questo ci è sempre mancato: il confronto con altra gente, la socialità, il senso di comunità. Non solo: nel documento che stanzia anche i fondi per abbattimento e ricostruzione, pari a circa 27 milioni di euro, abbiamo fatto inserire una clausola sociale: il 30 percento della manovalanza sui cantieri dovrà essere composta da operai di Scampia.

Unire il diritto all’abitare col diritto al lavoro significa far sparire le clientele che si sono mangiate questo quartiere attraverso le decine di passerelle elettorali di chi prometteva di tutto e di più. Non voglio fare retorica, ma questa è stata una lotta di popolo nel vero senso del termine. Perché siamo riusciti a far comprendere all’istituzione, per la prima volta, cosa ci è mancato e cosa ci serviva per condurre una vita che fosse veramente degna di essere chiamata tale.

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Gli appartamenti sono divisi per numero pari, sette gradini sopra e sette sotto il livello del corridoio che li sostiene.

GIUSEPPE, 33 ANNI, DISOCCUPATO

A Napoli c’è un detto: ‘O guaio è di chi ‘o tene. Il guaio è di chi lo subisce. E il nostro guaio si è sempre chiamato “Vele.” Isolati da tutti e da tutto, trattati come scimmie in gabbia, rinchiusi in case che sembravano un carcere di massima sicurezza con tanto di coperture in amianto. E che ne sai tu di tutto l’amianto che abbiamo respirato.

Da piccoli ci scrivevamo sopra con i gessetti, come fosse un muro in pietra. Lo sgretolavamo sotto le nostre dita per gioco, che ne sapevamo che era nocivo. Quella roba l’abbiamo respirata fino a oggi, perché ovviamente nessuno si è mai preso la briga di venire a fare manutenzione nelle aree comuni.

I ballatoi esterni si tengono su grazie a delle travi di ferro arrugginite; per arrivare al quindicesimo piano puoi solo prendere le scale, qui non esistono ascensori. Una vita nel degrado che portiamo cucita sulla pelle. Nessuno che, quando eravamo ragazzini, ci abbia mai detto: facciamogli capire che c’è altro rispetto a ciò che vivono tutti i giorni; facciamogli capire che andare a scuola è bello, che non si può vivere 24 ore al giorno in una Vela. Come volete che cresca, quel ragazzino? Solo dopo, quando fa qualche stronzata, gli dite che ha sbagliato?

Il vero problema, qui dentro, è sempre stato la mancanza di alternative. Sei nato nelle Vele? E qui devi morire. Per questo sono quarant’anni che lottiamo. Per avere una sistemazione dignitosa. Prima i nostri genitori, ora noi. Perché pure io tengo figli e non li voglio far crescere in mezzo alla merda.

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Lo skyline dalla parte Sud di Scampia.

SALVATORE, 33 ANNI, FERROVIERE

Io faccio parte del nucleo “storico” delle Vele. Abitavo in quella che fu abbattuta nel 1993, quando ancora non erano diventate simbolo del male assoluto. All’epoca fummo tra i primi, assieme a mio padre, ad avere l’idea di curare da soli il verde pubblico, visto che nessuno, al Comune, aveva mai pensato di farlo.

Recuperammo un vecchio sottopassaggio che conduce alla Villa Comunale, lo abbiamo praticamente bonificato per poi creare un giardino pubblico dedicato alla memoria di Melissa Bassi, la studentessa morta nel 2012 dopo un’esplosione nella sua scuola a Brindisi.

Perché ti dico questo? Perché siamo abbastanza stanchi della narrazione tossica che viene fatta su Scampia. E attenzione: non parlo solo di Gomorra. Quello, a confronto, è niente. Parlo di quella narrazione che proviene dall’interno, da quelle associazioni che lucrano sul brand Scampia e hanno tutto l’interesse a far sì che la situazione rimanga tale.

Qui vengono organizzati veri e propri giri turistici: un tour dove la gente segue una guida che, con tono drammatico, spiega quanto facciano schifo le Vele e quanto sia penoso vivere lì dentro.

Il che è pure vero, ma tu cosa ne sai del perché, di come si è creata questa situazione? Lo sai perché i box auto sono tutti murati, così da ricavarci abitazioni per chi aveva occupato? Lo sai che qui d’inverno non puoi nemmeno coricarti in santa pace, perché il cemento delle pareti ti uccide con l’umidità e le tue lenzuola sono così bagnate che bisogna strizzarle? E dopo tutto questo dobbiamo pure vedere la guida che ci vuole spiegare come si campa qui dentro.

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Il rito del caffè pomeridiano in un abitazione della Vela Rossa.

ROSARIO, 26 ANNI, DISOCCUPATI ORGANIZZATI 167 SCAMPIA

Quando da piccolo scendi di casa e vedi che lo spaccio di droga è all’ordine del giorno, significa che quella, per te, è la normalità. Che tutti campano così. Solo qualche anno dopo ho capito quanto fossi stato fortunato a non cadere in certe tentazioni. Non ci voleva niente a farlo: bastava proporsi ed eri arruolato.

Abbiamo vissuto così per decenni, nella comoda logica del ghetto. Comoda per qualcun altro, ovviamente. D’altra parte uno “sfogatoio sociale”, dove recintare le fisiologiche attività criminali che esistono in ogni metropoli, lontano dagli occhi del centro cittadino, faceva comodo a chi amministrava. Altrimenti non mi spiego perché lo Stato non sia intervenuto prima.

Parliamoci chiaro: le Vele esistono da quarant’anni. E con esse le piazze di spaccio. Dopo la faida del 2004, quando i morti ammazzati erano all’ordine del giorno, lo Stato interviene e, tempo un paio di mesi, fa praticamente piazza pulita. Ma a quel punto, dopo tutto il casino mediatico, non potevi farne a meno.

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Perché, mi chiedo, non sono intervenuti con la stessa forza negli anni Ottanta o Novanta, quando qui il traffico di stupefacenti già proliferava? Perché hanno fatto sì che la situazione si incancrenisse fino a quel punto?

Non ti dico niente di nuovo, ma è la verità: se non crei lavoro, la delinquenza non la puoi combattere. Molti dei nostri compagni di lotta, in passato, hanno sbagliato: erano sentinelle e pusher, stavano in mezzo alla strada per guadagnare 100 euro al giorno e permettere al loro “padrone” di guadagnarne in quintuplo. Ora hanno pagato i loro errori, ma bisogna metterli in condizione di lavorare, di avere una vita dignitosa e di non rischiare la vita per quelli che alla fine sono pochi spiccioli.

Questo è il senso della nostra lotta: dare un’alternativa che non resti solo parola su carta. La clausola sociale di cui ti parlava Omero a questo mira: creare, per la prima volta, lavoro e indotto sul territorio.

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