Gaia e Ethan. 

Ragazzi LGBTQ+ parlano di coming out, omotransfobia e società italiana

Quanta strada si dovrà ancora fare affinché ognuno possa sentirsi a casa propria ovunque?

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17 maggio 2019, 11:56am

Gaia e Ethan. 

Questo articolo è realizzato in occasione del lancio del progetto di IKEA Italia #FateloACasaVostra, un’espressione che troppo spesso è stata rivolta in modo dispregiativo a chi desidera essere solo se stesso. Riconoscere le differenze e garantire l’uguaglianza significa creare una cultura nella quale le persone possano sentirsi loro stesse ovunque, a casa, nel lavoro, nella quotidianità.

Secondo i dati più recenti dell’OCSE, l’Italia è uno dei paesi europei in cui la comunità LGBTQ+ è meno accettata. La ricerca, che include 25 indicatori, dalla percezione della società alle politiche finalizzate all’inclusività, pone il nostro paese sul fondo della classifica—con un punteggio di 3,3 su una scala da 1 a 10, tra paesi come l’Ungheria di Orban e la Polonia e a distanza da Svezia, Paesi Bassi, Danimarca e Spagna (rispettivamente con punteggi di 8,1, 7,6, 7,3 e 6,6).

Ad oggi si registrano quotidianamente episodi di discriminazione e i pochi diritti conquistati sembrano a repentaglio, ma i membri della comunità LGBTQ+ non si abbattono, anzi: non sono mai stati così decisi a far sentire la propria voce. In questo senso, uno dei primi passi è il coming out, qualcosa talmente personale che non esiste una guida alla quale affidarsi.

In occasione della Giornata Internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia—su cui in Italia mancano norme a tutela delle vittime—e in un periodo in cui il semplice gesto di camminare mano nella mano per strada col tuo ragazzo quando sei un ragazzo attira ancora occhiatacce, qui trovate alcune testimonianze.

Abbiamo parlato di come dichiararsi apertamente, di discriminazioni e di quanta strada si dovrà ancora percorrere affinché ognuno possa sentirsi a casa propria ovunque, non solo tra le mura domestiche.

Giuliano, 24 anni, rivenditore al pubblico

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Foto di Vincenzo Ligresti.

"Quando ero alle superiori un professore mi diede una pacca sulla spalla e tutti risero, ma solo nel momento in cui il docente dell’ora successiva mi strappò dalla schiena un post-it capii perché. C’era scritto: 'Sono Gay.' Avevo 15 anni, frequentavo un istituto in un paesino piemontese ed ero appena stato vittima di un episodio omofobico architettato da chi avrebbe dovuto dare il buon esempio. Mia madre arrivò con tutta la furia che aveva in corpo, dicendo ripetutamente al professore incriminato che avrebbe dovuto vergognarsi, parlò con la vice-preside e vennero presi dei provvedimenti.

Quello è stato il frangente più assurdo di un periodaccio, superato anche grazie al supporto della mia famiglia, a cui però è seguito un momento di pieno riscatto. Per me il coming out è stato questo: realizzare tutto quello su cui fantasticavo negli anni in cui cercavo di rimanere a galla. Mi sono trasferito in una città più grande, ho trovato ambienti di lavoro in cui essere pienamente me stesso, degli ottimi amici e oggi convivo col mio ragazzo. Reagire è stata la chiave di tutto.

Credo che la mia storia e le tante altre positive siano il messaggio più potente che si possa dare: non solo a chi magari tituba sul coming out, ma anche a dimostrazione che la comunità LGBTQ+ è molto più cazzuta di chi vuole denigrarla. In tutto questo periodo di annunci contro le unioni civili, di abolizione di 'genitore 1' e 'genitore 2' e in cui non si fa altro che fomentare l’odio per ogni tipo di minoranza, condurre con naturalezza la propria vita è il gesto più sovversivo che si possa fare."

Gaia, 22 anni, studentessa

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Foto di Vincenzo D'Ambrosio.

"Fare coming out è una questione talmente personale, che ti tocca talmente nel profondo, che solo tu puoi decidere quando arriverà il momento propizio, scegliere a chi dirlo e perché. Per dire, inizialmente non sono nemmeno riuscita ad attingere dall’esperienza di mio fratello maggiore, perché anche il suo coming out è una storia a sé stante.

Ho iniziato a sperimentare con le ragazze, e a capire che mi piacessero davvero, quando mi sono trasferita a Milano circa quattro anni fa. Tutto improvvisamente era in discesa: ai miei amici non importava, prendevo sempre più consapevolezza di me stessa e ho trovato una ragazza con cui mi sento completa. Durante un periodo di stage, ho raccontato particolari della mia vita privata ai colleghi con cui avevo legato molto. La questione si è complicata però quando la mia testa è stata occupata dall’apprensione per quelle che sarebbero state le reazioni dei miei genitori. Si preoccuperanno del giudizio della gente di giù? Mi diranno, 'Non può essere, pure tu!'? Penseranno di aver fatto degli errori nel crescere i figli? Mi sono dichiarata prima a mio padre, e poi spinta da lui a mia madre.

I miei mi hanno detto che è impossibile non amare i propri figli, anche se il simulacro di quello che pensavano potessero diventare non coincide con le persone che sono. Alla fine ho pure portato la mia ragazza a casa dei miei al mare. Un giorno vorrei una famiglia, la famiglia che la vita mi porterà a creare. Credo che il processo del mio coming out sia ancora un work in progress, ma vorrei dire: ehi, se le condizioni lo permettono, fallo. Fai coming out. Lo so, non facile. Però è così bello essere se stessi."

Ethan, 22 anni, studente e attivista

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Foto di Vincenzo D'ambrosio.

"Il mio avvicinamento al mondo transgender è stato graduale. Ho iniziato a fare ricerche su internet, a conoscere ragazzi FtM per apprendere dalla loro esperienza, a iscrivermi a Milk, un’associazione di mutuo-aiuto per persone transgender. Poi, quando mi sono deciso a iniziare la transizione, ho pensato di scrivere una lettera che avrei consegnato prima a mia madre e poi al resto della famiglia. Ci ho messo 40 giorni, a scriverla.

Per me il coming out è stata una necessità: avevo la tachicardia, non riuscivo a dormire di notte, mi sentivo oppresso. Vivevo dietro una maschera. Quando mi presentavo dicevo semplicemente 'piacere,' senza esplicitare il mio nome al femminile—perché non lo riconoscevo mio. Adesso sono molto più estroverso, ho una ragazza che amo e mi ama, mia mamma e mia sorella dicono che il nostro rapporto è di gran lunga migliorato.

Sono molto fortunato, perché ho sentito negli ultimi anni un sacco di storie davvero complicate, persone che a trent’anni non possono confessare nulla ai genitori perché dire che non capirebbero è un eufemismo. Per quanto mi riguarda, gli unici insulti o domande non richieste mi sono arrivati su internet. In DM è capitato che sconosciuti mi chiedessero, 'ma hai il pene o la vagina lì sotto?,' come se il processo di transizione si riducesse a questo.

Ma la gente che ti vuole davvero bene esiste. Non rimarrai da solo. Ci sarà sempre quell’amico che ti appoggia. Quell’unico parente che si schiera con te. Ed è questo l’importante, perché ti potranno dare uno strappo in tribunale, e tenerti la mano quando consegnerai la richiesta di cambio nome sulla carta d’identità e tutto quello che ne consegue."


Per sapere di più sul progetto #FateloACasaVostra di IKEA Italia, guarda:


Ismaele, 28 anni, visual merchandiser

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Foto di Vincenzo Ligresti.

"Essendo nero e gay—appartenendo quindi a non una, ma a ben due minoranze—si potrebbe pensare che abbia avuto particolari difficoltà, soprattutto nel fare coming out. Invece no: i miei genitori sono persone apertissime, e a me e mio fratello sin dall’adolescenza han sempre chiesto, 'Allora, la fidanzata? Il fidanzato?' Alla fine gli ho presentato un fidanzato che avevo conosciuto all’Università a Milano, quando avevo 20 anni.

Sono nato e cresciuto a Verona, una città famosa per la sua amministrazione e che è rispuntata recentemente alle cronache per un congresso che, seppur camuffato, è stata una ulteriore giustificazione per legittimare l’odio nei confronti delle minoranze. Non dico che per strada mai nessuno abbia gettato occhiatacce quando passeggio mano nella mano con il mio ragazzo, ma pensare che chi assume certi atteggiamenti possa addirittura sentirsi nel giusto, mi fa molto arrabbiare. Per dire: questa estate ogni due giorni uscivano notizie di 'particolari scontrini' o di clienti Airbnb rifiutati perché gay. E pensare che fino a due anni fa, a unioni civili approvate, sembrava tutto stesse andando gradualmente nel verso giusto.

La verità è che c’è ancora troppa poca conoscenza della comunità LGBTQ+. Poco tempo fa, per dire, sono andato a trovare mia nonna nel paesino in cui abita. Stava spettegolando con le sue amiche, e una di questa un certo punto se n’è uscita dicendo: 'No tizio è avvocato, quindi non può essere gay.' Purtroppo nelle rappresentazioni della tv italiana, unico mezzo su cui molte generazioni hanno avuto modo di avvicinarsi ai temi queer, sono passati per anni solo messaggi stereotipati e questo aneddoto ne è l’evidenza.

Non sono per fare a tutti i costi coming out, in ogni situazione. Ma sono conscio anche del fatto che ogni coming out sia un passo verso il dialogo, la conoscenza, e al miglioramento della società. Per questo penso che i tanti coming out mancati di personaggi pubblici—calciatori, cantanti, politici—siano occasioni sprecate. Spero possano ripensarci."

Stella Carta, redattrice moda e deejay

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Foto di Vincenzo D'Ambrosio.

"Lavoro in un posto che mi piace, scherzo nel bar sotto casa, con le mie vicine ottantenni e parlo tranquillamente di tutti gli aspetti della mia vita se la conversazione lo prevede. Sono una persona che prima ha preso consapevolezza di sé, e poi ha continuato a vivere serenamente.

Quando negli anni Novanta ho fatto coming out è stata una liberazione. La seconda volta, quando ho detto che avrei intrapreso il percorso di transizione, è stata una naturale prosecuzione della prima. Non lo nascondo: il mio doppio coming out è stato faticoso da accettare per i miei, soprattutto perché avevano il timore che la gente potesse ferirmi e la mia vita potesse essere più complicata rispetto a quella di altri. Per i miei amici più cari, invece, non era cambiato nulla nei miei confronti.

In generale, però, non sono d’accordo sul fare in ogni situazione coming out: la sessualità non è un elemento per misurare il valore di una persona, o un cartello da esibire a inizio conversazione. Nessun eterosessuale specifica di esserlo, dopo le presentazioni iniziali. E dovrebbe valere per tutti. Diversi miei amici gay, per esempio, non hanno detto a lavoro di esserlo, per questioni di privacy o di contesto, e rispetto la loro scelta.

La propria sessualità dovrebbe semplicemente essere un argomento di conversazione come un altro, non essere vissuto come un senso di colpa dettato da vetusti retaggi culturali o religiosi. Certa gente ha ancora bisogno di etichettare in fretta e furia tutto, quando non ce ne sarebbe per nulla bisogno; nonostante in questo periodo, giustamente, si parli sempre più anche di come la sessualità sia liquida e le preferenze sessuali siano le più disparate.

Del resto ci sono ancora molti muri da abbattere: per esempio il doppio stigma che le donne transessuali—l’essere una minoranza sommato all’associazione transessuale uguale prostituta—sono costrette a subire. Io sono una donna fortunata, ma altre fanno fatica ad avere una vita normale, a combattere pregiudizi e preconcetti. E questo deve cambiare il prima possibile. Parliamone di più."

Jonathan, 33 anni, scrittore e autore del neo-pubblicato Febbre

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Foto di Vincenzo D'Ambrosio.

"Con me la domanda quando l’hai capito [di essere gay] non funziona, nel senso che non c’è stato un momento in cui me ne sono accorto—è una consapevolezza che è cresciuta con me da quando ero piccolo. Non c’è stato nemmeno un momento madre per quanto riguarda il coming out: la prima volta l’ho detto a mia madre a 15 anni, non tanto perché avessi bisogno di liberarmi o di farmi accettare, ma perché avevo già cominciato a usare le chat e volevo uscire con uno. Lei mi ha detto di no. Ma non perché stessi per uscire con un maschio, ma perché era molto più grande di me—io avevo 15 anni, lui 30.

Poi per un periodo con lei non ne ho più parlato, fino a quando a 19 anni non si è incavolata perché le avevo detto una balla: non ero andato a dormire da un compagno di classe, ma da un ragazzo che frequentavo. Mia madre è stata la prima persona con cui ho parlato della mia sessualità, e anche se secondo gli stereotipi vigenti le madri meridionali non sono di mentalità aperta è uno dei tanti casi in cui è stato smentito. Col resto della mia famiglia è stato più lento e più indiretto. Mio padre, con cui non ci vediamo spesso, lo ha scoperto tramite mia nonna, quando avevo all’incirca 25 anni. Così qualche tempo dopo ho portato il mio ragazzo per il pranzo di Pasqua come se fosse già una consuetudine.

Sul fare sempre coming out, se devo darti la prima risposta che mi viene, ti direi di sì, perché ho uno spirito un po’ anarchico e mi piace andare contro le regole. Se uno però rischia molto nel farlo, è meglio che aspetti un po’. Bisogna sempre fare i conti con la propria sicurezza, ma di base mi appassiona molto il fatto di cambiare un po’ alla volta lo stato delle cose, quindi ogniqualvolta che qualcuno fa coming out è sempre un bene. Dal canto mio, su internet scrivo da anni della mia convivenza, dei miei gatti, del mio rapporto con l’hiv, di diritti civili, e di eventi spiacevoli—come quella volta in cui non hanno affittato a me e il mio ragazzo un appartamento in quanto coppia gay. Certamente non sono una persona molto legata alla privacy, non ho messo barriere tra la mia vita e la riflessione.

Quindi quando sento quelli che dicono, 'non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo [ che si è gay] bisognerebbe arrivare al punto in cui queste differenze, queste categorie non esistono più,' penso che sia una roba un po’ ipocrita. Per me l’obiettivo dovrebbe essere la convivenza, una accanto all’altra, di tutte le differenze visibili, espresse—non un annientamento delle individualità, una piena fioritura e una piena manifestazione, non l’uguaglianza in senso asettico. In questo momento storico serve ancora rimarcare le differenze, per mostrare i punti in comune. Magari in futuro no, ma per adesso è così."

Mara, 27 anni, bartender

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Foto di Vincenzo Ligresti.

"Dopo un po’ di relazioni fallimentari con dei ragazzi, mi sono resa conto che ero sempre stata più attratta dalle donne. Così a 19 anni mi sono posta seriamente la domanda, e data una volta per tutte la risposta (ovvia). Quando qualche anno dopo ho deciso di comunicarlo a mia madre, lei non ci ha creduto. Dopo qualche giorno mi ha mandato una mail, scusandosi per i suoi modi freddi, dicendo che mi voleva bene e che l’importante era che fossi felice. Con tutto il resto della famiglia e i miei amici è andato tutto altrettanto liscio.

Il mio, se dovessi descriverlo, è stato un coming out meravigliosamente noioso. Come dovrebbe esserlo per tutti. Forse uno dei momenti più 'complicati' è stato quando ho portato per la prima volta a casa una ragazza. Si era presentata con: shorts, calze a rete e gambe totalmente tatuate. Mia madre avrebbe preferito una ragazza ‘più giudiziosa’, ma quella è un po’ una fissa di tutti i genitori, no?

Sono nata e cresciuta a Milano, sicuramente vivo in un ambiente fortunato. Però non credo nemmeno che in queste situazioni conti esclusivamente la parte d’Italia in cui vivi.

In linea di massima credo che il coming out—coi tempi e le modalità che si preferiscono—vada fatto. È fondamentale per prendere piena consapevolezza di sé, vivere alla luce del sole, capire come proseguire con la tua vita. Ed è altrettanto fondamentale cercare il più possibile di arrivare preparati alle possibili reazioni negative e subirne gli eventuali contraccolpi. Le aspettative degli altri sono insignificanti rispetto al propria libertà."

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