Attualità

Non è così 'da papà' pubblicare i volti dei minorenni che ti contestano

È giusto non mostrare in volto Salvini figlio, ma perché il padre non fa lo stesso coi minorenni che lo contestano?
1.8.19
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Grab via Repubblica.

C’è un particolare, nel caso del figlio di Salvini su una moto d’acqua della Polizia, di cui finora non si è praticamente parlato: il volto del ragazzo, nel video e nelle foto tratte da esso, è sempre oscurato.

Correttamente, bisogna aggiungere: la legge è molto chiara riguardo la pubblicazione dei volti dei minori, e anche il codice deontologico dei giornalisti precisa che “il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di critica e di cronaca”. Infatti, non solo il volto, ma anche il nome del ragazzo è stato omesso praticamente in ogni articolo (solo Il Tempo e Oggi, tra le testate principali, sembrano averlo pubblicato).

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Se il rispetto delle norme deontologiche fa sicuramente piacere, specialmente di questi tempi, è impossibile non notare che l’attenzione dovuta al figlio di Salvini non è la stessa che è stata attribuita ad altri minori di recente arrivati sulle cronache nazionali.

A novembre 2018, fece scalpore il caso delle studentesse messe alla gogna dal Ministro su Facebook, senza che ne venisse oscurato il volto. Nello stesso periodo, su Twitter, Salvini pubblicava il video della manifestazione studentesca: anche qui, tutti le facce in bella vista, riconoscibili ed esposte agli immancabili insulti dei suoi follower. Lo scorso febbraio, la stessa cosa capitava con altri due studenti che lo avevano contestato in Sardegna.

È lo stesso Salvini che dice di “parlare da papà” e che commette anche “errori da papà”. E infatti, i figli suoi e quelli dei suoi supporters sui social ci finiscono con l’adeguata censura. Sembra perciò esserci una certa differenza di comportamento nei confronti dei minorenni “amici” e di quelli “nemici” (per uno che, tra parentesi, annuncia di avere molto a cuore la questione dei bambini di Bibbiano).

Eppure, pensandoci meglio, tutto questo è perfettamente inquadrabile nella sua comunicazione. Da una foto con un mitra in mano al far salire il figlio su un mezzo della Polizia, tutta la sua carriera da ministro viene percepita come una provocazione continua, un reiterato tentativo di alzare l’asticella del tollerabile.

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Una battaglia che, purtroppo, sta vincendo: questo modo di comunicare si rintraccia spesso anche nella stampa. Se, nel caso delle studentesse del novembre 2018, i giornali si premurarono di oscurare i volti delle ragazze, per quelli successivi la regola è venuta meno. Per i video dei selfie-trappola contro Salvini nessuno sembra essersi posto il problema dei volti dei ragazzi o della loro età, se non successivamente. Per contro, ogni qualvolta i media riportano raccolte di commenti pescati sui social, specialmente quando si tratta dei più violenti, nomi e avatar sono regolarmente oscurati per evitare qualsiasi tipo di riconoscimento, sebbene entrambi potrebbero essere falsi, a differenza dei volti nelle foto e nei video.

Il limite del pubblicabile, quindi, è stato anch’esso spostato verso l’alto: non è più questione di deontologia—cioè di correttezza e serietà nello svolgere il proprio mestiere—ma di una comune scelta redazionale senza alcuna implicazione etica. E il caso della moto d’acqua della Polizia ci mette di fronte a un’altra variabile, ovvero che comunque per il figlio del Ministro si usa un metro di giudizio che per i suoi coetanei comuni non sembra sempre essere richiesto.

Da un lato, Salvini è evidentemente riuscito, con buona pace di Franco Gabrielli, a coinvolgere direttamente le Forze dell’Ordine nel suo sistema di propaganda: rimuovono striscioni più o meno chiaramente contro di lui; sequestrano i cellulari dei contestatori; scattano foto che non dovrebbero scattare e le rendono pubbliche. Dall’altro, però, i mezzi d’informazione—compresi quelli non schierati in suo favore—stanno finendo per farsi dettare cosa mostrare e come dal Ministro stesso.

Pubblicare a cuor leggero la foto illegale di Carola Rackete agli arresti è stato un altro grosso esempio di una violazione del codice deontologico che è stata possibile solo in un clima in cui il cattivo esempio parte dall’alto, dalle istituzioni. Quella perfetta foto-trofeo per il pubblico sovranista è implicitamente figlia dei volti dei contestatori resi pubblici senza ritegno, tutte mosse più o meno esplicitamente organiche alla propaganda della Lega.

Chi dovrebbe avere qualcosa da ridire sull’argomento potrebbe essere, ad esempio, l’Ordine dei Giornalisti, dato che nella Carta di Treviso si legge testualmente di semplificare la “procedura disciplinare e contemplare la sanzione accessoria” per chi espone inutilmente dei minori. Più precisamente, “tutti i giornalisti sono tenuti all’osservanza di tali regole”: tutti, compreso Matteo Salvini, che giornalista lo è dal 2003, in virtù del suo lavoro prima a La Padania e poi su Radio Padania Libera.

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