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Rendiamo omaggio a ‘Infinito’, il disco con cui i Litfiba hanno smesso di far finta di essere un gruppo rock

Sono passati vent’anni dall’album de “Il mio corpo che cambia”, che fu sia l’ultimo chiodo nella bara dei Litfiba che la loro consacrazione pop.

di Demented Burrocacao
17 giugno 2019, 12:55pm

La copertina di Infinito

Nello scorso episodio di Italian Folgorati ci siamo concentrati su Canzoni Preghiere Danze dei CCCP Fedeli alla Linea, considerato da molti il capolinea della band per ovvi motivi: la caduta del muro di Berlino e la conseguente dissoluzione del modello sovietico. Però i CCCP non si sono fermati, dato che nel 1990 hanno registrato il loro testamento assoluto, il micidiale e imprescindibile Epica Etica Etnica Pathos, gettando le fondamenta sulle quali poi si sarebbe eretto il progetto CSI. Perché in effetti si trattava di una formazione del tutto nuova: all’interno di essa infatti trovavamo Gianni Maroccolo e Ringo De Palma, lo scheletro dei Litfiba, esuli dalla loro band di origine per divergenze “artistiche”. In realtà, Ringo aveva lasciato anche per non meglio identificati problemi di salute, venuti poi allo scoperto in maniera brutale quando, ahimé, morì di overdose subito dopo le registrazioni di Epica Etica... infliggendo un grosso lutto al mondo musicale italiano.

Simbolicamente, la sua morte ha segnato anche la morte dei Litfiba. È indubbio che la band capitanata da Piero Pelù sia stata una delle più importanti in Italia e fuori per quanto riguarda la new wave. Maroccolo, in recenti interviste, ha raccontato che per svariati anni i Litfiba hanno vissuto più all’estero che in Italia; ma a un certo punto, passati in CGD, un certo produttore chiamato Alberto Pirelli fiutò la gallina dalle uova d’oro e decise che i ragazzi della band sarebbero state delle rockstar esclusivamente italiane. Insomma, una roba alla Vasco. Maroccolo, a quel punto, se ne andò sbattendo la porta e portandosi via nei futuri CSI anche Francesco Magnelli, arrangiatore di quel discone che è 17 Re. Solo il tastierista Antonio Aiazzi rimase nella band, ma talmente in ombra da sembrare un session man.

Da Pirata in poi, quindi, i Litfiba originali cessarono di esistere e diventarono un progetto costruito a tavolino. I fans ci direbbero che no, la fase due dei Litfiba coi soli Piero e Ghigo al comando ha un senso e un’evoluzione di ricerca musicale: i due la fanno finita con la new wave e si buttano in un “inedito" latin rock, dicitura che però è parecchio ambigua e in fondo in fondo non vuol dire un cazzo. Come ispiratori di questa svolta indicano il grunge, al momento in piena ascesa, e le smetallarate patinate del Black Album dei Metallica. Anche se fosse vero (ma in realtà il cambio di sound è più che altro responsabilità di Ghigo a cui parte la botta di nostalgia Seventies), i nuovi Litfiba non avrebbero fatto altro che seguire le mode, pescando nel bacino di giovani consumatori; prima, al contrario, elaboravano delle strategie per una musica con riferimenti originali, mutuati anche dalla tradizione popolare italiana e di varia ispirazione etnica, dalle simbologie magico-rituali che poco avevano a che vedere con gli interessi di classifica.

El Diablo, il primo capitolo del mark II, per quanto sia divertente e veda in formazione anche un pezzo grosso come Mauro Sabbione dei Matia Bazar, non è altro che il trampolino di lancio per trilogie e tetralogie di dubbia ispirazione (Tetralogia degli Elementi? Trilogia degli Stati? Ma che è?). I testi perdono appositamente mordente allo scopo di raggiungere il grande pubblico e il gruppo diventa essenzialmente la backing band di Piero e Ghigo. La sezione ritmica cambia rotta: si avvicendano al basso e alla batteria personaggi che, per quanto bazzicassero la new wave storica e il metal (Roberto Terzani dei Windopen, a Daniele Trambusti dei Moda e Franco Caforio dei Death SS), avevano ammorbidito da un pezzo il loro suono; successivamente non sarà neanche importante il background di chi si avvicenderà, troviamo anche gente che viene dal funk (Daniele Bagni suonava il basso nei Ladri di Biciclette!).

Non è chiaro il motivo per cui i fedelissimi continuino a difendere i dischi di questo periodo, almeno fino a Mondi Sommersi, il quale è talmente commerciale che nel video di "Regina di cuori" la protagonista, più che la canzone, è una Opel Tigra che sponsorizzava il video. Dopo questo disco, culto inspiegabile per i fan, ne arriva uno che invece è considerato tra i peggiori della band. E io, naturalmente, non sono d'accordo. Si tratta di Infinito, che è appena stato ristampato in versione “Legacy”.

Infinito uscì nel 1999, vent'anni fa. Gli appassionati dei Litfiba si sarebbero aspettati di tutto, tranne che la trasformazione in una perfetta pop band milionaria e ruffiana. Il singolo “Il mio corpo che cambia” scioccò tutti in questo senso: su una base pseudo-morriconiana, un Pelù ammiccante canta con una voce nuova, quasi irriconoscibile; nelle backing vocals sembra veramente possedere una voce femminile fino a quel momento mai emersa. Un senso di rifiuto avvolse gli aficionados di lunga data, che non comprendevano perché il loro virile beniamino si fosse messo a cinguettare in stile Sylvester.

litfiba il mio corpo che cambia
Uno screenshot dal video di "Il mio corpo che cambia", cliccaci sopra per guardarlo su YouTube

Ebbene, invece “Il mio corpo che cambia” è importantissima per la musica del periodo: innanzitutto è un inno alla fluidità di genere come ce ne sono pochi in Italia e piacerebbe ai seguaci del pop HD di PC Music, secondo poi è il manifesto del nuovo Pelù pensiero, che oltre a giocare con l'identità di genere/sessuale, vuole finalmente gettare la ”mascherina” (non a caso il secondo singolo dell'album) dal punto di vista musicale. In poche parole, i Litfiba mark II sono sempre stati commerciali (basta pensare a Spirito, un disco al limite della decenza) e con Infinito ce lo sbattono in faccia, sottolineandolo con evidenziatori fluo per chi fa finta di non capire.

Che Infinito sia studiato e composto su misura non era un mistero, e infatti più avanti i nostri lo confessarono in alcune interviste. Era evidente il tentativo di ingraziarsi le masse, così come pure il fatto che il disco contenesse brani scartati da dischi precedenti. Riempitivi, sì, ma confezionati con “arrangiamenti della mutua”, per citare ancora una volta Calcutta. Ascoltando "Mascherina" troviamo i semi dell’itpop: una base che ricorda i fasti della new wave e della disco, con suoni anni Ottanta che all’epoca puzzavano di vecchio, ma che infilati nella lavatrice del suono sintetico e “virtuale” risultavano appetibili. "Mascherina", col senno di poi, sembra proprio una critica dall'interno al progetto Litfiba, che comincia a scricchiolare. I testi diventano elementari, superflui, cantabili anche da un cavernicolo, messi su con le prime cose che vengono in mente, senza filtri: insomma, pop al grado zero di comunicazione, tecnica che oggigiorno risulta vincente anche in campagna elettorale e che costella le classifiche di gradimento dei giovani. Se ascoltiamo la ballata "Sexy Dream", a parte il citazionismo sfacciato del Lou Reed di "Walk On The Wild Side" e "Satellite of Love", come anche di"C'est la Ouate" di Caroline Loeb, il concetto è chiarissimo: la presenza di Mara Redeghieri degli Üstmamò non rende “sexy” il pezzo, che sembra eccedere l’erotismo verso la vera e propria pornografia di un desiderio che non ha più voglia.

In "Canto di gioia" le chitarre sembrano più che altro tastiere, c’è un sentore di computerizzazione totale degli strumenti “classici”. Pelù canta versi come: “È fantastico, mi sento elastico! / E quando penso a quello che arriva sul più bello / Mi sento elastico, non è fantastico?” È una specie di trip lisergico da negozio di caramelle, appunto, di plastica. Il messaggio è chiaro: non c’è spazio per i Litfiba incazzati, la rivoluzione non è più gridare o scrivere poesie in musica, ma far esondare il pop portandone all'estremo tutte le caratteristiche. "Nuovi rampanti", per esempio, sembra una canzone di denuncia, ma è invece un'invettiva senza direzione contro non meglio identificati poser del mondo spiritual-intellettuale, che sottolinea le loro pecche, paradossalmente, con una superficialità testuale inaudita. Viaggia con un suono levigato, anche qui con elettronica usata in maniera elementare, come se non ci fosse un oggetto o un soggetto, il rock è solo una formula compositiva e nulla più.

La tematica dell'elemento tempo, che dovrebbe legare un po’ tutti i pezzi rendendo Infinito l’ultimo disco della serie “elementi”, risulta più che altro uno stratagemma per farla franca e uscire dal tempo, come se nella registrazione non fossero presenti i Litfiba, ma solo i loro avatar: "Prendi in mano i tuoi anni" sembra un pezzo del nuovo Coez, una cosa che ti scivola addosso e che fa da tappezzeria sonora ai sushi bar nelle zone gentrificate, prevedendo un intrattenimento distratto e veloce sia nell’ascolto che nella attitudine “usa e getta”. "Vivere il tuo tempo" è una ballata psichedelica farcita da flanger digitali e da aperture melodiche che ricordano il pop italiano storico di Nada e compagnia, in cui il testo sembra finalmente perseguire un minimo tentativo di lirismo. È la versione “social” di "Apapaia". "Frank" è invece un funk da videogioco in tre dimensioni, soprattutto quelle vuote, a base di canne e alcool, in cui la voce di Pelù si contorce come a imitare un plugin bubblegum bass gommoso, raccontando appunto il nulla di giornate passate a sballarsi tanto per farlo senza pretendere di trovarvi ispirazione.

litfiba vivere il mio tempo
Uno screenshot dal video di "Vivere il mio tempo", cliccaci sopra per guardarlo su YouTube

Conclude il disco la melodica e vagamente indiana "Incantesimo", che sembra uscita dal repertorio degli Zerozen (all’epoca indicati come possibili ispiratori della svolta), in cui i synth freddamente entrano ed escono da un tessuto essenziale e decerebrato in cui è tutto superfluo, anche se ridotto all’osso. Cartoline da una spiritualità da Second Life, ”vivo dentro un incantesimo”, non possiamo non pensare a un’allusione al virtuale di internet, soprattutto quello new age punk e la sua spiritualità al silicio.

Il suono di Infinito è pensato per essere vapore allo stato solido, quindi assolutamente diafano: in questo la produzione raggiunge l’obiettivo di un prodotto che ben presto risulterà, nonostante le critiche, il disco più venduto del gruppo, con sold out assicurati ai live. I Litfiba perdono i fan e raggiungono la maggioranza, l'indiscriminato, con un disco pop perfetto. È anche l'album con cui i Litfiba smettono di prendere in giro il loro pubblico e decidono di essere quello che sono: una macchina da soldi senza alcuna velleità di credibilità—e per questo sono finalmente credibili, mentre i fan cadono dal pero.

In fondo, forse, i Litfiba puntavano fin dall'inizio al dorato mondo del pop: in una conferenza stampa del 2015 per The Voice Of Italy, Roby Facchinetti rivelò, in presenza di un compiaciuto Pelù, che agli esordi dei Litfiba il giovane cantante toscano con tutta la band al seguito gli portò una demo chiedendogli di telefonargli e dargli un parere. Facchinetti non apprezzò e non lo chiamò e dopo vent’anni, nel pieno del successo dei Litfiba, si rincontrarono ai Telegatti e Pelù lo rimproverò per non averlo cacato. Strano per una band dark wave flirtare con i Pooh, nevvero? Eppure il finale di "Gioconda" era un omaggio a "Selvaggio", proprio dei Pooh, il che dà da pensare.

Forse, ecco, con Infinito il cerchio si chiude, proprio come un loop senza fine: i Litfiba si scioglieranno male, Ghigo cercherà di portare avanti la baracca con un nuovo cantante e Pelù si imbarcherà nella carriera solista facendosi aiutare proprio dal suo vecchio amico Maroccolo. Nessuno dei due, però, non ha ottenuto risultati paragonabili ai vecchi fasti. La successiva reunion (a parte quella live per i primi dischi della trilogia del potere, quelli sì che sono i Litfiba) non è altro che l’eccezione che conferma la regola: l'infinito di una band che funziona solo quando non esiste, come un vero e proprio prodotto da laboratorio informatico, in cui i musicisti spariscono nell'impersonale. Ed è questa, ahimè, la prassi del pop di oggi; vi conosciamo, mascherine.

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