opinioni

Perché Paolo Villaggio è stato l'unico vero cattivo dei comici italiani

E il meno italiano di tutti.
4.7.17
Paolo Villaggio in 'Fracchia la belva umana'.

Paolo Villaggio è stato uno dei comici di maggior successo del nostro paese, e sappiamo bene che da morti gli italiani diventano tutti belli, bravi, in fondo buoni anche se malvagi, e sempre insostituibili. Già è vero in assoluto—i funerali con gli insulti alla salma sono rari—ma è particolarmente vero in un paese cerimonioso come il nostro. E da quando si è capito che i rimpianti sono una moneta di condivisione social perfetta, che non vediamo l'ora di passare al prossimo sentendoci sensibili e gonfi di memoria storica, è difficile capire davvero come stiano le cose: è morta una persona unica per tutti, importante per il costume e la cultura del paese, o un bravo intrattenitore che mancherà soprattutto ai suoi cari?

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Sono convinto che Paolo Villaggio sia stato unico e fondamentale, soprattutto fino agli anni Ottanta. Spiego brevemente perché a chi non c'era o era distratto, o magari non gliene è mai fregato niente e adesso vede bacheche lacrimose e pensa che siano tutti rincretiniti.

Paolo Villaggio nel 2008. Foto via Flickr.

Guardare oggi alla carriera di Paolo Villaggio, dopo tutti questi anni di Zelig, facce buffe e tormentoni, risulta complicato. Siamo già un paese che ha una scarsissima propensione alla satira, all'ironia e al comico. Le ossessioni dei terroni che vanno a mangiare a Pasquetta portandosi tonnellate di cibo, oppure la malinconia del consumatore milanese che va all'Ikea e si perde tra i nomi scandinavi non sono punti di partenza utili per capire che ruolo possa avere un comico bravo. In più siamo reduci dagli anni di Berlusconi, un periodo in cui da una parte c'è il modello delle gag sceme e tossiche di Drive In, e dall'altra cresce una generazione di comici "all'americana", poi traditi dal loro stesso successo (Grillo è diventato il Grillo che risolve problemi dal basso, e Benigni legge la Divina Commedia o parla di amore universale). Ma all'inizio questi due, come altri dopo di loro, fanno satira del potere, fanno battute su Andreotti, Craxi, Berlusconi in prima serata, e i loro interventi sono attesi con fibrillazione. Più loro attaccano la politica, più la politica cerca di reagire; più la politica risponde, più loro menano. Il pubblico, seduto tranquillo, assiste a un pestaggio che non lo riguarda mai: l'italiano è sempre una povera vittima del ricco tiranno, che il comico ridicolizza in qualsiasi modo suscitando un impeto di rivalsa, un po' di indignazione e l'idea che il motto "Una risata vi seppellirà!" possa effettivamente descrivere l'andamento di una rivoluzione.

Paolo Villaggio è sempre stato il contrario di tutto questo. Il primo obiettivo di Villaggio e il protagonista assoluto della sua satira è sempre stato l'italiano medio: non il re, non il ministro, non i vegani, non i selfie-stick. No no, era la gente normale a interessare a Villaggio. Li osservava e li raccontava con lo stesso boomerang spietato che usano molti comici americani: la capacità di ridere della propria disgrazia e allo stesso tempo colpire personalmente ciascuno degli spettatori. Per Dario Fo e la scuola milanese il pubblico era fatto di fratelli, sorelle, compagne e compagni cui si raccontava quanto fossero ipocriti il ricco, il re e il cardinale, invitandoli a ridere dell'autorità. Per Paolo Villaggio il pubblico doveva rendersi conto di essere eventualmente stronzo. Anche i poveri, ebbene sì: stronzi. Questa è una chiave di lettura che in Italia non ha proposto nessun altro, sicuramente non da sinistra e non con questa forza. Ancora oggi i programmi satirici di maggior successo sono dalla parte della gente, anche se in genere la gente c'entra molto poco. Invece Villaggio, sia come se stesso che nei panni del Professor Kranz, maltrattava ancora in bianco e nero quegli italiani eleganti e ben vestiti che fino a quel momento in televisione erano sempre stati intoccabili.

Il passo successivo è il racconto del lavoro d'ufficio: un argomento che in Italia approfondisce solo lui, visto che Camera Cafè è francese, Dilbert è americano e The Office è inglese. Eppure gli impiegati li abbiamo anche noi da molto tempo. Villaggio costruisce due personaggi che si somigliano molto: Giandomenico Fracchia prima e Ugo Fantozzi poi.

Fracchia nasce in tv nel 1968. È un impiegato che si informa e ha posizioni politiche, come tutti in quegli anni. Somiglia in qualche misura a Villaggio stesso, che era stato impiegato e soprattutto era un artista comunista (di Genova, capitale planetaria del mugugno). L'incontro tra Gianni Agus nella parte del capo e Paolo Villaggio nella parte di Fracchia è magistrale. Perfino la poltrona Sacco (di Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro, uscita proprio nel 1968) diventa misura della distanza tra impiegati e dirigenti, uno strumento per ricordare al sottoposto che non solo con le persone di livello più altro, ma perfino con l'arredamento dei loro uffici è incapace di interagire. Agus è irresistibile mentre Villaggio fa pena, ma nessuno riesce a immedesimarsi nel capo. Il trucco sta esattamente lì.

[Giandomenico Fracchia, ripreso nel 1975 in Sogni proibiti di uno di noi, serie RAI diretta da Antonello Falqui].

Nel 1971 esce Fantozzi, il libro, che vende un milione e mezzo di copie. Fantozzi è una versione ancora più drammatica di Fracchia, più normale, marrone e condannata alla pazienza. Villaggio intanto è amico di De André, frequenta gli artisti e gli ambienti di sinistra, ma è anche un comunista che sta in tv con più esperienza degli intellettuali organici del tempo. La leggerezza con cui racconta ironicamente il paese è malvista.

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La satira sociale in genere è considerata un modo rischioso di scherzare col fuoco: in tv devono andare le imitazioni dei potenti di Alighiero Noschese, non degli impiegati che subiscono le angherie dei padroni e si mostrano egoisti, furbi e meschini. D'altronde la parodia dell'azienda moderna e delle sue regole rimbalza sulla lotta di classe e contemporaneamente ridicolizza gli organigrammi da burocrati del modello socialista. Per questo Villaggio da molta sinistra è visto come un buffone che si prende troppe libertà.

Oggi, ripercorrendo la sua carriera, qualcuno accuserà Villaggio di cinismo, di avere esaltato l'ignoranza, di essere stato l'iniziatore di una corrente di difensori del popolo e di qualsiasi sua piccineria, dalla xenofobia come istinto protettivo naturale alla paura "legittima" dei vaccini. Non è così. Villaggio è semplicemente stato uno che ha sempre messo in crisi lo spettatore, se stesso, la sinistra italiana in cui ha sempre militato. La famosa scena della Corazzata Potëmkin di Ėjzenštejn (trasformata nel film in Kotiomkin di Einstein per ragioni di diritti) non ridicolizzava i comunisti o il cinema d'autore o la cultura. Quella scena è il frutto di anni di cineforum militanti, di devota partecipazione alla cultura di sinistra: è insomma ancora una volta un ridere amaramente di sé e del proprio mondo. La cosa è molto chiara qui, quando lo stesso Villaggio dice toccandosi il petto "me compreso".

Negli ultimi vent'anni, obeso, fobico e vagamente inquietante, vestito con dei tuniconi alla Demis Roussos, Villaggio è stato ancora capace di essere cattivo e mai compiaciuto, spietato prima di tutto sempre verso se stesso, mai a proprio agio nel ruolo della vecchia gloria. Ogni volta che lo intervistavano con la bonarietà che si riserva alle leggende, lui raccontava di quanto fosse rognoso, ripeteva che Madre Teresa era una nana malvagia, oppure parlava a lungo della propria morte.

Ma attenzione: non c'è mai stato, nello sguardo crudele e "cattivo" di Paolo Villaggio, quel qualunquismo ridanciano che salva tutti perché tutti fanno schifo, sono tutti egoisti, e allora facciamo quello che vogliamo e non rompeteci le palle. Fantozzi è il fratello senza dio del personaggio biblico Giobbe: il mondo lo punisce, e lui le prende tutte, senza rivalsa e senza vendetta. Tutte. E questo personaggio dell'afflitto, la maschera comica dello sventurato, nella tradizione italiana è molto poco presente (ed è invece fondamentale in quella ebraica mitteleuropea e di conseguenza americana).

Paolo Villaggio ha trasformato negli anni questa figura nel proprio karma, vissuto con dedizione assoluta fino alla fine. Il suo linguaggio comico è stato unico e inconfondibile: nessuno come lui ha saputo immergersi con tanta convinzione nel tragico, riemergendo indenne dall'altra parte a cavallo di un'invenzione linguistica, un megadirettore galattico, un batti lei. I nostri comici in genere sorridono mentre chiudono le battute. È rarissimo il deadpan, lo stile impassibile che usano spesso gli inglesi. Paolo Villaggio faceva quasi solo deadpan: con lui si rideva sempre al confine con la disperazione. Non a caso molti faticano, o da piccoli faticavano, nel vedere senza piangere o sprofondare nell'imbarazzo alcune scene di umiliazione assoluta dei primi film di Fantozzi, come quella dei colleghi che si prendono gioco della figlia Mariangela dandole della scimmia alla festa aziendale.

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La carriera di Villaggio ha avuto momenti più alti e momenti più bassi, fasi di grandi contenuti e fase di repertorio annacquato a oltranza. Ma in questa intervista un po' fuori sincrono del 1968 c'è l'essenza della sua grandezza, quando illustra con semplicità la struttura della sua satira, una fotografia della realtà che usa il paradosso come flash.

Nelle ultime due battute c'è il cuore vero della questione.

"Come reagisce il pubblico quando lei dice queste cose?"
"Si riconoscono."

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