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reportage

Da Scampia all’Afghanistan: gli italiani che hanno aperto una comunità per eroinomani a Herat

Come un'inchiesta sul consumo di eroina tra i contingenti militari è diventata un progetto per aprire il primo centro di recupero per tossicodipendenti afghani.
2.2.16
Foto di ninara/Flickr

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L'Afghanistan è uno di quei posti dove le brutte notizie ti precedono, popolato da gente ospitale che dagli anni Ottanta non conosce altro che guerra.

I giovani, ad esempio, non hanno mai visto pace nel loro paese. Al momento della compilazione dei documenti necessari per raggiungerlo, nella "dichiarazione in materia di sicurezza" del ministero degli Esteri, la dicitura parla esplicitamente di "paese ad alto rischio."

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È un posto montuoso e senza sbocchi sul mare, tanto che gli approvvigionamenti della missione NATO vengono garantiti da un colossale ponte aereo.

Qui l'indice di sviluppo umano - col quale l'apposito programma ONU (UNDP) calcola la salute di una nazione - è talmente basso che, come per l'Iraq, viene calcolato in una tabella a parte.

La speranza di vita, nel 2014, era di poco oltre i 50 anni (fonte: CIA World Factbook) con il 72 per cento circa della popolazione ancora analfabeta, e meno della metà di questa aveva accesso all'acqua potabile.

Il lavoro minorile resta molto diffuso, anche nei campi coltivati a papavero da oppio. Per una bambina nata nelle campagne il destino è quello di entrare a far parte di quei sette afghani su dieci che a scuola non vanno, o di restare chiusa in casa.

Il 60 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, e dei 15,6 miliardi di dollari di prodotto interno lordo, ben 6 sono aiuti dall'estero. L'economia del paese resta poverissima e basata su attività artigianali, come la produzione di tappeti e l'allevamento nomade. L'industria, viceversa, è quasi inesistente.

In pratica l'unico prodotto col quale l'Afghanistan partecipa al mercato mondiale, da leader incontrastato, è l'oppio.

Leggi anche: L'eroina, l'esercito e un delitto misterioso: in Afghanistan sulle tracce del caso Parolisi

L'oppio è il principale componente dal quale si ricava l'eroina. I contadini, del resto, hanno ben pochi mercati alternativi ai quali ambire: 4 chili di mais vengono pagati meno di 2 euro, la stessa quantità di oppio ne vale circa 90. E l'inverno è lungo, soprattutto nelle valli innevate.

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L'Afghanistan, in seguito all'invasione del 2001 lanciata per spodestare il regime talebano, è così diventato leader nella produzione di oppiacei: nel 2007 ha battuto ogni record, raggiungendo il 130 per cento del fabbisogno mondiale, un terzo in più di quello che tutti i consumatori del mondo assumono in un anno. Oggi, l'estensione delle coltivazioni di papaveri da oppio è quella più ampia di sempre, coi suoi 224mila ettari circa.

Così se prima questa veniva raffinata nei paesi limitrofi - Iran e Pakistan in testa - ed era difficile da trovare, l'anarchia provocata dalla guerra ha fatto sì che venisse poi prodotta direttamente in loco, in centinaia di laboratori clandestini che trasformano quasi il 90 per cento del raccolto di papavero da oppio.

L'eroina ha così invaso il mercato locale: adesso, aree a perdita d'occhio si susseguono come fossero viti nella valle del Chianti in Toscana.

Ma davvero l'Afghanistan si sta trasformando in un narcostato?

Il Drop-in di Kabul realizzato da Médecins Du Monde (Alessandro De Pascale/VICE News)

Per provare a rispondere a questa domanda, basta ricordare quanto affermato da Ayub Rafiqi, direttore dell'Associazione proprietari terrieri della provincia di Kandahar, roccaforte talebana nel Sud del Paese: "Circa il 60 per cento delle piantagioni di papavero da oppio si trovano in terreni di proprietà statale, affittate dalle stesse autorità locali, spesso in nero, ai contadini privati."

Bisogna anche aggiungere il dato secondo il quale meno del 10 per cento della produzione resterebbe nel paese, una nazione con uno dei più alti tassi di tossicodipendenza al mondo: i consumatori di oppiacei in Afghanistan, per l'Ufficio droga e crimine dell'ONU (ONUDC) che stila annualmente le statistiche, oggi sarebbero diversi milioni.

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Le stime parlano del 3 per cento di tossicodipendenza presso la popolazione adulta, lo stesso livello di Russia e Iran, i due Paesi in cima alle classifiche.

Nella capitale Kabul e nelle altre città principali - Mazar-i Sharif, Herat, Kandahar, Helmand - parchi periferici e strutture abbandonate o distrutte dalla guerra si sono trasformate in case della droga all'aperto, abitate da un esercito di tossicodipendenti.

Colpa anche del mix tra insicurezza, guerra, povertà, disoccupazione e illegalità diffusa. Non a caso, nelle zone rurali, la tossicodipendenza interessa prevalentemente l'anello più debole della società: donne (il 13 per cento del totale) e bambini (7 per cento), spesso costretti a lavorare duramente per 16-18 ore al giorno, con la droga che diventa un rimedio per non sentire la fame e alleviare la stanchezza.

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Tornato in Italia dall'Afghanistan, mi ero innamorato di quel paese. Più di ogni altra cosa, però, avevo visto una spaventosa povertà. Ho così deciso di sfruttare i miei contatti per cercare di avviare un progetto sul posto, per aiutare i consumatori problematici di eroina.

Al mio ritorno in patria ne parlo con Mediterraneo Sociale, una società consortile e una federazione attiva sui progetti internazionali che "garantisce servizi amministrativi e di management, attività di supervisione e investimenti strutturali ai propri enti no profit" (ONLUS, coop e imprese sociali).

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Il consorzio è da anni attivo nel mondo dell'esclusione sociale: accoglienza e consulenza per migranti, minori, disabili, consumatori problematici di stupefacenti e detenuti.

Si tratta di "una realtà autonoma a livello politico e culturalmente laica, forte di oltre 120 operatori, più di 1.000 utenti e circa 40 unità operative complesse soltanto in Campania." Tratto distintivo del loro operato, "l'impronta etologica ed ecologica sostenibile, ispirata alla decrescita e alla sobrietà del vivere," attraverso imprese sociali integrate locali, come le fattorie sociali, le comunità locali sostenibili e i borghi sociali.

Mediterraneo Sociale ha da poco festeggiato trent'anni di vita dall'apertura della sua prima struttura, la comunità per tossicodipendenti "Il Pioppo" di Somma Vesuviana (NA), oggi dotata di drop-in - strutture pensate per accogliere adulti in difficoltà - e di un centro residenziale per i minori dell'area penale.

Il gruppo ha lavorato a Scampia negli anni Ottanta - quando l'Occidente ha vissuto il boom dell'eroina - anche con progetti di riduzione del rischio, quali un camper per la distribuzione di siringhe osteggiato dalla camorra, che le vendeva a caro prezzo nei bassi e persino nei tabaccai.

In sostanza, a mio avviso, forse il miglior partner per lanciare un progetto per sostenere i consumatori problematici delle città afghane di oggi, le quali in questo senso mi ricordavano molto la realtà che si viveva da noi oltre 30 anni fa.

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Nel 2014, quindi, riparto per l'Afghanistan, stavolta per lavorare sul progetto. Obiettivo del viaggio, capire se ci sono già centri rivolti alle persone con problemi di dipendenza, qual è la loro modalità d'intervento, da chi sono gestiti.

L'arrivo - con la scorta dei militari - alla comunità residenziale di Herat (Alessandro De Pascale/VICE News)

Era l'anno zero, all'epoca, e tuttora il governo non ha una normativa in materia—nemmeno riguardo all'uso di farmaci sostitutivi per la terapia. Esistevano esclusivamente strutture diurne, e la modalità d'intervento più diffusa, quando gli ospedali si trovavano a ricoverare un paziente che va in astinenza, era quella di legarlo al letto aspettando che gli passi. Una pratica disumana.

Tuttavia, a Kabul operava già un progetto varato da Médecins du Monde (MDM). La ONG francese nel 2006 aveva chiesto al governo afghano l'autorizzazione per poter attivare un progetto pilota per la somministrazione di metadone. Il via libera lo otterranno soltanto nel 2010, e per appena 150/200 pazienti. Meno di una goccia in mezzo al mare, in una città che i locali sostengono conti 4 milioni di abitanti.

Alla polverosa periferia della capitale viene quindi attivato, con un finanziamento del Fondo Mondiale, un drop-in che fa riduzione del danno e prevenzione per l'HIV—tuttora l'unico dell'intero Afghanistan a fare questo test.

Il metadone necessario, farmaco sintetico sostitutivo largamente usato in Occidente, viene però importato dalla Francia—un assurdo, se si pensa al fatto che l'Afghanistan è il primo produttore d'oppio al mondo.

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Nel 2013, terminato il progetto di MDM, il drop-in passa nelle mani di una ONG locale, la Organization of Technical Cooperation for Community (OTCD), finanziata dalla Banca Mondiale.

Leggi anche: L'altra guerra: tra i sieropositivi e gli eroinomani ghettizzati in Ucraina

Pur di aprirla, comunque, la comunità progettata dagli italiani viene data in gestione temporanea. Chiedo ai militari di visitarla, spiegandogli anche le finalità di quel mio viaggio in Afghanistan, il progetto messo in campo e ventilando anche la possibilità di far subentrare il mio partner locale nella gestione. Loro accettano, con l'obbligo però di avere la loro scorta.

Trovato il partner italiano, comunque, a quel punto toccava solo trovarne uno locale. La scelta cade su Wadan (The Welfare Association for the Development of Afghanistan), una ONG creata da iraniani e afgani che dal 2002 si dedica alla ricostruzione del paese, a partire dai livelli di base, e in un certo senso speculare a Mediterraneo Sociale.

Nel corso degli anni hanno attivato centri per il trattamento delle dipendenza e drop-in in 10 province afghane, cui alla fine si aggiunge la comunità di Herat del progetto Napoli-Kabul, la prima residenziale realizzata ad hoc dell'intero Afghanistan.

La sede della ONG Wadan, a Kabul, coi sacchi di sabbia alle finestre (Alessandro De Pascale/VICE News)

Oggi, operatori afghani, iraniani collaborano in questo centro e sul territorio insieme a quelli di Napoli—gente che si è fatta le ossa a Scampia negli anni Ottanta, sperimentando pratiche di 'riduzione del rischio' - come la distribuzione di siringhe - e aprendo dei centri per chi intendeva smettere.

L'obiettivo finale di questa collaborazione è creare nuove modalità d'intervento condivise, basate sull'ormai trentennale esperienza in questo campo del partner italiano e su quella decennale in Iran di quello afghano.

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Le differenze culturali, del resto, sono tante. Ad esempio è praticamente impossibile riuscire a intervenire su donne e bambini, in quanto famiglie o mariti non gli consentirebbero mai di lasciare il nucleo familiare per entrare in comunità. Proprio per questo è stata ipotizzata anche l'apertura della prima casa famiglia del paese, così da poter intervenire sull'intero nucleo familiare con problemi di dipendenza.

Per ora agli italiani spetta il compito di supervisionare, a partire da dati e cartelle cliniche, il lavoro della comunità. Un lavoro svolto costantemente a distanza, che una volta l'anno si sposta direttamente sul posto, per conoscere il numero di pazienti ospitati e trattati, i giorni di permanenza, le percentuali di ricaduta o le nuove richieste d'ingresso in comunità.

Dall'Italia, gli operatori campani riescono anche a studiare - nel limite delle possibilità - programmi individualizzati. Durante la supervisione sul campo, al momento fissata una volta l'anno, si cerca invece - laddove necessario - di mettere a punto nuove modalità di intervento a seconda delle reali esigenze.

"Appena una persona riesce a entrare nella struttura - segno che si è finalmente liberato un posto - per lui iniziano ovviamente i giorni più difficili," spiega a VICE News il responsabile medico del centro, il dottor Tariq. "E l'astinenza fisica, nei casi più gravi, può durare fino a una settimana."

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Ad oggi i posti letto sono stati raddoppiati a causa dell'enorme richiesta, passando dai 50 iniziali ai 100 attuali: non bastano, dato che tuttora ci sono persone accampate fuori dal cancello, in attesa che si liberi un posto, e dato che Herat - del resto - conta quasi un milione di abitanti.

L'età media di chi arriva nel centro è attorno ai vent'anni. Molti sono reduci di guerra, ragazzi orfani o persone che hanno cercato fortuna e lavoro invano, nei paesi limitrofi. Nel caso di Herat, ovviamente, soprattutto nel vicino Iran.

Sempre più spesso sono però giovani comuni che hanno iniziato a usare oppiacei in questa grande città afghana (la terza), dove ormai come in tutte le altre del paese sono diffusissime scene di droga all'aperto nei parchi cittadini ma anche negli edifici abbandonati.

Non essendo al momento possibile adoperare farmaci - oltre all'idroterapia - "Il programma di trattamento si basa al momento su una serie di immersioni in una piscina piena d'acqua molto calda. Così facendo il paziente prova una sensazione di grande sollievo, dato che gli passano brividi e dolori," spiega il medico.

Parallelamente, il suo fisico viene sostenuto con vitamine, sali minerali e ricostituenti. Mentre l'alimentazione è quasi esclusivamente a base di minestre o alimenti liquidi.

L'ingresso della comunità residenziale di Herat (Alessandro De Pascale/VICE News)

Soltanto successivamente, passati i sintomi dell'astinenza fisica, viene riservato spazio allo sport, alla cura del corpo, alla socialità e alla condivisione della propria esperienza con quella degli altri, in momenti di incontro collettivi o individuali—tutto questo a cura del team iraniano-afgano.

Ai consumatori che decidono di voler entrare in comunità viene chiesto di tentare autonomamente uno scalaggio della sostanza utilizzata, eroina o oppio che sia. Riducendone, giorno dopo giorno, la quantità assunta. Da segnalare, tra l'altro, che spesso iniziano questo percorso già fuori dal cancello della comunità, così da non perdere il posto, creando non pochi problemi con le autorità locali.

La terapia sostitutiva "a scalare," si potrebbe peraltro adottare direttamente utilizzando l'oppio locale, piuttosto che il metadone occidentale—in modo così da convertire le coltivazioni da illegali a legali.

Sul lungo periodo, l'obiettivo potrebbe persino diventare una riconversione della produzione su larga scala, magari per la produzione di farmaci per la terapia del dolore.

Il Parlamento europeo lo chiede fin dal 2007. Vedremo se le autorità locali e le condizioni di sicurezza lo permetteranno.

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Foto d'apertura di ninara via Flickr, rilasciata su licenza Creative Commons