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Motherboard

È ora di fare qualcosa contro il monopolio dell'editoria scientifica

Gli attivisti Bjorn Brembs e Jon Tennant del movimento Open Access hanno denunciato Elsevier con l'accusa di esercitare un monopolio più grave di quello di Big Pharma e lobby del petrolio.

di Alessandro Tavecchio
29 ottobre 2018, 11:17am

Immagine via: Pixabay

Quello dell’editoria accademica è un mercato tutto strano. Da quando esiste internet, il valore aggiunto degli editori accademici è in crollo verticale e sempre più oggetto di discussione: sono infatti gli accademici a produrre i contenuti, le ricerche scientifiche originali, nonché revisioni e peer review. Dopo la pubblicazione, però, Università e enti di ricerca pagano agli editori tariffe esorbitanti per l’accesso. Vuoi del sapere? Prima devi spendere il tuo potere economico. Cosa che diventa problematica per piccoli atenei (ma anche per Harvard) o istituzioni di paesi in via di sviluppo. All’atto pratico, nel caso degli atenei pubblici, il cittadino paga due volte: prima per finanziare la ricerca, poi per poter accedere ai risultati.

Per ovviare almeno in parte a questo problema, è nato il movimento Open Access: che sia guerrilla o meno, l’equità di accesso libero alle informazioni scientifiche è una necessità talmente fondamentale che fa parte anche della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (Art 27). Eppure, nonostante le promesse delle istituzioni, siamo ancora molto lontani dall’accesso libero in senso proprio. E se l’ascesa dei pre-print e delle repository istituzionali ha aiutato a liberare certi contenuti recenti, una manciata di editori scientifici detiene l’oligopolio della letteratura accademica dagli anni 20 a oggi, e continua a lottare per mantenere questa posizione dominante.

Sono questi alcuni dei motivi per cui Bjorn Brembs e Jon Tennant — due delle voci di riferimento del movimento Open Access — hanno denunciato RELX, il gruppo editoriale che possiede Elsevier (probabilmente il più famigerato editore accademico), alla Direzione Generale per la Concorrenza europea, l’organo della Commissione Europea che si occupa di Antitrust.

Le accuse principali sono quelle di abuso di posizione dominante e di pratiche anticoncorrenziali, tramite l’utilizzo di clausole di confidenzialità, vendita di licenze in “big deal” (pacchetti non negoziabili), e al fatto che Elsevier controlla anche i database di analisi bibliometriche usati dalle università, dai ricercatori e dalle istituzioni (Commissione Europea inclusa) per valutare la qualità della ricerca e i ricercatori — creando un sistema in cui Elsevier per certi versi controlla anche la reputazione dei propri competitor.

Poiché sono legalmente protetti da clausole di confidenzialità imposte dal gruppo RELX, è difficile avere dati precisi sui contratti Elsevier; ma, secondo dati emersi tramite richieste FOIA, circa il 26 percento degli introiti viene dall’Europa, per una cifra che conservativamente è stimata sui 400 milioni di euro. Secondo la denuncia stessa di Tennant e Brembs, nel 2013 il profitto di Elsevier era superiore al 39 percento (con una media del 37 percento negli ultimi 15 anni) e gli ultimi dati danno il profitto in crescita del 6 percento rispetto al 2016 — alla faccia della recessione economica.

Per fare paragoni utili, specifica sempre tra le sue fonti la denuncia, si tratta di un margine di più del doppio rispetto a quello degli oligopoli petroliferi (che corrisponde circa al 16 percento) e di gran lunga superiore al margine di profitto di Big Pharma (6,5 percento).

Come si fa a fare ricerca scientifica senza aver accesso al 50 percento di tutta la scienza?

Sempre secondo la denuncia, tra il 68 e il 75 percento di questi profitti proviene da fondi e istituzioni pubbliche, attraverso le licenze bibliotecarie. Profitti assolutamente stellari, dovuti ad un controllo strategico dei contenuti: Elsevier raggiunge cifre vicinissime al monopolio in certi ambiti di ricerca, sbarrando ad esempio l’accesso al 71 percento dei paper in psicologia. Questa posizione è il risultato di fusioni e consolidazioni che vanno avanti da decenni ormai, e portano particolari editori ad avere posizioni dominanti in certe discipline: con la fusione di Springer e Nature Publishing nel 2015 si è arrivati ad avere un oligopolio in cui 4 editori (Springer-Nature, Elsevier, Taylor-Francis e Wiley) controllano l’accesso a oltre il 50 percento di tutta la letteratura nelle scienze naturali e in medicina. Il che crea un circolo vizioso che impedisce concorrenza e innovazione: come si fa a fare ricerca scientifica senza aver accesso al 50 percento di tutta la scienza?

Interessante notare anche che, secondo il documento, in un evento pubblico nel 2013, David Tempest, ex Director of Access Relations per Elsevier, ha affermato che se i servizi bibliotecari e le istituzioni potessero sapere quanto Elsevier fa pagare alle altre istituzioni l'accesso al mondo dei suoi contenuti, ci sarebbe stata una negoziazione e corsa verso il basso dei prezzi per l’utente finale. In pratica, l’ex-direttore ha confermato che Elsevier applica prezzi diversi con partner diversiper lo stesso contenuto, ma anche che la riservatezza degli accordi ha lo scopo di controllare il mercato ed evitare la concorrenza.

Non è in realtà la prima volta che Elsevier finisce denunciata per pratiche anticoncorrenziali e abuso di posizione dominante: nel dicembre 2016, lo stesso Jon Tennant, insieme a Martin Eve e Stuart Lawson, aveva denunciato l’editore all’anti-trust britannico. L’organizzazione degli UK aveva definito le pratiche di Elsevier “profondamente anti-competitive” e aveva invitato gli autori a denunciare l’intero gruppo RELX alla commissione Europea, ma non aveva preso alcun provvedimento legale nei confronti dell'azienda, che a febbraio si è ristrutturata internamente lasciando l’Olanda per divenire 100 percento britannica.

Resta ancora tutto da vedere se questa nuova segnalazione porterà a conseguenze per Elsevier o cambiamenti nell’attuale “piano S”, con cui l’Unione vorrebbe implementare l’accesso libero per tutte le ricerche finanziate con fondi pubblici a partire dal 2020.