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‘Magari morisse’: sul caso Cucchi sta venendo fuori tutto lo schifo

Tra intercettazioni e riunioni "tipo alcolisti anonimi" per decidere i depistaggi, gli sviluppi del processo-bis sono sempre più sconvolgenti.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
Stefano Cucchi
Foto via Facebook.

Se dovessimo dare credito alla spiegazione del comandante generale dei carabinieri Giovanni Nistri, l’intero caso Cucchi si spiegherebbe con una grave “patologia” trasformatasi in “metastasi,” ma comunque circoscritta. I militari imputati nel processo-bis hanno sbagliato e pagheranno le conseguenze, d’accordo; ma l’Arma, ha assicurato in varie interviste, non è quella roba lì.

Peccato che, negli ultimi giorni, questo quadro ne sia uscito sostanzialmente a pezzi.

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Dopo l’ammissione del pestaggio da parte di Francesco Tedesco, imputato per la morte di Cucchi, la procura di Roma ha aperto un nuovo filone sui falsi che costellano la vicenda. I nuovi indagati sono sei—cinque carabinieri e un avvocato. E i nomi sono di peso: si tratta di persone che occupano (o hanno occupato) un posto di rilievo nella scala gerarchica dell’Arma di Roma.

C’è ad esempio il tenente colonnello Francesco Cavallo, all’epoca capo ufficio comando del gruppo carabinieri Roma; Massimiliano Colombo, comandante della stazione di Tor Sapienza; e il tenente colonnello Luciano Soligo, comandante della compagnia Talenti-Montesacro.

Dai nuovi atti depositati dal pubblico ministero Giovanni Musarò emerge—scrive Giovanni Tizian sull’Espresso—la costruzione di un “labirinto ad hoc” fatto di “verbali modificati e depistaggi architettati dalla scala gerarchica che comandava i carabinieri coinvolti direttamente nell’arresto di Cucchi e poi nel pestaggio.”

In particolare, ricostruisce un’inchiesta di Carlo Bonini su Repubblica, l’operazione di manipolazione dei verbali, registri interni e comunicazioni alla magistratura sarebbe avvenuta tra il 23 e il 27 ottobre del 2009, per poi essere definita in una riunione “informale”—nel senso che di questa non esistono verbali—tenutasi il 30 ottobre del 2009 negli uffici dell’allora comandante provinciale di Roma Vittorio Tommasone, ora generale (non indagato).

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Lo scopo, sostiene il giornalista, era quello di tirare su “una narrazione in grado di imputare i segni [della violenza] alla magrezza costituzionale del ‘tossico’, alla sua epilessia,” e dunque di tracciare “futuri argomenti per la scienza medica nel suo apparente e ignavo brancolare nel buio nello stabilire le cause della morte di Stefano.”

In un’intercettazione portata alla luce dal pm Musarò, Massimiliano Colombo ha spiegato al fratello com’è andata quella riunione: “Ci hanno convocato perché all’epoca il generale Tomasone […] voleva sentire tutti quanti. Abbiamo fatto tipo gli ‘alcolisti anonimi’ che si riuniscono intorno ad un tavolo e ognuno racconta la sua esperienza.”

E ancora: a quell’incontro, dice Colombo, erano presenti “il comandante del Gruppo Roma, Alessandro Casarsa, il comandante della compagnia Montesacro Luciano Soligo, il comandante di Casilina maggiore Unali, il maresciallo Mandolini e tre-quattro carabinieri della stazione Appia. Ognuno a turno si alzava in piedi e parlava spiegando il ruolo che avevano avuto nella vicenda Cucchi.”

Stando a quanto hanno riferito gli indagati intercettati, il motivo di quei depistaggi pilotati dall’alto era piuttosto semplice: non si trattava solo di coprire il pestaggio, ma di evitare altri clamori in un periodo già estremamente complicato per l’Arma. Il giorno dopo la morte di Cucchi, infatti, era venuta fuori l’estorsione di quattro carabinieri della compagnia Roma Trionfale ai danni dell’allora presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, ricattato con un filmato in cui era “in compagnia di un transessuale.”

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Nella giornata di ieri, inoltre, il pubblico ministero ha rivelato un’altra conversazione allucinante. Si tratta di una comunicazione avvenuta tra le 3 e le 7 del mattino del 16 ottobre del 2009—all’indomani dell’arresto e del pestaggio di Cucchi—tra il capoturno della centrale operativa del comando provinciale e il carabiniere Vincenzo Nicolardi (oggi a processo per calunnia).

Il capoturno dice: “Mi ha chiamato Tor Sapienza, lì c’è un detenuto dell’Appia, non so quando ce lo avete portato, se stanotte o se ieri. È detenuto in cella e all’ospedale non può andare per fatti suoi.” Nicolardi risponde che “è da oggi pomeriggio che noi stiamo sbattendo con questo qua,” per poi aggiungere: “Magari morisse, li mortacci sua.”

Nel commentare le novità dell’ultima udienza, l’avvocato della famiglia Cucchi Fabio Anselmo ha detto: “Siamo basiti, scioccati, non sappiamo più cosa pensare. Quello che ci fa veramente molto male e arrabbiare è che da quest'inchiesta emergono fatti e comportamenti esecrabili, indegni per appartenenti all'Arma dei Carabinieri.”

Lo stesso ha poi concluso con una riflessione piuttosto amara: “Io e Ilaria abbiamo preso atto che per i carabinieri i problemi sono Casamassima, Rosati e Tedesco [i carabinieri che finora hanno parlato]. Noi abbiamo fiducia nell’Arma, ma qui emerge un quadro desolante ed esiste un grave problema da risolvere.”

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