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A13N1: Restless Youth

Intervista a una ragazza che ricostruisce le città dopo i terremoti

Perché vuole fare lo stesso con la società.

di Andrea Solone
07 luglio 2017, 4:15am

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul nuovo numero di VICE Magazine, completamente dedicato all'attivismo oggi.

Quando l'anno scorso l'ennesimo terremoto ha devastato parte del centro Italia, insieme alla protezione civile e ai volontari "utili" (pompieri, psicologi, etc) da tutta Italia sono partire anche le Brigate di Solidarietà Attiva, un gruppo variegato di sinistra—comunisti, socialisti, anarchici, apartitici—nato nel 2009 all'Aquila, dove i suoi membri si sono incontrati in qualità di volontari per la ricostruzione.

Il gruppo non è di facile lettura: se da un lato la stampa lo elogia per le iniziative in stato d'emergenza, c'è qualcosa di incredibilmente poco sexy, in Italia—e c'è sempre stato—nel dichiarare il proprio interesse per la politica partitica di stampo tradizionale. Siamo stati a Firenze per incontrare una delle fondatrici delle BSA, Ilaria Norma, 29 anni, e farci raccontare cosa significa attivismo per una "rossa" del 2017.

VICE: Come sono nate le BSA?
Ilaria Norma:
All'Aquila c'era un gruppo già attivo che si era reso conto che il modello Protezione Civile non funzionava. Venne spontaneo cercare di costruire modelli alternativi e fare una chiamata nazionale, a cui ci fu una risposta impressionante e variegata: anche se la chiamata veniva da Rifondazione Comunista, arrivarono per esempio una marea di anarchici. Io partii dopo aver visto le immagini di Onna. Cominciammo a rilasciare comunicati come BSA alla fine di quell'intervento, nel 2010.

Nonostante siano nate durante un momento di emergenza, le BSA sono un organismo stabile.
Sì, abbiamo fatto il terremoto in Emilia, l'alluvione a Brugnato, quella a Genova, quella in Emilia, poi il terremoto. Il secondo intervento però fu a Nardò, dove aprimmo un cascinale per i migranti che lottavano contro lo sfruttamento. Il punto centrale è che a noi non interessa agire solo nell'emergenza naturale, ma mettere a frutto un modo di fare politica pratica, vicino alla gente. Ma bisogna tenere presente che quando intervieni in contesto d'emergenza, acquisti in un tempo velocissimo la legittimità.

Sia brigata, che solidarietà, che attiva, sono parole estremamente potenti—qual è quella su cui metti l'accento?
Sicuramente "attiva": c'è bisogno di fare cose, essere consapevoli e non lasciare tutto com'è. La seconda è solidarietà—lo pensavo proprio l'altro giorno, leggendo la lettera di un ragazzo suicida uscita sui giornali: si evinceva dalle sue parole una solitudine clamorosa. E non è una cosa che colpisce solo gli adolescenti, ma anche le famiglie in difficoltà.

Qual è la cultura politica delle BSA? Perché uno si può fare anche un'idea stereotipata, gli skinhead, un certo tipo di linguaggio...
No, anzi! Siamo una cultura fluida, nei campi sono passati 600.000 volontari solo per l'ultimo intervento, e tra questi volontari c'erano militanti, gente che non aveva mai fatto politica in vita sua, cattolici, gruppi scout AGESCI. Puoi essere di qualsiasi estrazione politica ma se le cose non vanno, se la gente vive nelle roulotte da mesi, lo vedi. Inoltre, le BSA hanno una presenza femminile che ha sempre superato, e di molto, la presenza maschile. Dicono che sia perché la solidarietà sia un sentimento legato alle donne, ma io non voglio cedere a questa visione. Per me è una questione politica.

Foto di Guido Borso.

In che modo politica e attivismo sono collegati? È un po' anacronistico pensare che si possa ancora costruire il comunismo, no?
Io mi aspetto che si costruisca intanto auto-organizzazione, che significa anzitutto capire un contesto per sapere come agire. Quello che cerchiamo di fare è creare delle strutture che restino sedimentate sul territorio: penso a un gruppo di ragazzi di Amatrice che all'inizio volevano occuparsi solo del versante culturale, ma stanno cominciando timidamente a prendere le prima posizioni politiche. L'idea di base è che se c'è un terremoto domani non ci dovranno morire 300 persone come è successo ad Amatrice. E il passaggio è semplice: la gestione del territorio. [Le popolazioni] si stanno rendendo conto dei limiti [delle istituzioni].

Qual è la tua opinione sui partiti e i movimenti giovanili oggi, in Italia?
Nel complesso mi rendo conto che c'è una disaffezione non solo alla politica tradizionale, ma alla vita sociale. Si vive su Facebook, che veicola molta confusione. E non è una giustificazione rispetto alle nostre incapacità; è però da tenere in considerazione quando vedi persone che si trovano spostate a destra senza nemmeno sapere come sia successo.

Da dove dovrebbe ripartire l'attivismo giovanile?
La solitudine mi sembra un punto centrale, un terreno di attacco per provare a invertire la tendenza. All'inizio può sembrare un modo di procedere puntiforme, ma per come lo considero io, il mio compito prima di mettermi a fare 15 convegni è provare a risolvere i problemi della gente. Con le BSA non facciamo rivendicazioni tipo "l'unico terremoto in cui non ci saranno morti sarà dopo la rivoluzione." No, qui e ora che soluzioni possiamo trovare? È quello che tra noi chiamiamo "pensiero ruvido", cioè stare nella merda con tutte le contraddizioni che comporta.

Guarda altre foto di Guido sul suo sito.