Ho provato a usare l'erba legale come antidolorifico per il ciclo

In breve: esperimento consigliato a tutti.

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16 maggio 2018, 1:31pm

L’insieme degli effetti collaterali del ciclo mestruale è considerato quasi più una scienza mistica che medica ancora oggi. Tra luoghi comuni sugli sbalzi d’umore e una generale mancanza di approcci medici specifici anche per le patologie gravi legate all’apparato riproduttivo femminile, l’argomento resta molto spesso impantanato in un generale ribrezzo pubblico (ugh, sangue, che schifo), mentre, da un punto di vista medico, viene largamente (o esclusivamente) gestito con la prescrizione della pillola anticoncezionale. Dalla dismenorrea, all’ovaio policistico, passando per acne ed endometriosi, la pillola sembra una specie di passpartout della salute femminile.

Quando però, per qualsiasi ragione, i contraccettivi orali non sono un’alternativa praticabile, i disturbi mestruali sono affrontati con piani di automedicazione calibrati in modo molto spesso empirico — mi fa male qualcosa, prendo una pasticca di analgesico.

Se vivete una condizione simile alla mia, siete abbastanza fortunati da non aver mai ricevuto una diagnosi medica seria, ma, di fatto, passate una media di due giorni di puro inferno fisico al mese, tra vomito, crampi ed emicranie lancinanti. E se, come me, avete dovuto o voluto escludere la pillola anticoncezionale dal panorama delle soluzioni, consumate probabilmente tra le tre e le sei pillole/bustine di antidolorifico a ogni giro.

Nella mia ricerca di un equilibrio psico-fisico che limiti il più possibile l’abuso di farmaci, ho deciso di recente di sperimentare un’altra via contro crampi et similia: l’erba legale — ovvero la marijuana con dosi non significative di THC (il componente psicoattivo), ma livelli alti di CBD (che ha effetti principalmente rilassanti) distribuita su tutto il territorio italiano da diversi marchi e che, come riporta VICE, "è commercializzata per uso 'tecnico' e sempre accompagnata dalla dicitura 'non è un prodotto medicinale, da combustione o alimentare'—sebbene nella pratica moltissimi la acquistino proprio per fumarla o diano per scontato sia quello il suo scopo."

I benefici terapeutici della cannabis rappresentano un altro dibattito che è stato a lungo circondato da preconcetti e diffidenza, ma che sta finalmente mutando. Che si tratti di quella cosiddetta “legale” — ovvero a prevalenza di CBD —, che della variante psicoattiva, in paesi come gli Stati Uniti la legalizzazione della marijuana sta permettendo — oltre a una specie di boom economico verticale per produttori e venditori — il proliferare di studi e ricerche specifiche sugli utilizzi della canapa a scopi medici. Dal trattamento di disturbi psicologici, a quello di patologie croniche, senza tralasciare le funzioni palliative in supporto a terapie chimiche, la buona vecchia marijuana sembra vivere un momento di insperata riabilitazione sociale e scientifica.

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In Italia il processo per utilizzare la cannabis a scopo curativo dichiarato — passando cioè per una prescrizione medica — è ancora complesso. Per quanto esistano progetti di ricerca specifici all’avanguardia — come quello dell’Università di Camerino, nelle Marche, che studia addirittura la combinazione del cannabidiolo (CBD) con farmaci antitumorali — e siano apparsi negozi specifici per la vendita dell’erba “legale,” farsi prescrivere e consigliare una terapia da un medico, specialmente per una situazione di malessere effettivo ma non patologico (come i disturbi mestruali), non è impresa semplice. Provate ad andare dal vostro medico di base e chiedergli di farvi passare dalla mutua l’olio di CBD: il silenzio che segue in genere è estremamente imbarazzante.

Dunque, almeno per questo mio primo esperimento, non ho potuto fare altro che intraprendere un processo di automedicazione. Sono andata in un negozio di Milano che offre diverse qualità di cannabis legale — ovvero con percentuali di THC sempre inferiori allo 0,6% come stabilito dalla legge e percentuali di CBD variabili. Su consiglio dei gestori del negozio, ho scelto la qualità in base alla gradevolezza dell’odore, e sono tornata a casa con due grammi di marijuana per 20 euro, sigillati in una bustina di carta con le specifiche incollate sopra.

L'autrice durante l'esperimento.

Nonostante sulla confezione ci fosse regolarmente scritto che il prodotto "non può essere destinato al consumo alimentare o farmaceutico né alla combustione," ho deciso di consumarla fumandola pura — un po’ perché non ero nelle condizioni per mettermi a cucinare improbabili brownie di legalini, un po’ perché avevo deciso di seguire un regime di esperimento il più semplice possibile (possiamo concordare all’unanimità che girare una canna sia più facile che fare una torta).

Gli effetti immediati e più significativi hanno riguardato i disturbi secondari, come il mal di testa e la nausea e l’insofferenza fisica generale. Il CBD ha essenzialmente rilassato il mio corpo lasciandomi mentalmente lucida e creando una sorta di “pellicola isolante” intorno al dolore. Nella mia esperienza personale, questo tipo di crampi si manifesta a ondate (un po’ il principio delle contrazioni del parto), che si possono limitare al basso ventre o propagarsi per la schiena e le gambe. Dopo aver fumato un paio di purini di CBD, percepivo i crampi come circoscritti a un punto preciso del corpo — sentivo di avere mal di pancia, ma non era un dolore incontrollabile e diffuso. Soprattutto, non ero in preda al panico e all’ansia per la sofferenza, come invece mi capita spesso.

Ho fumato un grammo intero durante la prima serata di “terapia,” sperando di andare a dormire rilassata a sufficienza da non svegliarmi di notte per il dolore. Non è stato così, purtroppo: verso le quattro di notte ho dovuto prendere una pasticca di antidolorifico — la prima, però, fino a quel momento — che ha fatto effetto dopo un’ora circa. Il problema era, ovviamente, che alle quattro di notte non avevo nessuna voglia di girarmi una canna e aspettare che facesse effetto, consapevole anche del fatto che la sera prima avevo cominciato a fumare prima che i crampi arrivassero al picco critico (nella mia esperienza, con i dolori mestruali il tempismo di assunzione di un analgesico è estremamente rilevante).

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Il giorno dopo, ho consumato il resto del pacchetto di erba un po’ alla volta — confermando i suoi effetti benefici soprattutto a livello emotivo (non per i famosi “sbalzi d’umore,” ma proprio per l’ansia del dolore) e relativo fisicamente: i crampi erano lì, ma il resto del mio corpo funzionava perfettamente — niente mal di testa, niente vomito o nausea.

Si è trattato ovviamente di un esperimento scientifico solo fino a un certo punto — una seduta sola di “terapia” e con solo una qualità di cannabis non può portare a un verdetto definitivo, ovviamente. È stato interessante, però, per riflettere sulle potenzialità di questa sostanza per trattare un problema come quello dei dolori del ciclo che — nella maggior parte dei casi — è debilitante benché non patologico.

Va detto che fumare erba come si fumerebbe una sigaretta è probabilmente il modo peggiore per trarne un beneficio curativo, non solo perché — cielo — fumare fa male, ma perché la combustione violenta non permette di attivare i principi della cannabis al meglio. La temperatura è infatti una variabile importante sia quando si usa l’erba per cucinare che quando la si fuma: volendo continuare a utilizzare il CBD come analgesico, forse è meglio passare al vaporizzatore, insomma. L’olio di cannabis — che si consuma in gocce sublinguali — è, infine, forse l’alternativa migliore per alleviare i crampi durante la notte, ma ha un costo economico significativo, soprattutto se pensato per un consumo sul lungo periodo (come dire, se hai le mestruazioni una volta è probabile che le avrai per quasi tutta la vita e già è una faccenda costosa così com’è).

Certo, la cannabis non è per tutti, così come non sono per tutti certi farmaci o la pillola anticoncezionale. Ma una legalizzazione ad ampio spettro e uso, senza distinzioni tra scopi ricreativi e medici — permetterebbe sicuramente di accelerare la demistificazione di questa sostanza, di studiare i suoi effetti non solo per patologie e condizioni più gravi, e di renderla alla portata economica di chiunque, con le dovute attenzioni al profilo di ogni paziente.

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