Essere una sex worker, essere una persona
Foto: Liara Roux / maglietta disegnata da by Paul Glover

Essere una sex worker, essere una persona

"Abbiamo bisogno di essere trattat* come persone, rispettat*, abbiamo bisogno che ci sia permesso di sopravvivere, di non essere invisibili, di non essere cacciat* come criminali o bollat* come vittime troppo traumatizzate per potersi esprimere da sole."
30 maggio 2018, 8:47am

Mia sorella stava masticando qualcosa in cucina. Ero ferma davanti a lei, il bancone della cucina tra noi. Stava guardando in un'altra direzione. Stavo pensando a ciò che volevo dire nella mia testa per cercare di costruire una frase che l'avrebbe messa a suo agio, non volevo evocare stereotipi sulle persone come me. Stavo parlando del mio stalker, questo tizio che era convinto che io fossi innamorata di lui e si è infuriato quando ha capito che avevo un partner.

"Sono una escort," le ho detto, "e lui era un mio cliente."

Onestamente non mi ricordo se fossero proprio queste le parole che ho pronunciato, ma ricordo la sensazione di intesimento sul mio intero corpo. Ho quasi iniziato a piangere. Ero terrorizzata all'idea che avrei perso mia sorella, una persona che amavo profondamente, e sono rimasta scioccata quando lei mi ha detto: "Sono felice che tu sia felice! Sono felice che tu abbia trovato un lavoro con cui ti trovi a tuo agio!"

C'è sempre stata una tensione tra di noi, fatta di tutte le cose che non ci eravamo mai dette.

Ha fatto un paio di domande sul mio lavoro. Io le ho risposto, ancora confusa dalla sua reazione. Mi aspettavo un qualche tipo di preoccupazione. Ho pensato che forse non voleva mostrare la sua preoccupazione o il suo giudizio per non mettermi a disagio. Mia sorella è sempre stata molto riflessiva quando si trattava di questo tipo di cose. Mi ricordo di aver fatto coming out con lei, quando le ho detto di essere queer, e ricordo quanto felice e serena lei fosse per me. Ora sto piangendo, mentre scrivo queste parole, perché sono riconoscente di aver passato così tanto tempo nella mia vita conoscendo qualcuno così dolce e accogliente come lei.

Le ho detto di non dirlo alla Mamma.

Mia madre ha sempre fatto il suo meglio per amarmi e per prendersi cura di me, e io lo sapevo. Vengo da una famiglia estremamente religiosa e conservatrice. Ho sempre vissuto la mia vita in modi estremi e inusuali e queste mia tendenza la spaventa. Lei vuole che io sia al sicuro. Ci sono così tante cose che non le ho detto perché, ogni volta che provo a farlo, mi blocco. Ero preoccupata all'idea che se avessi fatto coming out con lei mentre vivevo ancora in casa dei miei genitori, lei e mio padre mi avrebbero mandato in qualche centro di cura per gay o mi avrebbero direttamente sbattuto fuori di casa, e io mi sarei ritrovata senzatetto, un qualcosa che era già capitato ad alcuni dei miei amici. Mi piace pensare che mi avrebbe accettato, ma non ne sono sicura.

Ho girato attorno a questa storia con mia madre, e lei ha fatto lo stesso con me. Aveva notato qualche cosa di "sospetto" sulla mia agenda qualche anno prima, quando avevo cominciato a lavorare, e mi aveva chiamato per chiedermi notizie in merito. C'era così tanta ansia nella sua voce — "Sei al sicuro?", ho imbonito la verità un pochettino, per far sembrare che lavorassi ancora nel mondo della tecnologia — un campo che ho lasciato per cercare delle condizioni di lavoro meno misogine, e per cercare di lavorare sul mio autocontrollo e sulla mio rapporto con la mia malattia mentale e le mie disabilità fisiche.

Quando oggi ci penso, credo che lei già sappia tutto. La mia faccia è ovunque su internet. Sicuramente qualcuno nella nostra chiesa che guarda porno o va ad escort gliene ha parlato, ovviamente facendo passare la comunicazione per una manifestazione di preoccupazione. Odio il fatto di non averglielo detto io — Credo di starlo facendo proprio in questo momento, e spero che lei capisca che scrivere questo, per molti versi, sia molto più facile. Ho provato a farlo diverse volte, ma ogni volta mi blocco. Ricordo le ultime volte che abbiamo passato del tempo assieme, abbiamo preso una fetta di torta. Mi ero promesso di parlargliene mentre mangiavamo. Ogni volta che mordevo la fetta provavo a iniziare, ma ogni volta mi bloccavo.

Mi chiedevo se potesse vedere la tensione affiorare dal mio corpo. Sentivo che il suo ne stava producendo parecchia. C'è sempre stata una tensione tra di noi, fatta di tutte quelle cose che non ci eravamo mai dette. Ci sono così tante cose che ho sempre sentito di non poterle dire. Volevo profondamente essere amata e accettata da lei. Volevo che lei sapesse che sono finalmente felice, dopo anni di lotta contro la depressione, l'ansia, e di dolori fisici dovuti alla sindrome di Ehlers-Danlos — una sindrome che colpisce i miei tessuti connettivi e i miei legamenti — e alle emicranie a grappolo, volevo che lei sapesse che mi sono finalmente fatta curare, che ero finalmente riuscita a passare del tempo a curarmi perché il mio lavoro mi fornisce una sicurezza economica e, sopratutto, del tempo.

In passato, ogni volta che pensavo di star vivendo un periodo di stabilità, finivo sempre per farmi cogliere di sorpresa da qualcosa.

C'è un secondo tipo di "protezione" di cui non si parla molto. In quanto sex worker, con un "nome" da mantenere per garantirmi delle entrate e costantemente sotto la minaccia di un qualche tipo di violenza governativa, devo proteggermi in entrambi i sensi: sia nei confronti della mia sfera affettiva personale, che nei confronti di quella professionale esterna.

Non ho le stesse paure di sentirmi umiliata o abbandonata, ma ho seri problemi di ansia quando penso di parlare della mia vita con i miei fan e con il resto del pubblico, perché temo che farlo possa significare perdere dei soldi e mettere a repentaglio la mia sicurezza. Essere una sex worker rende complesso discutere di certi problemi; alcuni dei miei fan si lamentano se nella mia timeline di Twitter cominciano ad apparire dei contenuti che non sono esclusivamente mie foto sexy. Man mano che il mio personaggio diventa sempre più pubblico, sfruttare la mia visibilità per parlare di altre cose mi sembra sempre più importante.

Forse dovrei essere solidale con altre persone trans parlando del mio gender? Io sono queer. Fino ad ora ho sempre usato i pronomi "lei/sua" in quanto Liara Roux, ma uso "lui/suo/loro nella mia vita personale e ho cambiato il mio nome in uno tradizionalmente più maschile anni fa. Forse dovrei parlare più apertamente dei miei partner — incluso un coniuge assieme al quale possiedo una casa — per dimostrare che le sex worker possono trovare l'amore, possono trovare un ambiente accogliente, e un benessere emotivo e finanziario? In passato, ogni volta che pensavo di star vivendo un periodo di stabilità, finivo sempre per farmi cogliere di sorpresa da qualcosa: i miei conti bancari venivano chiusi, i miei siti bloccati, solamente perché le aziende dietro di essi scoprivano chi ero.

Proprio come lo stalker di cui parlavo con mia sorella, alcuni dei clienti diventano tossici e possessivi. Alcuni fan, che erano dei clienti piuttosto fedeli, si sono improvvisamente rivelati transfobici. E i troll sono sempre euforici all'idea di trasformare qualsiasi cosa per cui una sex worker possa essere felice in uno strumento per molestarla.

Ma non basta preoccuparsi dei fan potenzialmente pericolosi. Parlare del proprio coniuge significa esporci a violenze da parte dello stato. Le autorità spesso provano ad arrestare e a mettere a processo i famigliari delle sex worker definendoli papponi o sfruttatori, e i politici (americani, in questo caso, ndr) hanno provato a promuovere leggi che rendano la definizione di sfruttamento ancora più ampia. Un'accusa di sfruttamento può essere portata avanti se il mio partner mi dà un passaggio a lavoro, per esempio, o anche solo se condividiamo dei beni materiali nel nostro matrimonio. La nostra vita potrebbe essere fatta a pezzi dalle leggi sullo sfruttamento benché anche il mio partner lavori nel sex work e sia un'altra persona queer e disabile proprio come me. Le persone come noi vengono ancora arrestate e accusate a cadenza regolare.

Grazie a questa carriera ho avuto più successi nella mia vita di quanti me ne sarei mai potuta immaginare, ma invece di aiutare la mia famiglia, il mio partner soffre ancora di attacchi di panico da sindrome da stress post-traumatico ogni volta che qualcuno bussa alla porta. Tutto potrebbe crollare da un momento all'altro. La nostra casa potrebbe venire sequestrata. Potremmo venire sfrattati di nuovo, o anche peggio. Facendo coming out in quanto persona sposata, fiera della stabilità per cui ho combattuto e trovato, noi rischiamo di perdere la nostra stabilità. Come dichiarato da Amnesty International, in uno stato di criminalizzazione noi non abbiamo la "possibilità di sapere che la [nostra] famiglia non verrà accusata di "sfruttare i nostri guadagni" derivanti dal sex work." Ma che senso ha fare soldi per sé stessi se con quei soldi non puoi aiutare le persone che ami?

Lo stigma sociale e la criminalizzazione del sex work è un’arma a doppio taglio — doppio e profondo. Come per qualsiasi mestiere, ci sono giornate no, ma se esprimo un pensiero negativo, le persone usano le mie parole per suggerire che l’intera professione andrebbe abolita. È difficile essere una persona quando qualsiasi cosa nella tua vita può essere fraintesa e usata contro di te in qualche modo.

Abbiamo bisogno di essere trattati come persone, rispettati, che ci sia permesso di sopravvivere, di non essere invisibili, di non essere cacciati come criminali o bollati come vittime troppo traumatizzate per potersi esprimere in autonomia.

Sono fortunata, perché sono cresciuta in un’era in cui la mia identità come persona queer, come trans, sono più facilmente accettate; c’è più comprensione persino delle disabilità con cui mi confronto — ma niente di tutto questo si traduce ancora in un’esistenza tollerabile nel mondo di lavoro tradizionale. Questo, almeno finché non ho scoperto il sex work: un mestiere che posso svolgere secondo i miei tempi e quelli della mia condizione di dolore cronico, un mestiere in cui essere queer è un plus perché significa poter lavorare con più persone, un mestiere in cui sono circondata da altre persone trans e queer che mi capiscono. Un mestiere in cui potevo avere il mio spazio di lavoro.

Ci sono persone che stanno cercando di togliere questa opzione alla mia comunità, usando leggi e normative anti-sex worker come la FOSTA/SESTA, per distruggere l’indipendenza che abbiamo guadagnato come sex worker usando internet per costruire i nostri spazi, i nostri strumenti di sicurezza e il nostro mercato. Negano l’esistenza del sex work consenziente. Forzarci a nasconderci di nuovo rende più facile ai proibizionisti fabbricare storie sulla nostra vita. A differenza delle mie altre identità, quella da sex worker non è protetta in alcun modo. Anzi, sembra che la nostra categoria sia odiata parimenti da tutto lo spettro politico. Abbiamo bisogno di essere trattati come persone, rispettati, che ci sia permesso di sopravvivere, di non essere invisibili, di non essere cacciati come criminali o bollati come vittime troppo traumatizzate per potersi esprimere in autonomia.

Per quanto abbia sempre bramato amore e approvazione, specialmente da parte di mia madre, sono fermamente decisa a vivere la mia vita come voglio. Non posso fare a meno di farlo, onestamente. Sento che è mio dovere parlare, anche se la cosa mi renderà un obiettivo facile, perché sono in tanti a non avere il privilegio di scegliere di essere una figura pubblica e politica. Niente può fermarmi dal sostenere e difendere me stessa e la mia comunità, dal fare del mio meglio per assicurarmi che chi amo sia al sicuro. La paura di essere rifiutata sarà sempre sconfitta dal mio orgoglio e dal mio coraggio.

Questo articolo è apparso originariamente su Motherboard US.