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Fotografia di Alice Oliveri

Sono finita per sbaglio ai casting di Amici

Un giorno potrò raccontarlo ai miei nipoti, ma nel frattempo ecco come funzionano i casting di Amici, tra ragazzine brufolose, attese interminabili e vuoto cosmico.
23 maggio 2017, 9:40am

Quando suoni da molto tempo, è probabile che la maggior parte dei tuoi amici siano musicisti. E quando un gruppo di tuoi amici fraterni ti chiede di suonare con loro ad Amici di Maria De Filippi per un beffardo gioco del destino (oltre che di parole) non puoi fare altro che piegarti alla volontà del fato.

Fino ad allora la mia unica esperienza con Amici era stata quella di telespettatrice all'età di nove anni, quando ancora si chiamava Saranno Famosi ed era una specie di scuola preparatoria per Broadway dove Garrison e le tute Dimensione Danza la facevano da padroni nello studio di Maria. Dopodiché, la mia conoscenza di questa trasmissione si era limitata a una sfilza di cantanti di fama non proprio rosea nell'ambiente di chi suona o ascolta la cosiddetta musica "alternativa", tutti peraltro catalogati come bersagli ai quali imputare il presunto declino della musica italiana.

Quando un gruppo di tuoi amici fraterni ti chiede di suonare con loro ad Amici di Maria De Filippi per un beffardo gioco del destino, non puoi fare altro che piegarti alla volontà del fato.

Così, messa da parte dignità e pregiudizi e mossa da forte curiosità, ho deciso di imbarcarmi in questa esperienza e scoprire come funzionano i casting di Amici di Maria de Filippi. La speranza era soprattutto quella di poter approfittare della mia permanenza negli studi Mediaset di Via Tiburtina per scattare una serie di selfie con personaggi come Tina Cipollari o Gemma Galgani (missione poi amaramente fallita).

Bisogna precisare innanzitutto due cose: la prima è che non stavamo tecnicamente partecipando alla trasmissione, bensì ai casting, un momento a quanto pare seguito tanto quanto il resto delle puntate, e dunque eravamo "candidati al banco"; la seconda è che io non sono una cantante (né una ballerina, purtroppo), ma una batterista, e questo influisce molto sulla vita di chi si trova a essere un "candidato al banco", perché già da subito è chiaro che a fare gridare le adolescenti sugli spalti non sarà certo un musicista ma un potenziale nuovo Stash Fiordispino. Tutto sommato però, questa mia carica a statuto speciale mi ha conferito una certa indipendenza che non nascondo mi abbia fatto comodo.

Ciò che più temevo da tutta questa esperienza era la convivenza obbligata con poco più che adolescenti invasati pronti a replicare quell'atmosfera asfissiante di socialità forzata che speri di esserti lasciata alle spalle dopo il liceo o al massimo l'università. Il primo approccio tanto temuto con il resto dei candidati al banco, dunque, è avvenuto nell'albergo, dove vivono gli "allievi" della "scuola" per tutta la durata della trasmissione, fino poi al serale, in cui vengono spostati nelle famigerate e tanto anelate "casette" (informazioni acquisite sul campo).

La produzione del programma, siccome ero l'unica ragazza del mio gruppo, è stata così gentile da separarmi dal resto della band e mettermi in stanza con un'altra candidata. La sensazione è stata più o meno la stessa che provi quando a scuola ti cambiano di banco separandoti dal tuo migliore amico: un vuoto lancinante. Col senno di poi, la mia convivenza con un'altra candidata è stata molto utile e a tratti anche piacevole, visto che la ragazza con cui dormivo mi ha spiegato tutte le regole della trasmissione, con gli occhi sgranati dallo stupore nell'apprendere che non sapessi nemmeno chi fossero i professori.

La ragazza con cui dormivo mi ha spiegato tutte le regole della trasmissione, con gli occhi sgranati dallo stupore nell'apprendere che non sapessi nemmeno chi fossero i professori.

Dunque, una volta smistate le stanze, con una palpabile atmosfera da gita scolastica, è cominciata la fase dei questionari. Credo sinceramente che chiunque abbia corretto i miei abbia pensato o che fossi stupida o che fossi l'unica simpatica là dentro. Spero la seconda. In ogni caso, ci fanno compilare pagine e pagine di domande che oscillano tra il privato e l'esistenziale, fino alla conoscenza pregressa del programma. Il mio picco di simpatia credo di averlo raggiunto alla domanda cosa aggiungeresti alla tua vita? a cui ho risposto un cane. La sensazione di star prendendo parte ad uno squallido esperimento sociale è stata molto forte, ma ho preferito non farmi prendere dallo spirito adolescenziale ribelle che vede tutto come un murales di Banksy e limitarmi a osservare quello che succedeva nel modo più neutro possibile. Tuttavia, la percezione che qualcuno ti stesse costantemente osservando e che stesse letteralmente usando la tua personalità (o almeno, quella di chi poteva essere funzionale alla trasmissione) per costruire una narrazione è stata confermata quando poi ho avuto modo di guardare la trasmissione dal di fuori e ho potuto constatare che non si tratta né di una dimensione totalmente pilotata dalla scrittura né una realtà spontanea come vorrebbe apparirci, ma piuttosto di un gigantesco romanzo che si scrive da sé, dove le caratteristiche di ogni personaggio vengono messe in luce o positivamente o negativamente, a seconda delle esigenze.

La giornata tipo durante i casting di Amici assomiglia agli Hunger Games e comincia alle sette e mezzo del mattino: si fa colazione, si entra in studio e si esce la sera quando già è buio. Ovviamente non ci sono finestre all'interno della scuola e ovviamente è vietato fumare, dunque, come nei migliori anni del liceo, devi chiuderti in bagno e sperare che le telecamere puntate addosso non si accorgano della tua sospetta incontinenza. Siccome sono una rocker ribelle una sera dovevo suonare in un locale a Roma con un'altra band e ho deciso di evadere, per poi ripresentarmi la mattina direttamente al suono della campanella. È stato un momento molto adrenalinico della mia esistenza, e ammetto di aver tremato quando il mattino dopo la guardiana della colazione mi ha chiesto perché non ci fossi stata il giorno prima, alludendo a una mia sospetta anoressia.

Dentro lo studio, o meglio, dentro la scuola, la vita prende una forma onirica. Le ore passano come gli anni dentro la "sala relax", il luogo dove gli allievi della scuola passano la maggior parte del tempo e dove relax è un sinonimo di vuoto cosmico (allego una foto ad alta risoluzione qui sotto).

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Gli unici eventi che scandiscono le giornate sono le lezioni, in cui prepari le canzoni per la puntata del sabato: vieni scortato all'interno di un'aula attrezzata di tutto, dagli amplificatori alle chitarre, e un maestro di musica ti spiega come rendere al meglio i pezzi che hai in programma di fare per la trasmissione. Devo ammettere che da questo punto di vista non mi aspettavo una tale professionalità, fare lezioni con Pino Perris si è rivelato decisamente più stimolante di quanto pensassi e per la prima volta in vita mia mi sono ritrovata ad aver sinceramente paura del palco. Durante queste lezioni ho dunque capito un punto fondamentale della trasmissione: la scuola di Amici è effettivamente una scuola. Ad Amici si impara davvero qualcosa e anche se questo non significa necessariamente che la trasmissione sia in grado di sfornare dei grandi artisti, di sicuro può formare dei professionisti.

Nel resto del tempo, il nulla. Un pomeriggio (o una mattina? chi può dirlo) ho trovato un'enciclopedia in un cassetto e ho cominciato a leggerla. Il giorno dopo era sparita. Come si erano accorti che la stavo leggendo? Ingenuamente, quando non hai mai preso parte a trasmissioni del genere, arrivi a dimenticarti presto del fatto che tutti quegli specchi che ti stanno attorno non sono per ricordarti quanto tu sia attraente ma per nascondere le telecamere. Così, quando i ballerini per ingannare il tempo si mettono a fare prese troppo pericolose, un telefono suona e una anonima voce dall'altro capo ci ricorda di non fare cose rischiose perché la puntata è vicina.

In questi fiumi di tempo incessanti, l'unica attività che puoi svolgere è, mio malgrado, socializzare. Così, ingoiata la pillola dell'antipatia, ampiamente alimentata anche dalla mancanza di nicotina, ho cominciato a conoscere le altre persone che erano là dentro, soprattutto per capire cosa le avesse spinte a partecipare di loro spontanea volontà alla trasmissione, senza nessun obbligo fraterno né spirito ironico. Devo ammettere che sono rimasta particolarmente affascinata dal gruppo di ballerini: giovani ragazzi e ragazze che hanno veramente sacrificato la loro vita e il loro corpo in nome dell'arte. Ammirevoli e stupefacenti, mi hanno fatta sentire più volte una cogliona inutile per non saper nemmeno toccarmi la punta dei piedi e per tutte le volte in cui mi sono lamentata dopo un'ora di studio del violino. I cantanti invece erano più noiosi, più egocentrici e soprattutto non perdevano occasione per cantare qualcosa tutti assieme, come in un meraviglioso musical che si scrive in itinere. Questa attività di canto condiviso mi ha portata al primo litigio con un compagnetto di scuola, una sorta di Giuliano Sangiorgi col ciuffo che non riusciva a trattenersi dal renderci tutti spettatori della sua arte ma soprattutto che non aveva un senso dell'ironia abbastanza spiccato da capire che il mio "stai un po' zitto per favore?" fosse in realtà un modo per fare amicizia. Ora, non c'è nulla di male nel cantare assieme, per carità, ma potete immaginare cosa significhi ascoltare per dodici ore un coro di teenager invasati, come un eternò falò che non smette mai di ardere? A questo proposito, mi è rimasta impressa la frase che disse uno degli autori il primo giorno, entrando in sala relax per dare gli strumenti a chi doveva suonare: "Ah rega', me raccomando, nun me fate er falò". Subito dopo capii cosa intendesse e soprattutto mi abituai alle incursioni strategiche degli autori che facevano capolino dalla porta della sala solo per sapere "come va".

Prima della registrazione della puntata, ci siamo dovuti sottoporre al momento più imbarazzante della trasmissione, ovvero le prove della coreografia d'ingresso nello studio. Abbiamo passato diverse ore in una di quelle gigantesche sale da ballo con enormi specchi e sbarre ad ascoltare "Hymn for the Weekend" dei Coldplay e a provare una coreografia demenziale in cui avremmo dovuto darci il cinque tra di noi mentre correvamo allegramente da una parte dello studio ad un'altra mostrando prima di tutto e anzitutto un grande entusiasmo. Quando parlavo delle esenzioni da musicisti, mi riferivo principalmente al fatto che grazie a dio non ho dovuto prendere parte alla coreografia, la quale poi si è deciso di terminare con un dab collettivo dei concorrenti, giudicato dai coreografi un "movimento simpatico".

Come dicevo, i musicisti hanno un trattamento diverso rispetto ai cantanti. Essendo noi l'unica band in gara, gli unici musicisti di fatto eravamo io e il bassista del gruppo. Dunque, nel momento in cui si doveva registrare la puntata speciale nello studio e non nelle aule delle lezioni, io e lui ci trovavamo per una serie di ore a dover stare dietro le quinte, ad aspettare che arrivasse il nostro momento di salire sul palco, guardando tutto da un mini schermo. Questa regola mi ha permesso di verificare una cosa che mi ero sempre chiesta: sì, i tecnici di questo ambiente sono esattamente come appaiono in Boris, quindi fondamentalmente divertenti ma molto stronzi. Ho passato ore e ore seduta su una sediolina al freddo a guardarli fumare, mentre a me non era permesso spostarmi nemmeno di un millimetro. Ovviamente non sono mancati quelli più amichevoli, come il cameraman che mi ha mostrato tutte le foto della sua vacanza in barca a vela alle Eolie e ha tentato di farmi fare un tiro dalla sua sigaretta elettronica, costandomi una nota di rimprovero. Il giorno successivo ho capito che dovevo farmi furba e così ho deciso che avrei puntato sulla corruzione. Ho portato una busta di cioccolatini che scambiavo per favori: un team di integerrimi, posso dire a posteriori, perché l'unica cosa che ho ottenuto con un cioccolatino è stata farmi dire a che punto della scaletta in puntata fossimo.

Un grande vantaggio dello stare dietro le quinte, tuttavia, è stato senza dubbio poter assistere ai vari ingressi in scena di Stefano De Martino, il quale non delude affatto le aspettative sulla sua avvenenza e anzi, si dimostra sorprendentemente simpatico. Sul palco invece la situazione era molto diversa e non nascondo che suonare in quelle condizioni, come non mi era mai successo, è stato davvero spaventoso, sia per la tensione oggettiva generata da quegli enormi riflettori e sia perché quello studio è a tutti gli effetti un'arena per gladiatori, dove gli spalti sono riempiti a tappo da ragazzine brufolose tra i dodici e i sedici anni che, ingorde di spettacolo, urlano come delle ossesse e sbattono i piedi pretendendo la tua esibizione. Ricordo il boato che sentimmo tutti dalla sala relax nel momento in cui qualcuno da fuori aprì la porta: è stato un momento di terrore purissimo.

Dopo un numero non quantificabile di ore passato a congelare davanti ad un piccolissimo schermo, aspettando il fatidico momento dell'esibizione, il caso ha voluto che Maria si liberasse di noi senza nemmeno la dignità di una esibizione. Siamo stati immediatamente trasferiti nella stanza dei perdenti, dove un buon numero di persone stava già piangendo e maledicendo l'universo intero per la disfatta. Io, dal canto mio, ero una Pasqua: non potevo credere che l'incubo fosse finito, ero talmente felice che l'idea di tornare a studiare per gli esami all'università mi sembrava una prospettiva entusiasmante. Così allegra che una aiutante di Maria ha giustamente portato il mio esempio ai piagnoni per consolarli: "dai su, fate come lei, prendetela bene!". Solo che mentre io credevo di uscire da una sorta di bizzarra prigione, là dentro in quella stanza c'erano persone che erano già al loro sesto tentativo, persone che hanno davvero pensato di poter cambiare radicalmente la loro vita con una felpa con su scritto Amici.

Non so se i talent ti cambiano la vita o se si tratta solo di una gigantesca macchina che sfrutta i sogni di gloria e poi ti sputa via. Per qualcuno sì, per altri no, probabilmente. Però dopo esserci stata, Amici l'ho guardato. Volevo capire come si faccia a gestire sei mesi di sala relax senza impazzire e devo dire che non solo ho cambiato drasticamente il mio modo di giudicare lacrime e sentimenti in televisione (che a questo punto non ho nessun dubbio siano vere, dato che io stessa stavo per piangere per una sigaretta come il miglior Adriano Pappalardo), ma mi sono anche ricreduta sulla trasmissione perché sorprendentemente si è rivelata interessante da un punto di vista musicale, soprattutto da un punto di vista didattico, oltre ad avermi lasciato una lieve sindrome di Stoccolma.

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