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L'intervista definitiva ai Colle Der Fomento

Siamo andati a Roma a incontrare Danno, Masito e Craim per farci raccontare tutto quello che è successo negli undici anni prima di Adversus.

di Federico Sardo
23 novembre 2018, 12:07pm

Fotografia di Luca Salticchioli

È una giornata di novembre inoltrato ma a Roma c’è il sole e un clima assolutamente primaverile quando vado a intervistare i Colle der Fomento freschi dell’uscita del loro ultimo album, Adversus. Questa uscita ha il sapore di un evento nel mondo del rap italiano, perché arriva a undici anni di distanza dal loro disco precedente, Anima e Ghiaccio. Undici anni fatti di live ma anche di notizie sul disco, indiscrezioni, la pubblicazione del singolo “Sergio Leone”, momenti in cui sembrava che l’album stesse per uscire… e invece l’attesa si protraeva sempre di più.

Ora il disco è arrivato ed è una grandissima dimostrazione di stile e di maturità, dal punto di vista sia musicale che testuale, da parte di quello che è uno dei monumenti della storia del rap italiano. Un disco diverso e contemporaneo, maturo, adulto e impressionante, un disco non immediato e che probabilmente resterà nel cuore di chi vuole dedicargli la sua attenzione.

Simone Danno e Dj Craim, che è il produttore di quasi tutte le basi del disco ma formalmente non fa parte della formazione del gruppo (che vede invece i due mc affiancati a Dj Baro), vengono a prendermi alla fermata della metropolitana e insieme ci dirigiamo in pochi passi verso casa del primo, che è proprio come uno se la potrebbe immaginare. Ovunque ci sono dischi, libri, fumetti, memorabilia di Star Wars e altri gadget, e su ogni parete tavole originali, manifesti, poster e fotografie pazzesche. Pochi minuti dopo ci raggiunge anche Massimo (Masito) e facciamo partire il registratore.

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La copertina di Adversus, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Come state? Come si sta a disco appena uscito?
Danno: Bene. È una bella sensazione, dopo un lungo periodo di attesa, di stress, di dubbi.
Masito: Stiamo bene, siamo contenti, un sacco di cose positive, un sacco di affetto. Sono arrivate anche le cose più introspettive che pensavamo ci mettessero di più, invece tanti bei commenti. In questi dieci anni avevamo questo peso addosso della responsabilità di fare il disco, non è che eravamo belli tranquilli e rimandavamo a cuor leggero. Anche il fatto nel live di fare solo pezzi vecchi un po' ci pesava, perché i pezzi appena scritti non li facciamo. È una liberazione.

Vi eravate dimenticati com’è il momento dell’uscita di un album.
D: Sembra il primo.
M: Anche perché è un altro mondo adesso, con il web è tutto amplificato, tutti ascoltano il rap, mi ferma gente sotto casa, oggi nel mio palazzo qualcuno stava ascoltando "Penso Diverso". Fa strano, ed è bello.

Prima magari ci voleva del tempo per arrivare a tutti. Adesso lo ascoltano tutti il giorno dell'uscita.
D: Una volta il banco di prova ce l'avevi quando cominciavi a fare i live. Sì, il disco era uscito, ti arrivava qualche voce sulle vendite, ma non avevi un riscontro immediato. Adesso hai un sacco di messaggi, commenti. Hai subito una cartina tornasole anche di come viene accolto.

Come è andato il processo di lavorazione in termini pratici? Avete buttato via tante cose? Il disco "quasi pronto" di cui si parlava quando è uscita "Sergio Leone" che fine ha fatto, per esempio?
D: Quel lavoro è stato smontato e rimontato, diciamo. Alcune cose sono state lasciate da parte. Almeno cinque o sei tra pezzi non del tutto finiti o anche proprio finiti sono stati accantonati, non c'entravano con l'ottica che poi ha preso il disco. All'inizio volevamo fare una cosa tipo Anima e Ghiaccio, con un produttore diverso per ogni brano. Abbiamo contattato un sacco di gente. Però poi ci siamo resi conto che non volevamo fare un Anima e Ghiaccio parte due, con tutti i pezzi che suonano diversi.
M: Quella era una necessità perché non abbiamo un produttore interno, quindi abbiamo sempre dovuto fare questa ricerca, chi sono i produttori più bravi del momento, chi c'è del passato che ci piace. Raccogliere un sacco di basi e scegliere. Era una necessità.
D: Ma ci siamo resi conto che non era quello che volevamo fare ora, per questo disco. "Sergio Leone" nasce in un momento in cui avevamo cominciato a lavorare al disco, abbiamo scritto i primi pezzi, registrato qualcosa su altri beat, fatto dei provini... "Sergio Leone" ha anche cementato la nostra amicizia con Craim e Kaos, in quel periodo abbiamo iniziato a suonare come Good Old Boys. Spesso Craim scendeva a Roma, stava a dormire qua, e in maniera molto naturale abbiamo cominciato a parlare, ascoltare musica insieme, ascoltare dei sample, discutere su come ci sarebbe piaciuto fare un disco, su come è cambiata la musica rap.



E invece qual era lo statement che volevate dare?
D: Noi a un certo punto abbiamo capito che non volevamo fare il disco di boom bap nostalgico, non volevamo diventare come a volte qualcuno ci ha dipinto gli alfieri in difesa del "vero hip hop", era proprio una cosa che non ci interessava. Anche perché nell'hip hop stesso siamo sempre stati un po' mosche bianche. L'ascoltatore medio ti dice Illmatic di Nas, Ready to Die di B.I.G. mentre noi eravamo più per Liquid Swords di Genius o il secondo dei Cypress Hill. Anche nell'hip hop classico abbiamo sempre avuto gusti un po' particolari. Noi siamo fan dei Beastie Boys mentre i nostri amici più ortodossi discutevano un po' questa cosa. Non volevamo cadere in quel tranello o in quello "i nuovi fanno schifo, solo il vecchio hip hop". Zero.
M: E neanche fare le cose nuove tanto per farle. Prendere una cosa che non hai neanche assimilato bene, o che non senti tua, e buttartici. Volevamo fare più passi avanti possibile però in una direzione nostra, in un discorso personale e che sentissimo nostro.
D: Ci aveva colpito molto l'esperienza con Micalizzi, la volta che abbiamo suonato al Tufello ospiti dei Muro Del Canto rifacendo "Sergio Leone" e "Il Cielo Su Roma" suonate dal vivo con arrangiamenti quasi folk con la fisarmonica, il featuring coi La Batteria. Ci piaceva questa cosa della musica suonata. Parallelamente l'hip hop americano che seguiamo ha anche evoluto un po' il modo di usare i campionamenti. Non è più un loop di tre secondi ma anche un minuto intero, che sembra stiano rappando su un'intera canzone. Craim ha cominciato a fare i primi beat quasi come gioco, come scommessa. Ci piaceva un sample e mi diceva "fate fare un beat a qualcuno con questo sample", e io gli ho detto "fallo te". "Ma non ho mai fatto beat", "che ti frega, prova".

Non avevi mai fatto beat?
Craim: No! Si parla del 2010...Era un momento di semi-libertà di Internet e ti trovavi a disposizione cose che prima erano mitologiche, delle sound library. Sono entrato in quei discorsi, ho cominciato a studiare e a appassionarmi e mi si è aperto un mondo. Nel frattempo uscivano cose come Twelve Reasons To Die di Ghostface con Adrian Younge, si creava un filone parallelo interessante che si rifaceva a una certa tradizione ma con una freschezza nuova, una rigenerazione. Risentendo alcune produzioni, le prime cose che mandavo a loro, c'era una spregiudicatezza senza senso, cose che adesso non riuscirei più a concepire e che mi vergognerei a mandargli. Però da lì nasce il disco, è stato un periodo di crescita personale, un percorso. Abbiamo strutturato insieme un universo sonoro, dall'inizio alla fine del disco sei all'interno di qualcosa.

Infatti sorprende che non sia il lavoro di un produttore navigato, è vario ma anche molto coeso, ha un suono personale.
C: È la fortuna del principiante! (ride)
D: Diamo atto che avrà fatto cento se non duecento beat.
M: È uscita solo la punta dell'iceberg. Poi per la prima volta abbiamo lavorato come si dovrebbe, cioè confrontandoci continuamente, chiedendo di cambiare cose, modificare, intervenire sui bpm, rifare da capo delle cose. Non è il disco con basi che ricevi da un produttore e quelle sono, e poi ci scrivi sopra: i pezzi li abbiamo fatti insieme, in modo anche comico a volte, perché noi filosofeggiavamo sulle basi... "Vorremmo un beat così, che suoni un po' cosà", facendo dei versi con la voce per fargli capire. E lui interpretava. "Polvere" per esempio è stata una descrizione durata giorni, e ci ha portato alla fine proprio quello che volevamo.
D: Ci abbiamo messo tanto a fare questo anche perché ogni pezzo rimetteva un po' in discussione tutto. Abbiamo aggiunto questo pezzo, allora il disco ha preso anche questo colore, però allora sai che quest'altra cosa non va più bene? Oppure quest'altra dovremmo metterla anche altrove… A un certo punto per esempio ci siamo detti "qui ci serve un basso, però non lo campioniamo, chiamiamo un bassista”. Allora poi a quel punto dici "fermi, allora andrebbe messo il bassista pure qua, e pure qua", in altri pezzi. “Ma se qui chiamiamo Roy Paci? Ma sai che su “Noodles" ci farei dei fraseggi blues in lontananza, vogliamo chiamare un chitarrista?”

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Fotografia di Daniele Peruzzi

Quindi il vostro percorso creativo procedeva continuamente per spunti, idee.
D: Ogni pezzo apriva ventagli di possibilità che dovevamo valutare, perché volevamo fare un disco che fosse proprio un disco, non una raccolta di canzoni. Meno rap, meno rappettone rispetto a un Anima e Ghiaccio, che è un disco pieno di begli slogan rap: "Solo amore se amore sai dare", "il rap suona più forte delle bombe", "la fenice rinasce dalla cenere" eccetera. È anche più facile, sono slogan, sono frasi, le puoi stampare su una maglietta. Questo è un disco più difficile. Avevamo anche dei dubbi, magari è un disco pesante. Richiede una certa attenzione. Ce ne sono solo un paio di pezzi che puoi mettere su mentre chiacchieri con un amico, o per fomentarti. Il resto è "ti chiedo di sederti, ti chiedo 54 minuti del tuo tempo se hai voglia, e ti fai questo viaggio". Per noi è stato un lungo viaggio, una lunga guerra, bella (nel nostro mondo chiuso ogni volta che chiudevamo un pezzo era una vittoria), ma intanto il tempo passava, e abbiamo dovuto un po' ricucire delle cose, ritrovarci, capire cosa ci dava forza, cosa ci piaceva o non ci piaceva fare.

Come avete scelto di raccontare quello che volevate raccontare?
M: È stato fatto anche proprio un discorso sui pezzi. Cosa vale la pena salvare nella memoria? Questo argomento lo raccontiamo? Lo raccontiamo direttamente, facendo i nomi, o facciamo una metafora, un'astrazione, per parlare di un concetto? Abbiamo proprio scelto di volta in volta. Il riscontro c'è stato perché vediamo già da subito che anche cose che ci sembravano magari pure troppo private invece sono arrivate, e hanno provocato delle emozioni. Non c'è solo il pezzo che ti gasa, ci sono delle reazioni. Alcuni amici nostri, che ci conoscono bene, su certi pezzi hanno pianto. Questo è importante, non tanto fare la cosa del momento. Noi ci ascoltiamo Westside Gunn, ci ascoltiamo Conway, ci ascoltiamo roba dura e ci piace, però poi alla fine invece che fare la cosa figa del momento ci è venuto più da scavare in profondità, anche un po' fuori dal tempo. Ci vediamo una serietà dentro alla musica che magari è anche superiore a quella che in realtà ha, a volte ci piacerebbe fare pezzi più sportivi, sarebbero anche dei live diversi. Però sentiamo quasi un dovere di fare le cose in un certo modo e con una certa profondità.
D: Li abbiamo un po' accantonati i pezzi classicamente rap con le rime di stile, sfoggio di bravura, o magari la teniamo di più per i featuring, che non per un disco che è una cosa che resta come tua testimonianza. Non ci interessa proprio più anche la gara all'mc più bravo, non stiamo neanche più a parlare di metriche, l'abbiamo lasciato alle spalle quel periodo "senti il flow di questo, oggi va la metrica così". Questo disco nasce da un'esigenza di raccontare. Momenti, stati d'animo, la vita. Anima e Ghiaccio ci ha fatto suonare dal vivo per dieci anni. Abbiamo dovuto interrompere noi il tour, stando sempre in giro non si riesce a lavorare davvero. Ci siamo detti ci serve un anno per finalizzare tutto. Anche, essendo autoprodotti, per capire il mondo nuovo, la distribuzione, il digitale. Abbiamo dovuto fermarci e ci sentivamo addosso anche una responsabilità per come molti ci vedono, ma noi non volevamo salvare l'hip hop, zero. Volevamo dire solo "noi siamo così".
C: Non riusciamo a salvare noi stessi, figuriamoci l'hip hop.

Ecco: come vi fa sentire quest'idea del Colle come salvatori dell'hip-hop?
M: Esiste un'alternativa. Non è né meglio, né peggio, sicuramente è diverso dal modo dominante di fare le cose. Noi al massimo possiamo fare vedere questo.
D: C'è stato anche un certo impegno, più del solito, nel confrontarci io e Massi. Prima era più "ok, il Danno ha scritto sta strofa, Masito ha scritto questa, si sono inventati un ritornello, ognuno ha una direzione, il ritornello fonde, e ok". Qui c'è l'attenzione di dire "cominci la strofa con questa frase? Provo a cominciare anch'io con questa frase". "Stai citando Lucio Dalla e Paolo Conte? Io allora cito Capossela e De André", e poi arriva uno scratch di uno di quei sassofoni che erano ovunque nella musica italiana anni Ottanta che noi abbiamo assorbito inconsciamente, che a me sembra quasi la sigla di “Lunedì Cinema” di Lucio Dalla sulla Rai. Se Ghostface cita il soul o usa certi sample per me è normale citare De Gregori, è il nostro patrimonio condiviso. C'è stata un'attenzione, e alcuni testi hanno richiesto molto tempo. C'è anche un lavoro uno con l'altro, anche prima magari c'era il parere, però qui c'è stato anche l'intervenire tantissimo sulle parti dell'altro. Per esempio: "tu qui dici questo, se invece lo dicessi in quest'altro modo, così poi io posso fare questo?".

Quindi avete anche lavorato molto tempo sulle canzoni, confrontandovi e modificandole continuamente.
M: Alcune strofe sono state riscritte, la mia di “Adversus” l'ho scritta credo tre o quattro volte. A volte senza neanche registrarla perché poi non mi convinceva. Fino a arrivare a un risultato che non può essere la perfezione ma che ci convinca. Vicine le due voci devono avere un corpo unico, le due scritture devono stare bene insieme. Deve sembrare una canzone fatta da una persona.
D: L'idea era quella proprio di fare delle canzoni. In chiave rap ma delle canzoni. Non si usa quasi mai questo termine, dici il "pezzo" rap. Invece proprio canzoni, nel bene e nel male, con tutti i pro e i contro di fare questa scelta, abbiamo cercato questa formula. Una coerenza dall'inizio alla fine, uno svolgimento. Come addirittura nel primo rap italiano delle Posse, che si focalizzava su un argomento, tipo "il pezzo contro il razzismo". Non così didascalico, però canzoni con un tema. Esempio: “Nostargia”. Siamo partiti dal titolo, che ci piaceva. “Raccontiamo del passato? Raccontiamo che eravamo ragazzini spensierati? No aspetta io ho scritto questa cosa. Ah ma tu hai raccontato un episodio ben preciso della tua vita. Allora anch'io vado a cercare tra i miei episodi quello che può andare lì”. Il ritornello nasce da “Stornello per l’estate" di Gabriella Ferri.

Mi fai altri esempi?
D:
Per “Storia di una lunga guerra” abbiamo chiamato Er Pinto, che faceva parte dei Poeti del Trullo, un collettivo di poeti anonimi romani, che scrivono le poesie sui muri. Siamo amici, gli abbiamo detto noi abbiamo questa idea - "storia di una lunga guerra", io te la metto così, non ti dico niente, perché non scrivi una poesia a partire da questo? Lui l'ha fatto, ce l'ha data, abbiamo preso le frasi che ci piacevano e ci abbiamo creato il ritornello. E partendo da quello poi abbiamo scritto la nostra parte. Non è stata una scrittura immediata, ecco. Io invidio quelli che dicono "ci siamo chiusi in studio quattro giorni e abbiamo scritto dieci pezzi". Li invidio tantissimo, giuro!
M: Che poi, se ti metti là li scrivi anche dieci pezzi, però al di là della qualità, che se uno è un fenomeno magari spaccano pure tutti, però sono dieci pezzi che si somiglieranno tutti, perché nascono tutti nello stesso periodo, e quando hai in testa determinate cose. Noi raccontiamo le cose che ci sono successe, e quindi dobbiamo anche aspettare che succedano! Non solo per raccontarle ma anche per capirle. Non sei lucido sul momento, ci vuole un po' per capire. Dietro c'è poi un lavoro di scrematura: “questo lo dico, questo l'ho già detto, su questo argomento questa cosa non si può non dire, la dico io o la dici tu?”. Prendere un argomento e svolgerlo il più possibile, così ogni pezzo è un mondo. È pieno di cose, e c'è tutto quello che tu hai da dire su quell’argomento.

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Fotografia di Daniele Peruzzi

Prima avete usato l'aggettivo adulto nel parlare di questo disco, e indubbiamente sono d'accordo. Vi siete posti il problema del parlare anche ai giovani, se un disco come questo può arrivare anche a quello che è il pubblico del rap di adesso? O non ve ne fregava niente?
D: Il primo obiettivo che ci diamo sempre, è banale dirlo, è "facciamo un disco che ci piace, il tipo di disco che vorremmo ascoltare noi oggi". E anche che disco vorremmo ascoltare da un gruppo come il Colle. Mi metto un po' anche nell'ottica del fan, che cosa vorrei, che cosa mi aspetto. Mi aspetto qualcosa in più rispetto a Anima e Ghiaccio, non mi aspetto una ripetizione dopo dieci anni, mi aspetto qualche nuova porta che si apre, porte che magari prima erano chiuse, non trapelava quasi nulla di noi come persone. Sembravamo non dico dei personaggi ma comunque che avessimo degli scudi - infatti la maschera in copertina, che poi giri la copertina e la trovi rotta. Il senso è quello. Fatti pezzi come “Nostargia", “Polvere” o “Noodles", capisci che fra le righe stai dicendo tante cose. Stai parlando anche delle tue sconfitte, le sconfitte da cui ci siamo rialzati. In una musica dove invece si privilegia sempre l'aspetto vincente.
C: C'è un ragionamento sulla forma, sullo stile, che è imprescindibile. Il punto di partenza per me è che se una cosa non fomenta non si va da nessuna parte. Sia che si tratti di qualcosa che ti deve bucare il cuore sia che si tratti di qualcosa per farti saltare. Poi magari c'è il carico di cose che arriva, su cui rimani a ragionare. "Cattiveria e roba seria". Pezzi che esplodono, però poi ti porti dietro qualcosa. Non è la gara del contenuto contro le parole vuote, si è cercato sempre di lavorare sui due fronti.

Secondo voi ha senso fare un discorso, diciamo, "generazionale"?
D: Secondo me questo discorso generazionale è anche un po' un pregiudizio. Ai nostri live più della metà sono giovani, proprio giovani. Con la maglietta del Wu Tang magari. Se vai in un liceo sicuramente la maggioranza fa una cosa, ma poi ci sono quelli che vogliono essere alternativi rispetto al loro compagno di classe. Spesso mi sono chiesto come sia possibile che dei sedicenni ci ascoltino, però poi ci penso e io a quattordici anni cantavo canzoni di Vasco Rossi, cose tipo "Portatemi Dio perché voglio chiedergli di una vita che ho vissuto e che non ho capito", sentendole mie. A sedici anni? Eppure trovavo i miei motivi per relazionarmi a quelle cose, sentivo già di non avere capito alcune cose che avevo vissuto. Sicuramente quella canzone di Vasco se la sento oggi ha un significato ancora maggiore, ma da ragazzini ascoltavamo cose lontanissime dalle nostre vite come De André, o gli stessi Assalti Frontali. Guarda, quando io e Massimo ci siamo conosciuti ci mettevamo lì coi testi degli Assalti Frontali e dicevamo "Ma chi è Sante Notarnicola? Perché il primo disco rap italiano ufficiale, Onda Rossa Posse, c'ha un pezzo che parla di questo?”.
C: Ho visto un'intervista fatta dai The Pills a Pietro Sermonti di Boris, e lui diceva che c'è questo presupposto nella maggior parte di tutto quello che è intrattenimento che la gente sia stupida, e quindi bisogna dar loro qualcosa che capiscano, povere scimmie. E che invece non è così, si può dare anche cose che sotto sono complesse. Anche Boris è facile e immediato, però sotto nasconde moltissimo, anche una grossa amarezza. Va anche detto che non è che le cose non raccontate non accadano. Collaboro con gli Slander e vedo la scena punk hardcore, ci sono eventi da tremila persone in Italia, e siccome nessuno ne parla sembra che non esistano, l'albero nella foresta. Ma a me sembra più l'elefante nella stanza. Anche il nostro percorso di questi anni, non è paragonabile a certi numeri, però siamo veramente in giro tutte le settimane dappertutto da anni.

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Fotografia di Daniele Peruzzi

Un mio amico per descrivere questo disco ha usato un aggettivo (che spesso ha un'accezione negativa ma non è neanche detto, per lui non era una critica) che è "consolatorio". Voi cosa ne pensate? È un disco che parla tanto di sconfitta per esempio.
M: Per me no, perché non volevamo fare i Ricordacini di South Park, il consolatorio in quel senso, "mi ricorda quegli anni, ah, ancora c'è quel rap!". Noi pensiamo di essere andati avanti, sinceramente: come testi, come scrittura, come basi, come scelte. Una serie di scelte che anni fa sicuramente non avremmo mai fatto, non avremmo mai raccontato cose così private per esempio. C'è stata un'evoluzione. E non voglio che sia una gara tra il prima e il dopo, questo è ora. Per me è come fosse il nostro primo disco. Non dà risposte, pone domande.
C: Io se ascolto questo disco non mi sento consolato.
M: Anzi, ti dà problemi sto disco secondo me. Ti mette dei dubbi. O almeno è questo che volevamo.
D: Dire questa cosa suona un po' così, forse non dovrei dirla perché magari suona finta, o naif, però ci sono due o tre pezzi che ancora ci scuotono e ci fanno male. Stiamo facendo le prove per il tour, e io ho ancora dei problemi a fare “Polvere”. Personalmente non mi consola, è una cosa che mi scardina dentro, pure se è mia: dico "ammazza lo dovrei conoscere bene sto pezzo, avercelo in pugno" e invece ogni volta che me lo metto dall'inizio alla fine mi arriva sempre un qualcosa di forte che non so neanche quanto ho voglia di provare, forse come ascoltatore preferirei un disco più leggero. È un po' una responsabilità. La frase "come se fosse facile perdere" è tutto tranne che consolatoria secondo me. Stai dicendo che non è facile ricominciare dopo dieci anni, accettare una sfida, sapendo anche che non è più come quando non avevi niente da perdere. Lì ti buttavi allo sbaraglio, che te frega, provavi.

Voi vedete Adversus in qualche modo come un disco anche politico? Sicuramente non ha riferimenti espliciti.
D: Partendo dall'idea che tutto può essere politica, sì, sicuramente. A parte "Penso Diverso”, che è il pezzo che lo è in modo più dichiarato. Per esempio è un periodo questo di super ostentazione, e invece noi mi sembra che non ostentiamo quasi nulla. In passato avevamo molte più rime del tipo "io ti rompo il culo col rap, io sono il capo del rap" e qua zero, al massimo dico "la mia musica è sempre questa e tu non puoi cambiarla", è il massimo di arroganza che mi sento di metterci.
M: C'è anche il fatto dell'accento romano. Anni fa ce lo siamo abbastanza tolti perché non ci piaceva passare alla storia come quelli che fanno le cose in dialetto o "alla romana", su questo disco era una carta che potevamo giocarci, potevamo usarlo, ritirarlo un po' fuori. Invece c'è solo un po' su “Nostargia" qualcosa, negli altri pezzi siamo stati attenti a non calcarla e a non tirarla in ballo, ci sentiamo di voler parlare a tutta Italia, di voler parlare del mondo, non solo di Roma. Anche se Roma sicuramente è importantissima per la nostra storia e per le nostre vite.
D: E "Penso Diverso" non è contro Salvini, ma contro chi vota Salvini. È contro una mentalità.
M: Anche perché oggi c'è Salvini e domani ce ne sarà un altro a incarnare certe posizioni, e noi è di quelle che vogliamo parlare.
D: Salvini fa il suo mestiere, raccontare al suo elettorato quello che vuole sentirsi dire. È un gioco a perdere attaccare uno così. Il punto è chi ci crede a quei discorsi. E cercare di parlargli. Alcuni sono straconvinti, e non gli riuscirai mai a parlare, ma per molti è un discorso di ignoranza, paura, la profonda insicurezza che ti dà questa società e che ti fa avere bisogno di un nemico da attaccare, di risposte facili, "è colpa degli stranieri". Invece di dire a questa gente "siete delle merde, siete degli stronzi", il senso di quel pezzo è dire "guarda, io non la penso così. Dammi retta cinque minuti, provo a spiegarti come la vedo io e perché". Senza attaccare direttamente il politico, che tanto non lo scardini, e l'anno dopo se gli conviene dirà l'esatto opposto di quello che ha detto l'anno prima, è pure inutile fargli la critica.
M: E in questi anni si è visto che il problema sta nelle persone comuni. Ora sappiamo più facilmente cosa dicono e cosa pensano, c'è una massa molto superficiale nel giudicare, violenta, è tutta una società che ha un problema.

Nel disco si parla molto di un nemico interno, che a volte è dentro se stessi. In che modo a volte siamo nemici di noi stessi, autosabotandoci? Il problema a volte oltre che nella società lo troviamo proprio allo specchio.
D: Il nemico interno è la depressione, intesa come malattia, le paranoie, il momento in cui qualcosa scatta nella tua testa e perdi lucidità, e vedi tutto con un filtro negativo. Non sempre quando ti guardi allo specchio ti piace quello che vedi. E allora non riesci a viaggiare a pieno regime, devi rompere questa ragnatela che ti paralizza, riconfrontarti con la realtà e con gli altri. "La sfida è in mezzo alle persone" come dice lui. Capita poi il periodo in cui qualcosa non va e ti chiudi. Ti chiudi in casa, ti chiudi in te stesso, e magari hai bisogno di trovare dei passi giusti per uscirne. E quello è il nemico. Quella è una parte di te che ti vuole distruggere. È difficile perché è difficile sia da riconoscere che da affrontare. Ci siamo sempre fatti tante domande, e poi le domande te le fai pure su te stesso. E dici, sì, “Jake La Motta sul ring”. Ma davvero? Davvero non vado giù al tappeto?. Ma io qualche volta ci sono andato giù al tappeto, ma io questi jab li sento. Sì, nel testo ti ho detto che sono Jedi Master, che sono questo e quello, però sai quante volte torno a casa e mi viene da tremare dicendo che forse ho sbagliato un sacco di cose? E quello è tutto un peso che tu non ti rendi conto ma a un certo punto te lo ritrovi tutto addosso, e per un po' non riesci più a muoverti bene, sei invischiato in qualcosa. Ci abbiamo messo un po' a metabolizzarlo: un nemico che sta fuori lo vedi, lo individui, stare male dentro è qualcosa che ci metti un po' a capire.
C: Secondo me questo disco fa passare anche il messaggio che se hai della roba dentro è giusto dirla, è giusto parlarne, è giusto buttarla fuori e non avere paura di mostrare di non essere indistruttibili. Penso che anche il più gaggio del mondo pianga. Se fai musica anche se sei la persona più stronza del mondo hai un certo tipo di sensibilità, la ruota gira e il cecchino spara a caso, non si scappa. È importante che nel disco si metta al centro del discorso il nostro essere umani. Ogni persona è complessa, e ci metti tutta una vita per capirti, però è importante che lavori su quello che vuoi essere.
M: E visto che noi abbiamo dedicato la vita a questa cosa, in questa cosa ci mettiamo tutta la vita. È una piccola cosa ma spiega molto della serietà con cui prendiamo le cose, uno dall'esterno può dire "prendetela più alla leggera, è musica, è solo rap". Per noi, visto che per fare questo non abbiamo fatto tante altre cose nella vita, e ci ritroviamo grandi e adulti a aver scelto questa vita qui, quindi anche con cose che ci mancano, noi ci mettiamo tutto. Ci mettiamo un'importanza assurda. Non è solo il disco, non è solo rap, è proprio la nostra vita. E vogliamo che sia raccontata bene e che arrivi.

Parlando di immobilismo, di chiudersi in se stessi, c'è stato anche il rischio che questa cosa si prolungasse ulteriormente, e alla fine il disco non uscisse mai, rimanendo bloccati?
M: Certo, sì.
D: Legandoci anche al discorso di prima, e parlando con onestà, mi ricordo che una volta Craim mi chiama e mi dice "come stai?" "eh, così così" "stai scrivendo?" "no" "perché?" "non sto bene". E lui mi dice "scrivi che non stai bene". Eh. C'hai ragione. Ok, proviamo. Ho scritto e ho anche buttato perché a volte dici "questo è troppo proprio uno sfogo", devo sempre mediare un po', ho paura a espormi proprio al cento per cento. Lo disse Ice One tantissimi anni fa: "dico tante cose di me ma non tutto, altrimenti per me che mi resta?". Se do tutto nella musica, butto fuori tutto, racconto tutto, poi forse di veramente mio mi tengo pochissimo ed è tutto troppo alla mercé degli altri, tutto pubblico. Però trovando la chiave giusta il discorso è parlare di come stiamo, che non sempre vedi la luce. A volte vedi buio, parliamo anche di questo buio.
C: In questo siamo fortunati, perché abbiamo questa possibilità. Nel documentario su Amy Winehouse lei dice "io mi sento fortunata perché se sto male prendo una chitarra", c'è gente che invece sta male e basta.

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Fotografia di Luca Salticchioli

Nel non fare uscire un disco per undici anni uno sente anche il peso della storia, di non deludere le aspettative.
D: Madonna, hai voglia.

E anche che finché non fai qualcosa non sbagli.
M: È anche un po' una scelta di comodo.
D: Ci pensiamo il mese prossimo, intanto andiamocene a cantare, facciamo il nostro live, ci divertiamo, stiamo bene. Il rischio è quello di scivolare in una situazione in cui dici rimaniamo così, non succede nulla, non sbagli. Però poi ti rompi di questa situazione.
M: C'è anche il problema contrario: noi non facciamo live i pezzi nuovi, e tu ha già tutti questi pezzi che hai già registrato e intanto fai live su live coi pezzi che per te sono vecchi, e a fine serata tutti sono contenti, tutto è andato bene ma tu sei un po' preso male perché hai delle nuove cose che vorresti buttare fuori. È stata una fatica questa, abbiamo interrotto i live a un certo punto per questo, perché poi li riprenderemo ma non era il momento di tirare avanti ancora.

Mi parlate di più di questa scelta di interrompere i live?
M: Ci siamo fermati per dire "adesso chiudiamo". C'è il momento in cui anche inconsciamente hai troppa paura di rischiare, di metterti in gioco, di chiudere un pezzo e poi magari essere deluso. Ci sono stati momenti in cui magari se avessimo fatto un pezzo brutto avremmo potuto lasciare tutto. "Non è più la nostra cosa". Quindi ogni pezzo è stato sofferto.
D: Questa sensazione di dire "oggi non faccio niente perché ho troppa paura che potrebbe andare male" viene compensata dalle notti in cui non dormi. Stai lì e dici "non abbiamo finito il disco, è passato un altro mese, ne sono passati due, ne sono passati tre". E a un certo punto ti arriva un'idea "dovremmo fare un pezzo così", ti svegli, chiami l'altro e gli dici "ho un'idea, riprendi quella base che ci ha mandato tre mesi fa, senti come ci potrebbe stare sopra una cosa del genere".

E avete anche messo in musica tutto questo.
D: Sì, così nasce "Miglia e promesse", uno degli ultimi pezzi che abbiamo scritto: io a un certo punto ritrovo un beat che ci aveva mandato mesi prima e che avevamo lasciato lì, sapevo che a lui piaceva perché era un sample che già avevamo ascoltato e discusso in passato, scrivo la prima strofa di getto che mi viene perché avevo in mente la poesia (di Robert Frost, ndr) e avevo rivisto Death Proof di Tarantino dove c'era, lo chiamo e gli dico “senti un attimo sta roba: perché non facciamo un pezzo senza batteria, dolce, il contrario di quello che uno può aspettarsi dal Colle der Fomento dopo "Sergio Leone", il bangerone?”. E un'intuizione così ti dà proprio uno sprint. Tanto ti butti giù a volte quanto poi arrivare sul fondo e arrivare a non dormire più ti dà la voglia da quel fondo di dare una spinta pazzesca. Ti si riapre un mondo. Quando abbiamo fatto "Miglia" abbiamo detto ci siamo. Mancava l'outro, perché volevamo chiudere carichi, ci sembrava ruffiano chiudere con "Polvere". Voleva dire lasciare proprio con la lacrima, col patema d'animo, con tutti che dicono "che bravi, che poesia", invece no. Sto disco deve chiudersi carico perché dal fondo bisogna sempre risalire. È un mix di cose, momenti in cui pensi di non farcela e poi proprio quel pensiero ti dà la voglia di dire "no, ce la devo fare".
M: È come in Dragon Ball che si allenano per mesi con il peso sulle spalle e poi quando se lo tolgono fanno dei salti di tre metri, la sensazione è quella. È un esempio scemo ma rende l'idea (ride).
D: È vero!

Esiste, come accennavamo prima, anche un po' questa idea dei Colle come alfieri di un certo tipo di rap, legata alla vostra storia. Gli ultimi dei puri, gli ultimi che non si vendono. Questo crea anche una sorta di mitologia. Per chi la vive dall'interno quanto è difficile mantenere una certa integrità? Avete avuto invece l'occasione di "vendervi"? Dite tanti no?
M: È difficile ma fa parte del pacchetto. Per come siamo fatti non potremmo fare altrimenti. Non ci sono mai capitate proposte clamorose, quando abbiamo fatto giri per case discografiche per capire come muoverci non è che ci sia stata un'accoglienza enorme, vuoi o non vuoi siamo da un pezzo su una strada ed è difficile cambiare direzione. Da una parte è un problema, ma non è che noi vogliamo essere puri e intoccabili, è che noi abbiamo visto un certo tipo di rap che era una cosa forte. Che portava contenuti, che non era tanto per farlo, sono usciti dischi incredibili e se oggi la scena mondiale sta in piedi è perché poggia su quelle basi là. Quando abbiamo visto che pure in America cambiava la scena, e certi gruppi non suonavano più, e c'era un nuovo approccio nel fare le cose, abbiamo perso anche quel riferimento, che per noi era importante. Quindi procediamo a braccio. L'unica scelta che ci imponiamo è quella di non essere ridicoli.
D: Non fare cose di cui poi ti guardi indietro e dici "madonna che ho fatto".

Come in Boris, "quanta monnezza che ho fatto!".
D: Caprera! Ecco, evitare Caprera. (ride)
M: O Un nonno di troppo! (ride)
D: Lo dico proprio onestamente, sul discorso dei duri e puri non c'è nessuna presa di posizione. Poteva essere una questione ideologica vent'anni fa. Vent'anni fa ti scontravi con un altro mondo. Il mondo del mercato discografico era completamente diverso. C'erano posti numerati, punto. Se non stavi con un'etichetta che ti stampava il cd e lo mandava nei negozi ti attaccavi al cazzo. Il massimo che potevi fare era una cassetta che suonava male, duplicarla e farla girare fra gli amici. Se le etichette avevano messo sotto contratto dieci artisti e avevano quei dieci posti liberi non c'era posto per l'undicesimo neanche se era Gesù Cristo. Quindi ti ritrovavi con un'industria che sicuramente privilegiava solo le cose più vendibili, e ci scontravamo con questo. Frequentavamo la scena punk hardcore e ci dicevamo "ma a noi che ce frega di andare in televisione, noi ogni sera vediamo un concerto o stiamo in mezzo a situazioni musicali che non vanno mai in televisione e che non ci andranno mai, eppure per noi sono la vita". Per noi certe jam, certe murate a fare i graffiti suonando i dischi erano più importanti del concerto più grosso, e quelle cose non venivano vendute, o c'eri dentro o non c'eri. Per noi quindi le cose importanti erano altre.

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Foto di Luca Salticchioli

Ad esempio?
D: Quando siamo cresciuti non c'è più stata una presa di posizione, abbiamo anche fatto appunto un giro per case discografiche. Abbiamo sempre trovato delle posizioni tipo "stiamo cercando il nuovo Fabri Fibra", che già se cerchi un nuovo qualcuno-che-già-esiste secondo me già sbagli in partenza. Fibra è unico, e i capi sono quelli unici, la copia di chi ha successo dura poco. Da un'altra parte ti dico che è anche una questione umana, ti rendi conto che come persone né io né Massimo ci troviamo bene nel discotecone da tremila persone con le cubiste. E quindi ti viene naturale dire "a me non interessa fare una musica che poi mi porti a suonare in quei posti lì", perché fondamentalmente in quei posti lì io ci soffro (sorride). Sicuramente è un limite nostro, io invidio chi vive con molta più leggerezza e dice "ma che te frega, è una serata, andiamo a divertirci". Io in certi posti mi diverto e in altri no. È come quando accendi la televisione, certi programmi proprio non li riesci a guardare. E allora mi viene da dire perché io dovrei andare per esempio in un programma che proprio non mi piace? A quel punto non è una questione di duri e puri, è che se sta cosa la dobbiamo continuare a fare è perché ci piace e soprattutto ci fa piacere. Andare a suonare, scendere dal palco e essere contenti, dire "questa sensazione non me la dà praticamente nient'altro". Le volte in cui ci siamo trovati a suonare in qualche contesto in cui ci sentivamo, per dei limiti nostri, a disagio - scendi dal palco e non stai bene, non sei contento, ti dici "ma che palle". Ci perderemo il super successo mainstream, però se io ci guadagno nello stare bene, nel sentirmi soddisfatto, nel sentirmi "a posto", che mi piace quello che ho fatto, va bene così. È piccolo? E che mi frega? A volte abbiamo fatto delle festicciole o dei piccoli live in paesini con duecento persone che saremmo scesi e li avremmo abbracciati tutti, più magari di un live nel palazzetto con cinquemila persone.

Senza che sia una presa di posizione. Abbiamo superato anche tutto il discorso hardcore/commerciale, ci siamo ritrovati a amare senza problemi canzoni che sono in tutto e per tutto commerciali, però sono belle. Molti hanno scritto che siamo contro questa o quell'altra scena, ma no: siamo solo contro la musica che non ci piace, non è un nome o un genere. Lo dico una volta per tutte: quelli bravi come quelli scrausi li trovi tanto nella trap come nel boom bap. Io non potrei mai difendere il boom bap, perché anche nel boom bap era pieno di scrausi. Noi negli anni Novanta dicevamo "la metà sono scrausi", quindi adesso dovrei dire che prima era tutto bellissimo? Ma per favore. A me interessa che sia musica che mi piace, che mi lasci qualcosa, indipendentemente dal genere, o dalla mitologia che c'è dietro il personaggio. Siamo in fissa per Anderson .Paak che è qualcosa di super fruibile, e alterno tranquillamente lui e Conway. Perché secondo me sono tutti e due bravissimi. Magari invece mi ascolto il disco nuovo di Statik Selektah, che è uno degli ultimi produttori che si rifanno al suono della golden age, e magari dico "che palle sto disco". E sono il primo a dire che no, che se dobbiamo solo fare la brutta copia di quello che è già stato fatto meglio negli anni Novanta, allora provo ad ascoltarmi XXXTentacion per vedere questi che fanno, e magari lui non mi piace ma ne trovo un altro che mi piace, anche se è molto distante da me.
M: Anche rispetto a questo disco, molti nei commenti scrivono "finalmente, si riporta l'hip hop di una volta, basta con questi ragazzini", a noi non interessa quella cosa. Chi ha sedici anni e vuole ascoltare altre cose è giustissimo che lo faccia, chi gli canta quelle cose ha un'età più vicina ed è giusto così, poi dopo si va avanti e ci sono varie nicchie nel rap, nella nicchia nostra ci stiamo noi. Ognuno si ascolta quello che vuole e non vogliamo cambiare nulla. Vogliamo solo mettere la nostra alternativa in mezzo alle altre.

Adesso si torna in tour?
D: Sì, a gennaio si parte. Prima, a dicembre, faremo un giro di presentazioni: Dee'Mo ha realizzato un documentario su questo disco, un track by track. Ci è venuto a riprendere mentre facevamo le prove, e raccontiamo l'evoluzione, la genesi, la chiusura di questo album. Faremo quattro o cinque proiezioni in giro per l'Italia, invece di fare gli instore che è una cosa che a noi non appartiene tanto, non ci piace la cosa che ti compri il disco per fare la foto, vogliamo dare qualcosa di diverso, offrire qualcosa in più. Ci sarà la proiezione di questo documentario di tre quarti d'ora fatto molto bene, ci sarà una chiacchiera con il pubblico, e ci sarà il banchetto con i cd, i vinili e le magliette per chi vuole.
M: Anche per far vedere il lavoro che c'è dietro al disco, il documentario lo racconta molto bene.
D: Diciamolo: anche per fare assimilare meglio al pubblico questo disco, che non è proprio immediato. E così che quando arriviamo dal vivo un po' ce lo siamo metabolizzato bene anche noi. Il live lo stiamo un po' cambiando, come approcci musicali, arrangiamenti... Stiamo studiando un nuovo tour. E a gennaio si parte e non ci si ferma più.

Federico è su Instagram.

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