Servant Songs ha scritto un album per liberarsi dell'ansia

'Life Without War', primo album del cantautore italiano, contiene otto canzoni malinconiche ma piene di speranza.

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01 aprile 2019, 1:16pm

La prima canzone di Life Without War è intitolata "Sink Or Swim", che sembra essere più o meno il sentimento che anima tutto questo progetto: Servant Songs non vuole scrivere canzoni così dolorosamente intime e sincere, farebbe volentieri a meno di raccontarci la sua battaglia con insicurezza, pensieri intrusivi, bugie, ansie, eccetera eccetera. Ma ormai si è tuffato, o nuota o affoga.

Servant Songs viene fuori dalla testa di Nicola Ferloni, che è un genietto troppo poco conosciuto dell'underground italiano. Io seguo le sue gesta da anni, l'ho conosciuto poco dopo che aveva abbandonato l'emo/post-rock/math dei Go Down Moses per formare i Vulturum, uno strano ibrido di post-hardcore, stoner rock e Neil Young. Finita quell'esperienza sono arrivati i Pueblo People, che dopo l'ottimo EP Sentiero di Guerra, ancora legato a certe sonorità desert rock ereditate dai Vulturum, sono arrivati nel 2015 all'album con Giving Up On People, in cui il songwriting di Nicola cominciava a farsi molto personale, ma sorretto da un impianto che rockeggiava duro (e ti credo, alla batteria c'era Claudia del carrarmato post-hardcore Agatha).

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La copertina di Life Without War. Cliccaci sopra per ascoltarlo su Bandcamp.

Ora che si è tolto i braccioli di una band, per tornare alla metafora natatoria, Nicola si presenta al pubblico seminudo, coperto solo dallo pseudonimo Servant Songs. A livello di stile, il disco è infestato di fantasmi: Elliott Smith, Jason Molina, ma anche (importante) Townes Van Zandt—ma non si può accusare di revivalismo o retromania, né di citazionismo. Per il primo punto, un po' di merito va al produttore Marco Giudici (Any Other, Halfalib), che fa suonare tutto fuori dal tempo, e un po' va agli arrangiamenti, che sono vivaci, vari e, pur rispettandone lo scheletro chitarra-voce, arricchiscono le canzoni ora di percussioni jazzate e contrabbasso, ora di drum machine e synth vintage, arredando le otto stanze dell'album in colori e stili sempre diversi, ma intonati. Gli ospiti a contribuire sono vari e di qualità: c'è Adele H ai cori, Maurizio Abate alla lap steel e all'armonica, Giacomo Ferrari degli Asino alle percussioni, lo stesso Giudici al pianoforte e ai synth, Matteo Bennici al violoncello e Fabrizio Fusi dei Labradors al contrabbasso.

Ora c'è da affrontare l'elefante nella stanza: Life Without War è un disco triste? Tristone? Uno di quei polpettoni sentimentali con le corde pizzicate e il cuore sanguinante? Mettiamola così: non è The Party Album dei Vengaboys. Però, per essere un disco chiaramente influenzato dalla musica di suicidi e tossicodipendenti, ha ben più di una fessura da cui filtra una luce calda e rassicurante. Lavorando al disco negli ultimi due anni (perché tanto ci ha messo), Nicola lo voleva intitolare Life AT War: la guerra di chi passa la vita a combattere negatività e insicurezze. Ma poi si è reso conto che, se il nemico è interno, non c'è niente da combattere. C'è invece da lasciarsi alle spalle la guerra e vivere la vita. Da qui, il titolo è cambiato in Life Without War, e sono sicuro che anche le canzoni, pur mantenendo una caratteristica malinconia fatta di accordi sospesi e voce tremante, abbiano preso un colorito diverso da quando Nicola ha aperto le finestre.

C'è una padronanza della scrittura e della composizione che si nota lontana chilometri. Quando dev'esserci il ritornello, c'è il ritornello e funziona senza forzature. L'atmosfera è calibrata. C'è una voce che canta in inglese con una credibilità impressionante per gli standard italiani, ed è una voce che in un certo senso si sta ancora formando, in bilico tra fragilità e ambizioni canore più alte, ma canta canzoni... belle, ecco. Non è una cosa scontata.

È così che "All The Great Ideas" e "Drivers Ed" ti entrano in testa e spingono il tuo sguardo verso l'orizzonte, e naturalmente, molto naturalmente, senza strappi e senza sforzi, ti migliorano la giornata. Magari, se le ascolti bene, ti potrebbero migliorare anche il mese, l'anno o la vita, perché ogni tanto abbiamo tutti bisogno di sentire il racconto di una mente che si apre, che guarda al futuro, che usa le proprie energie per liberarsi dalle balle e dalle stronzate di questa vita che, oh, è sempre una merda, una vitaccia infame, ma perlomeno non più per colpa sua. E alla fine, "Out On A Limb", si fa pure una risata.

Giacomo è su Instagram.

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