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Meglio non farsi sgamare

L’illegalità per me non era un problema, né mi sono mai interessato alle leggi. Ma come avrei scoperto ben presto, la legge si stava interessando a me: otto anni di vita nel sistema penitenziario americano.

Ritratto di Christian Storm.


Io, oggi, che mi godo la libertà nel parco di Williamsburg, a Brooklyn. Quando avevo il permesso di lavoro, venivo qui a pranzare.

Sono entrato nel mondo dello spaccio di droga quando ho fumato erba per la prima volta, avevo 13 anni. L’idea che per racimolare soldi da spendere in droga avrei dovuto anche venderla per me non faceva una piega. Non ho mai pensato di fare qualcosa di sbagliato—col mio spirito imprenditoriale facevo felici un sacco di persone ed ero uno spacciatore migliore degli altri, perché ero sempre puntuale, non ero avido e nemmeno uno schifoso bugiardo. Ho abusato della mia scorta parecchie volte, ma ho sempre avuto abbastanza autocontrollo da evitare di rimanerci.

Da bambino frequentavo scuole costose, giocavo a hockey, e alla fine sono stato addirittura ammesso allo Skidmore College, dove ho continuato a spacciare, soprattutto ai miei compagni. Facevo la bella vita grazie al mio business. Ho guidato per tutto il Nord-est come un pazzo, barattando e trafficando coca, erba, ecstasy, funghi e qualsiasi altra cosa procurasse viaggi psicotropi. (Però mi sono sempre tenuto lontano dall’eroina e dal crack—bisogna sempre mettere dei paletti.)

Ero arrogante; non avrei mai pensato che i poliziotti coi loro grugni da porci mi avrebbero notato. L’illegalità per me non era un problema, tanto che non mi sono mai interessato, né ho mai prestato la minima attenzione, alla legge. Ma, come avrei scoperto molto presto, la legge si stava interessando molto a me.

Un venerdì sera apparentemente normale del febbraio 2004 mi trovavo fuori da Barnes & Noble con mio fratello maggiore e suo figlio, quando mi si è avvicinato un poliziotto in borghese. Era vestito come un ragazzino che ruba portafogli. Col senno di poi, vorrei che mi avesse derubato di tutti i miei soldi, invece di ammanettarmi di fronte a mio nipote di sei anni. Quei porci avevano un mandato di perquisizione, mi hanno accompagnato al mio appartamento con un’arma puntata addosso, e hanno trovato prove sufficienti per imputarmi di cinque reati e, potenzialmente, darmi dai 12 a 25 anni di carcere. Avevo 23 anni.

Ho passato la notte nel carcere della contea e poi, per fortuna, sono stato rilasciato su cauzione in attesa di processo. Ero all’ultimo semestre dell’università ed ero contentissimo all’idea di laurearmi con tutti i miei amici. Mi si prometteva un futuro luminoso, e a differenza della maggior parte dei miei compagni, io non ero al verde: avevo messo da parte un sacco di soldi. Avevo già prenotato volo e albergo in Italia per una vacanza con la mia ragazza. Ma all’improvviso tutto cambiava. Qualunque fosse stato l’esito del processo, sapevo che i miei genitori ne sarebbero usciti devastati (molto più di me) e che probabilmente sarei stato espulso da scuola.

Avevo accettato il patteggiamento nel mese di agosto e mi avevano detto che per ottobre sarei stato in prigione. Visto che ero a casa, nel mio appartamento, ho passato quell’estate in una sorta di infinito inferno—tecnicamente ero libero, ma ben presto non lo sarei più stato. Ogni giorno che passava mi trascinava un passo più vicino alla fine. Era un terribile conto alla rovescia.

Quando la mattina di quel giorno è arrivata, ero in ritardo, e ciondolavo nell’appartamento della mia ragazza con i postumi della sera prima, senza aver dormito. La lasciai che singhiozzava nel letto. Non se la sentiva di venire in tribunale e stare a guardare mentre mi portavano via. Stavamo insieme da un paio di anni e questo è sicuramente il modo più orribile che si possa immaginare per dirsi addio. Peggio c’era solo la morte.

I miei genitori erano in macchina, per strada, in attesa; avevano già le mandibole serrate e le lacrime agli occhi. Mi sono stati vicino al punto da trasferirsi temporaneamente, a Saratoga Springs, in un appartamento affittato per un paio di mesi a vegliare su di me mentre ero fuori su cauzione, assicurandosi che non facessi niente di stupido prima del processo; e probabilmente, se non ci fossero stati, l’avrei fatto. Mi sentivo una merda umana.


La mia foto sull’annuario dell’ultimo anno di college. Sono andato alla Millbrook School, vicino a Poughkeepsie, nello stato di New York.

Prima del processo, in attesa nel carcere della contea, avevo incontrato dei teppistelli che cercavano di spaventarmi con il classico scenario della doccia del carcere: “Allora, tu sei nella doccia comune e Bubba si avvicina, con un coltello in mano, e ti dice: ‘Io me ne andrò di qui solo quando avrò il tuo sangue o sul cazzo o sulla mia lama, a te la scelta.’” Ma non mi è mai successo. Sono finito a scontare otto mesi in una “colonia penale” nello stato di New York, destinato ai trasgressori della legge non violenti e senza precedenti, che chiamano “carcerazione shock”. Ho ricevuto la stessa condanna—dai tre ai nove anni—di 50 Cent per analoghe accuse e sono stato inserito nello stesso programma.

Nessuno mi ha violentato, ma ci sono andati vicino. Un detenuto lì è obbligato a stare in piedi e a fare cose senza logica per 18 ore al giorno, supervisionato da un gruppo di odiosi istruttori che urlano insulti tipo: “Chiudi quella bocca buona solo a succhiare cazzi, troia rutta-sperma!” Molti di questi finti duri non sono istruiti e non hanno alcun tipo di formazione militare: sono ragazzoni attempati che amano rompere le palle ai coglioncelli di città. Alcuni sono brave persone, ma altri sono sadici pezzi di merda che abusano del loro potere. Ho visto detenuti soffocati, presi a pugni in faccia e umiliati sino alle lacrime. Io, comunque, sono riuscito a non farmi notare. Mi sono anche fatto un paio di amici stretti nel mio plotone, che mi hanno aiutato a passare il tempo. Ma in verità, non hai poi tanto tempo libero quando vieni molestato e costretto ai lavori pesanti giorno e notte.

Ai detenuti delle colonie penali non sono permessi libri, giochi, musica, ricevere pacchi da casa. L’idea è che, proprio come una recluta militare, il detenuto deve essere azzerato e poi ricostruito. L’obiettivo è convertire un individuo con tendenze criminali prima che sia troppo tardi. Non credo che con me abbia funzionato, forse perché ho affrontato la monotonia comportandomi come un automa e cercando di farmi scivolare tutto addosso. Ricordo che ero preoccupato soprattutto dal fatto che la mia ragazza, troppo imbarazzata per un vero e proprio addio, avesse smesso di farmi visita e di scrivermi dopo tre o quattro mesi dall’incarcerazione. Più tardi ho ricevuto una lettera da un amico, in cui scriveva di averla vista fare la gattamorta con uno che credevo un delinquente. A ripensarci oggi non mi sembra una cosa così devastante, ma per i tre o quattro mesi successivi ho trascorso almeno dieci ore al giorno in preda a una furia cieca. Tutti i miei piani erano andati a puttane—la mia storia d’amore si stava sfasciando mentre io, impotente, ero in prigione. La colonia penale ha rovinato molte relazioni. Ci venivano concesse solo due telefonate di dieci minuti al mese, mentre in un carcere normale si può tranquillamente parlare ogni volta che i telefoni sono liberi. Tutto quello che avevo erano carta e penna. Le tre o quattro lettere alla settimana che scrivevo al mio amore l’avrebbero sicuramente fatta piangere, ma ancora non so se si è mai presa la briga di leggerle.

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Da bambino ero un vero disastro. Poi, le droghe mi hanno dato una calmata.

Sono uscito di prigione appena in tempo per il mio venticinquesimo compleanno, nel 2005, e nel giro di due o tre settimane stavo già girando nel Bronx per cercare coca ed ecstasy. Sono stato reintrodotto nel mondo del traffico di droga da una ragazza che avevo conosciuto prima di andare in prigione, e che mi ha abbordato una sera in un locale, dicendomi che aveva sempre avuto una cotta per me. Era abbastanza perché finissi a letto con lei. Questa spogliarellista mozzafiato, con cui ho iniziato a uscire poco dopo, mi ha spinto a spacciare, e presto ho iniziato a fare quasi 1.000 dollari alla settimana. In più, ero invitato a tutte le feste—soprattutto a quelle dove un mucchio di spogliarelliste cocainomani sniffano e piangono raccontando di quando sono state violentate dal loro patrigno o di quando la madre ha venduto la loro pubertà a spacciatori di crack. Dopo quelle notti, non ho mai più guardato le spogliarelliste con gli stessi occhi e non sono mai più voluto entrare in un night club. Ritornare a quella vita così in fretta è stata una decisione stupida. Avrei dovuto dare una possibilità all’onestà e al lavoro duro, o almeno aspettare di aver finito la condizionale, prima di iniziare a spacciare di nuovo.

E, come era ovvio che fosse, mi hanno beccato di nuovo, nel febbraio 2006, e la mia ragazza matta era la mia co-imputata. Essere arrestato per la seconda volta è un’esperienza vergognosa; ogni buon proposito che ti sei prefissato è immediatamente rovinato, ma quel che è peggio è che deludi chi crede in te e dai ragione a chi in te, invece, non ha mai creduto.

Questa volta, però, abbiamo deciso di rigettare l’accusa in tribunale, visto che la polizia ci aveva perquisito senza mandato. Poi, quando eravamo pronti ad andare al processo, la mia ragazza è stata arrestata di nuovo, mentre era fuori su cauzione, per vari capi d’accusa, e ha deciso di far ricadere tutto su di me—ha firmato una dichiarazione scritta che conteneva qualcosa di vero e un sacco di assurde bugie, facendomi passare per uno spacciatore e uno che picchia le donne. Ero incazzato nero, ho dovuto ritrattare e mi sono preso una violazione della libertà vigilata. Ho dovuto scontare altri due anni della mia prima condanna, e sono passato dal carcere di Saratoga County alle “strutture correzionali” di Lyon Mountain e Hale Creek. Ho fatto il giro dell’intero stato di New York.

A Saratoga vivevamo chiusi in gabbia e a volte il tempo non passava mai. Durante l’inverno, non uscivamo nemmeno un’ora al giorno—non ho visto il cielo per mesi. Lyon Mountain, che è stata recentemente chiuso, era un carcere di minima sicurezza piuttosto gradevole, dove ho fatto qualche lavoretto, come tagliare l’erba, spalare la neve, e altre cazzate. Hale Creek era destinata ai programmi contro la droga, e ho passato parecchie ore di straziante terapia di gruppo.

Dopo aver scontato la pena a Hale Creek mi hanno spedito fino a Manhattan con un permesso lavorativo. Il permesso lavorativo è destinato ai detenuti non violenti ed è un congedo per lavorare, durante il quale, dopo aver dimostrato una buona condotta per almeno un paio di mesi, si ha il permesso di trascorrere qualche notte a casa nel proprio letto. Ho trascorso quasi due anni in un istituto correzionale ad Harlem che gestiva i permessi di lavoro esterno, e ho fatto l’impiegato presso un’organizzazione no-profit, nel centro di Manhattan, come scribacchino. I miei compiti erano estremamente noiosi, ma avere un lavoro decente era una benedizione. La mia situazione era più surreale che mai—ero nel mondo esterno e avevo un lavoro come un cittadino apparentemente normale. Ma dopo il lavoro, invece di uscire con i colleghi, dovevo prendere il treno in modo da essere di nuovo al correzionale per le 19, ora della terapia di gruppo con gli altri detenuti. Trascorrevo le mie notti dormendo in una stanza insieme a più di 80 tizi sgradevoli, su una scomodissima rete di metallo, con un materasso fatiscente.

Con il tempo mi sono guadagnato dei privilegi, come trattenere i miei stipendi (quando ho iniziato, mi davano solo il 15 percento del mio stipendio e il resto andava in un conto che non avrei toccato fino a che non avessi finito il programma) e pagarmi un affitto. Cercavo con tutto me stesso di vivere una vita normale, ma avevo questo segreto tremendo e imbarazzante: passavo un paio di notti a settimana in prigione. Avevo abbordato un paio di ragazze, in quel periodo, solo per poi fargli prendere strizza con il fatto di dover passare in prigione così spesso. Poi ho incontrato quella che è ancora oggi la mia ragazza, che ha dato prova di essere così affascinata dalle capacità del mio cazzo da finire per innamorarsi di me. Ma nonostante la splendente nube d’affetto che ci avvolgeva, non poteva dire ai suoi genitori il vero motivo per cui avevo degli orari così imprevedibili. Lo stress mi uccideva. Dopo un anno che andavamo avanti così, sono riuscito a ottenere la semilibertà: potevo dormire a casa mia tutte le notti, anche se due volte alla settimana dovevo passare un paio d’ore nella struttura di Harlem. Poi è giunto il momento dell’udienza per il mio rilascio con la condizionale.

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Foto di me in prigione nel 2007. Queste foto con gli scenari dipinti a mano si chiamano “click-click” e i detenuti le adorano. Questa l’avevo mandata alle ragazze su cui cercavo di fare colpo.

Mi sono presentato davanti alla commissione la mattina del 2 luglio 2009, un giovedì. Ero piuttosto sicuro delle mie possibilità di uscire—ho ammesso il mio crimine, ho espresso rimorso e disgusto per il modo in cui vivevo, avevo mantenuto il mio impiego, lo stesso impiego, per 18 mesi ed ero stato promosso. Ma quando ho tirato fuori le prove del mio impegno nella mia deposizione, sembrava che nessuno avesse letto le lettere dei miei superiori, che garantivano per la mia buona condotta, o almeno questa era l’impressione a giudicare dalle domande che mi facevano i membri della commissione. A volte sembra che la commissione per la libertà vigilata prenda delle decisioni totalmente arbitrarie, nonostante debbano decidere delle vite altrui. La commissione ha sentenziato che per i due anni successivi avrei continuato con i miei permessi di lavoro, ma non solo: mi revocavano la possibilità di tornare a casa tutte le sere e hanno ricominciato a intascarsi le mie buste paga, così non potevo pagare l’affitto. Hanno proclamato che la mia udienza non era stata soddisfacente. Insomma, pensavano che ci fosse un punto su cui mentivo. E hanno anche detto che se fossi stato rilasciato, molto probabilmente avrei commesso di nuovo lo stesso crimine. Anche se una volta era già successo, e questo era vero, per 18 mesi avevo vissuto una vita quasi normale, senza mai avere problemi con la polizia. Ero veramente incazzato.

Quindi, ovviamente, dato che sono come sono, ho ricominciato a vendere erba, cocaina e ecstasy e mi sono trasferito per prendere un po’ d’aria fresca nel salotto di un amico, amico che per puro caso si faceva quantità non indifferenti delle droghe che vendevo. Era piuttosto divertente, ma non era proprio la soluzione ottimale per uno che ha alle calcagna tre uffici diversi del Dipartimento Correzionale di New York. Comunque, ero risentito e ho ricominciato a farmi praticamente tutti i giorni. Non che io abbia mai potuto dirmi la persona più sveglia del mondo, ma quell’estate ero veramente in botta. Sono diventato lentissimo, un neonato con il Q.I. di un ritardato. Un paio di mesi dopo la mia udienza per la libertà vigilata, ho pisciato sporco a uno dei test antidroga che mi facevano. E loro avevano la politica della zero tolleranza: “Sei fortunato a essere qui, e ci sono migliaia di carcerati già pronti a prendere il tuo posto... CI DISPIACE.”

Dopo che mi hanno beccato positivo ai test dell’urina, mi è stata concessa un’ultima visita della mia ragazza nel correzionale di Harlem, mentre aspettavo che mi portassero via, a nord. Abbiamo pianto autentiche lacrime di dolore, angoscia, disperazione.

Era una cosa davvero stupida e davvero patetica e triste che io fossi obbligato a buttare via anni di vita che duramente mi ero conquistato solo perché volevo divertirmi. Stavamo lì seduti tenendoci per mano come una coppia di deficienti: non mi dimenticherò mai la tristezza di questa scena—lei che piangeva mentre io ricacciavo a stento indietro lacrime di vergogna, pensando che non avrei più potuto per un anno intrattenermi con la mia bella, sapete cosa intendo—e faceva male pensare che non ce l’avrebbe fatta a salvarsi dalla pletora di cani affamati che avrebbero fatto di tutto per portarmela via. È venuto fuori che “un anno” era solo una mia pia illusione—per qualche motivo mi vennero dati 24 mesi prima di poterle dare di nuovo una ripassatina.

La prigione dove mi hanno mandato, Riverview, a nord dello stato di New York, aveva una bella vista sulle luci in lontananza del Ogdensburg-Prescott International Bridge, che scavalca il fiume e attracca in Canada. È stato in questo periodo che ho avuto come la sensazione, una sorta di premonizione, che sarei diventato uno scrittore. Ho passato il primo mese dopo il test positivo a scrivere lettere alla mia ragazza e ai miei genitori, dicendo loro che scrivevo perché volevo scrivere, e non mi aspettavo molto in cambio.

A questo punto sapevo di essere solo un pezzo di merda egoista e di essere caduto veramente in basso—la cosa migliore che potevo fare era cercare di mettere su carta bianca questi sentimenti e di capire come una persona all’apparenza (relativamente) normale avesse potuto fare una cosa simile a se stessa. La risposta ancora latita. Clinicamente, soffro di dipendenza, ma preferisco negare. L’unico disturbo di cui ammetterò di soffrire è quello che mi spinge a evadere in manette, uno da cui posso guarire soltanto—secondo la legge—in prigione.


È dura essere un cattivo ragazzo.

Dalla prima volta che mi hanno arrestato, sono tornato in prigione quattro volte. A volte, ovviamente, è successo perché facevo lo scemo. Altre volte mi hanno ingabbiato per cose che chi è in libertà vigilata non può fare, ma su cui gli incensurati non si fanno alcun problema. E tutte le volte mi hanno sbattuto dentro, senza farmi nemmeno una domanda: perché bevevo una birra, perché guidavo una macchina, perché avevo bucato il coprifuoco.

In tutto, ho passato sei anni dietro le sbarre, e oggi sono libero ma ho ancora due anni da scontare in libertà vigilata. Per molte persone non sarei nemmeno da considerare un criminale—non ho fatto fisicamente male a nessuno, ho solo venduto un po’ di roba che quelli al potere non vogliono che si venda—ma al momento possono ingabbiarmi quando vogliono per qualsiasi azione in merito alla quale un normale cittadino non dovrebbe pagare nemmeno una multa.

Per esempio, all’inizio di quest’anno sono tornato in prigione perché due vigili hanno pensato che stessi cercando di rubare una macchina mentre in realtà un amico stava aggiustando il finestrino della mia macchina. Quando hanno visto che ero in libertà vigilata per spaccio di droga, hanno deciso, senza nessuna autorizzazione e quindi del tutto illegalmente, di perquisire me e la mia macchina. Non hanno trovato nulla e mi hanno rilasciato, ma hanno fatto rapporto al poliziotto che mi aveva in custodia, e quindi sono stato arrestato perché tutto questo avveniva appena dopo l’orario del coprifuoco, che scattava alle 9 di sera. Quello che mi manda completamente in bestia è che ogni volta che una persona in libertà vigilata ha un qualche contatto con la polizia è richiesto che faccia rapporto. I vigili a dire il vero si sono scusati di avermi perquisito, ma secondo le leggi della libertà vigilata, il fatto che io riparassi il finestrino qualche minuto dopo lo scattare del coprifuoco era un affronto abbastanza grave da farmi finire in prigione per due mesi.

Così, ho varcato la soglia dei trent’anni intrappolato in una stanza con altri 59 uomini spogliati della loro facoltà di ottenere qualcosa dalla vita. Qualcuno di loro non vedrà più casa, ma ogni due anni continuerà a impazzire alle udienze per la libertà vigilata sperando di rivedere il mondo esterno. Poi ci sono quelli come me che chi è stato condannato a una vita in galera vorrebbe uccidere: noi abbiamo l’opportunità di tornare alla libertà, e mandiamo tutto a puttane in qualche mese. È un fenomeno piuttosto diffuso: dei due milioni di americani in libertà vigilata odierni, secondo le stime del Dipartimento di Giustizia, circa 100.000 ogni anno faranno ritorno in carcere per piccole infrazioni della legge. Quando stavo dentro, mi ricordo un tipo in particolare—uno che si era ubriacato ai livelli del coma etilico e aveva ucciso un amico, accidentalmente, tagliandogli la gola—a cui noi esemplari fallimentari di libertà vigilata non piacevamo per niente. Mi ha completamente terrorizzato subito dopo il mio arrivo a Riverview mostrandomi i suoi scritti, dandomi la certezza che era un assassino fatto e finito. Quando ha saputo che avevo mandato in vacca il mio permesso di lavoro, si è fatto viola di rabbia, e ho pensato che il prossimo sulla sua lista di vittime sarei stato proprio io.

Quello sguardo, il disprezzo bruciante negli occhi di un uomo che passerà tutta la vita in gattabuia, è stato determinante per me: io devo vivere accanitamente e stare molto attento, devo fare tutto il possibile per evitare di trovarmi di nuovo con la palla al piede. È essenziale trovare modi di svagarsi in prigione, per riuscire a mantenere una certa sanità mentale. Ma quando mi guardo intorno e considero la situazione, mi colpisce la quantità di potenziale sprecato, quante persone vivano con un rimorso che non potrà portar loro alcun bene, né spingerli a migliorare. Per loro è troppo tardi.

Non è solo una lezioncina sul come affrontare la galera. È anche una lezioncina sul come affrontare la vita—una lezione che io, mea culpa, dimentico sempre. È passata una decade da quando ho trovato in me stesso una qualche felicità, e prima ero sempre felice per i motivi sbagliati. Ora devo solo convincere la mia ragazza ad avere ancora un po’ di pazienza, a stare buona mentre cerco di mettere a posto le cose. Fintanto che non sono sotto chiave, ho sempre la speranza di vincere la lotteria, oppure che lei mi regali un uccello tropicale. Sono cose che in cella non succederebbero mai.


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