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Best of 2014: l'anno del risveglio della coscienza animalista in Italia

Dal crollo di Moncler all'indignazione per l'orsa Daniza, il popolo italiano si è improvvisamente riscoperto animalista. Moda o inversione di tendenza?

di Gian Volpicelli
15 dicembre 2014, 3:48pm

Uno dei meme in difesa di Daniza. Immagine: ​via

​Il 2014 verrà probabilmente ricordato in Italia come l'anno del risveglio della coscienza animalista nazionale. Un paese che non è mai stato particolarmente noto per il suo attivismo nel campo dei diritti animali—non quanto, ad esempio, gli Stati Uniti o la Gran Bretagna–è improvvisamente esploso in corrispondenza di due episodi: il ​caso Daniza, l'orsa del Trentino ritenuta aggressiva e che è stata involontariamente quanto maldestramente uccisa con una dose eccessiva di tranquillante; e l'affaire Moncler, il marchio di piumini accostato da Report a pratiche illegali e dolorose di spennamento delle oche.

Due casi molto diversi che hanno provocato reazioni simili: prime pagine sui quotidiani nazionali, indignazione sul web, creazione di hashtag con cui condurre una massiccia offensiva digitale (#iostocondaniza per l'orsa e #siamotuttioche per i piumini) e, soprattutto, minacce di boicottaggio—turistico/gastronomico/politico per il Trentino, commerciale per Moncler. Con quali risultati lo vedremo tra poco.

A guidare le battaglie sono state spesso pagine Facebook o movimenti animalisti intransigenti come Centopercentoanimalisti, ma quello che è accaduto è tutt'altro che un fenomeno di frangia: nel caso Moncler, ad esempio, ​i commenti sulla pagina Facebook sono passati da 30 a 1800 al giorno, mentre i tweet su #Moncler sono ​raddoppiati nel giro di due giorni—numeri che lasciano pensare a una partecipazione collettiva importante.

Opinionisti, politici e leader di partito non hanno perso occasione per dire la loro sull'orsa o sulle oche (il più memorabile, ovviamente, rimane lo ​statement pindarico di Matteo Salvini), ma cosa significa per le persone "stare con Daniza" e "essere tutti oche", e cosa comporta? L'Italia sta davvero diventando animalista?

Le statistiche dicono qualcosa del genere. ​Un'indagine Eurispes di inizio 2014 racconta un paese dove l'81,6 percento della popolazione è contrario alla vivisezione e il 74,3 percento è contro la caccia. Il numero di persone che non mangiano carne, in cui mi metto anch'io, è in aumento rispetto al passato, attestandosi al 7,1 percento (di cui una parte solo per ragioni di salute). Quattro italiani su dieci, infine, hanno un animale in casa.

Non è chiaro a cosa sia dovuto questo trend. Secondo Sabrina Tonutti, antropologa e studiosa dell'animalismo italiano, il panorama animalista di oggi non è poi tanto diverso da quello di dieci o vent'anni fa. Si divide ancora in due tronconi contrapposti e mutualmente ostili: uno, di cui per esempio fanno parte LAV o Enpa, più moderato e impegnato nel benessere animale (la mucca si può mungere, ma la mungitura non deve farla soffrire), l'altro invece più radicale, movimentista e antispecista, per cui gli animali non devono essere mai utilizzati al servizio dell'uomo, dai cavalli fino alle api ("liberazione animale" è la parola d'ordine).

Nessuno dei due filoni ha cambiato idee o modo di esprimerle, anche se "con i nuovi media, ovviamente, linguaggio e modalità di comunicazione si sono evolute" mi dice Sabrina Tonutti. E con loro, sembra, anche il modo di fare attivismo manovrando sapientemente il web.

da un lato c'erano immagini strazianti in prima serata, dall'altro una storia che ricordava Bambi in chiave plantigrada.

Può sembrare esagerato scomodare Steven Pinker, che in "Il declino della violenza" include l'animalismo come una delle cinque, inevitabili "rivoluzioni dei diritti" che stanno trasformando il nostro pianeta in un luogo più pacifico. Non si può però ignorare che l'animalismo ha cominciato a contare anche come segmento elettorale. Negli usi più beceri è Dudù, in usi più sacri la recente dichiarazione di Papa Francesco sul fatto che ​anche gli animali andranno in paradiso. L'influenza dei gruppi animalisti sulla politica è ormai ​ampiamente dibattuta.

Quello che stride, in questo revival dell'animalismo online, è che alla base di tanta parte di esso (salvo che non si parli di veri attivisti) sembra esserci più emotività che un pensiero strutturato. Le oche e Daniza hanno provocato due shitstorm epiche perché da un lato c'erano immagini strazianti mandate in prima serata, dall'altro una storia che ricordava Bambi in chiave plantigrada (Daniza non era un'orsa qualsiasi, ma una mamma orsa).

In entrambi i casi, l'obiezione sembrava muoversi sulla linea della "crudeltà non necessaria" o "violenza inutile". Ma il concetto di inutile è difficile da definire: t​​onnellate di ossa bovine sono utilizzate quotidianamente soltanto per decolorare lo zucchero, mentre negli ultimi mesi la Lombardia ha lanciato un piano d'azione per ​far fuori decine di nutrie, considerate portatrici di parassiti.

L'iniziativa di ​Animal Amnesty su twitter. Immagine: screenshot twitter

Tutto ciò dovrebbe far gridare allo scandalo e scatenare armate di hashtag, eppure non accade; forse perché lo zucchero nel caffè non è uno status symbol da nouveau riche come il Moncler e perché a differenza degli orsi con le nutrie non si sono mai fatti peluche. Insomma, perché l'impatto emotivo di queste storie è minore.

Accanto a questa "difesa selettiva", l'animalismo da tastiera ha spesso il difetto di essere istintivo e non problematico. Nel combattere la sperimentazione animale, ad esempio, si scade spesso in toni da setta, come sottolineato dallo studente di sociologia ​Andrea Snaidero, e come visto chiaramente nel caso di Caterina Simonsen, ​la studentessa di veterinaria gravemente malata a cui è stata augurata la morte dopo la sua difesa della sperimentazione animale.

La questione è tutt'altro che semplice: si può essere animalisti e comunque prendere medicine frutto di sperimentazione animale, oppure si deve morire sulla croce dell'antispecismo? Se tutte le vite sono uguali, ha senso o no usare una manciata di cavie per salvare potenzialmente migliaia di vite? Quest'ultimo è un classico "t​r​olley problem" utilitarista e non è affatto un problema di facile soluzione. Lo stesso Peter Singer, il filosofo che ha scritto la bibbia dell'animalismo radicale moderno, "Animal Liberation", si è detto ​in certi casi a favore della sperimentazione. La sicumera mostrata sul web, ma anche ​da alcuni attivisti sul campo, fa sorridere.

La società umana attuale (ma in realtà la società umana punto) è fondamentalmente basata sullo sterminio delle forme di vita non umane—e proprio per questo il cambiamento, se cambiamento deve essere, deve basarsi su idee solide e avere un approccio generale. Che è esattamente quello che manca all'Italia del 2014. Beninteso, va benissimo fare la propria parte e rinunciare alla carne o indignarsi per l'orsa ammazzata in Trentino. Ma, senza una coscienza specifica, c'è anche il rischio che all'indomani dell'esplosione, tutto si sgonfi.

Ancora una volta i due casi presi ad esempio insegnano: Moncler,​ dopo aver sfiorato il crollo in borsa—ma c'è chi ha fatto notare che l'andamento delle azioni in quel periodo era ​già negativo—chiuderà quest'anno con un ​aumento dell'utile netto del 18 percento rispetto al 2013; in Trentino Alto-Adige, il 2014 verrà ricordato per il ​record di visitatori nei mercatini natalizi.

I web-boicottaggi non sembrano aver dato i frutti sperati.