Ho passato un pomeriggio con la Lega Nord e CasaPound a Roma

Dopo la manifestazione dello scorso ottobre a Milano, sabato Lega Nord e CasaPound sono tornate in piazza per la fusione a freddo tra leghismo, estremismo di destra e nazionalismo.

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mar 2 2015, 2:20am

Foto di Federico Tribbioli.

Sono da poco passate le due del pomeriggio di sabato 28 febbraio. A Roma fa caldo, i poliziotti in assetto antisommossa sono ovunque e piazza del Popolo è piena di leghisti—uno spettacolo che da queste parti si verifica molto raramente, diciamo ogni quindici anni.

I militanti della Lega si aggirano per le strade come una specie di comitiva in gita di classe, srotolano le bandiere di partito, sfoggiano le felpe made in Padania con il nome della regione/città di provenienza, si aggiustano i foulard coi Soli delle Alpi e fanno selfie fuori da locali e ristoranti.

L'occasione per questo ritrovo è la manifestazione nazionale della Lega Nord intitolata "Renzi a casa." Per rimarcare l'importanza di questo appuntamento, negli ultimi tempi Matteo Salvini ha intensificato l'occupazione delle televisioni e spammato più del solito sui social, arrivando a dire che in Italia "i padani sono discriminati, vittime di pulizia etnica e di sostituzione di popoli."

A ogni modo, gli obiettivi della calata su Roma sono molteplici: rinserrare le file all'interno del partito, scosso dalla guerra tra il sindaco di Verona Flavio Tosi e il governatore del Veneto Luca Zaia; consacrare in piazza la riaggregazione della destra italiana; infine, testare sul campo la potenza numerica del "Fronte Nazionale" italiano.

A questo proposito, già lo scorso ottobre Lega Nord e CasaPound avevano marciato insieme per la strade di Milano per dire NO all'"invasione" dei migranti e allo sdoganamento in piazza del neofascismo e dei Ray-Ban a goccia. Da allora il progetto di importare il modello Le Pen in Italia ha fatto diversi passi avanti.

Nel dicembre del 2014, Salvini ha presentato la lista "Noi con Salvini" per preparare l'allargamento a Sud del partito. Nonostante le rassicurazioni del leader leghista sul fatto che non ci sarebbe stato posto per chi "vuole salvare la poltrona," la lista è diventata piuttosto in fretta un ricettacolo di riciclati ed ex berlusconiani.

All'inizio di quest'anno CasaPound ha annunciato la nascita di "Sovranità," una formazione politica con cui "traghettare i delusi della destra più o meno estrema verso la nuova Lega di Matteo Salvini" e che per il vicepresidente di CPI, Simone Di Stefano, rappresenterebbe il "modo migliore per unire e organizzare quanti AMANO LA NAZIONE."

Pochi giorni prima della manifestazione del 28 febbraio—e dopo un corteggiamento andato avanti per diverso tempo—Matteo Salvini e Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia hanno annunciato in una conferenza stampa la "nascita di un fronte anti-Renzi," con tanto di road map di manifestazioni da tenersi fino a maggio.

La manifestazione, tuttavia, non è andata troppo giù ai movimenti di sinistra che hanno lanciato l'iniziativa #MaiConSalvini, provocando l'usuale corollario allarmista su "sfasciavetrine democratici" e fantomatici " uomini-bomba" pronti a farsi esplodere tra gli elmetti dei vichinghi.

Quando valico la linea Maginot che separa la capitale d'Italia dalla succursale di Pontida, ossia i blindati dei carabinieri posti all'ingresso di piazza del Popolo, l'accoglienza non potrebbe essere più calorosa. I bandieroni sventolano sopra la folla, le casse diffondono la solita musica epica da salamella-fantasy e i cori scanditi dai giovani padani trasudano elegia: "Clandestino / Figlio di puttana" e "Tutti i clandestini / in culo alla Boldrini."

Una delle cose che noto quasi subito è che, a differenza delle manifestazioni di qualche anno fa, il verde leghista non è il colore predominante. Certo, le tracce di verde sono un po' ovunque: si trovano sulle bandiere, nei fumogeni e nell'oggettistica vecchio stile di alcuni militanti; ma indubbiamente, non è più come una volta.

Alberto da Giussano e il Sole delle Alpi hanno imparato a convivere con simboli ingombranti, appartenenti ad altre tradizioni politiche—come, ad esempio, la croce celtica indossata con estrema nonchalance;

O il vessillo della Repubblica Sociale Italiana

Non mancano nemmeno le magliette con l'effigie di Vladimir Putin—un altro grande padre putativo della nuova Lega russofila—e le bandiere della Russia esibite dalla delegazione capeggiata da Irina Osipova, la giovane presidente del movimento dei giovani Italo-Russi (RIM) che da tempo è a stretto contatto con il partito di Matteo Salvini e CasaPound.

Aggirandosi per la piazza, inoltre, è impossibile non accorgersi di come l'incoerenza la faccia da padrone. Gli slogan, le bandiere e le parole d'ordine, infatti, sono l'uno in contraddizione con l'altro: le magliette con la scritta "Prima il nord" si affiancano ai cartelloni che recitano "Prima gli italiani"; e il vecchio coro leghista "Abbiamo un sogno nel cuore / Bruciare il tricolore" viene intonato a pochi metri di distanza dai tricolori.

Si è di fronte a un caos ideologico e simbolico davvero indigeribile, tenuto insieme solo dal rancore verso gli immigrati e gli "zingari," da un anticomunismo fuori tempo massimo e da un pantheon che ricomprende Salvatore Girone, Massimiliano Latorre e il terzo marò in abiti civili—il benzinaio Graziano Stacchio.

Tra celtiche e immagini di Mussolini, insomma, la sensazione è quella di trovarsi in una specie d'incarnazione in piazza di una pagina del FascioFacebook—una trasposizione nel mondo reale che raggiunge l'apice quando i manifestanti di CasaPound scendono dal Pincio per confluire in piazza.

Era successo più o meno lo stesso durante la manifestazione finale del Coordinamento 9 dicembre (i "Forconi"); ma questa volta l'ingresso è nettamente più trionfale.

I militanti di CasaPound percorrono la discesa inquadrati e squadrati, reggono una gigantografia (abbastanza funerea, a dir la verità) dei due marò, scandiscono slogan come "Autarchia / socializzazione / CasaPound Italia per la rivoluzione" e indossano magliette con motti mussoliniani ("Me ne frego") e sciarpette con le croci celtiche.

Non appena i neofascisti prendono posizione, dal palco iniziano gli interventi dei leader politici. Il primo a parlare è proprio Simone Di Stefano. Il vicepresidente di CasaPound dice che questa "è la più bella piazza che ho visto a Roma," e poi sciorina i tre "capisaldi fondamentali" che rendono possibile l'alleanza con Salvini: No Euro ("non vogliamo una moneta stampata da una banca privata che si trova in un'altra nazione"); "stop immigrazione" ("non c'è posto per nessun altro"); e infine, "gli italiani prima di tutti."

L'intervento di Di Stefano, purtroppo, viene sporcato da un piccolo—ma imperdonabile—errore: si è dimenticato di menzionare i nostri leoni. Lo ammette lui stesso su Facebook, qualche ora dopo la conclusione della manifestazione: "L'emozione mi ha fatto dimenticare di citare i Marò. Scusate ragazzi, questa giornata di Vittoria è anche per voi."

Uscito di scena Di Stefano viene il turno di Giorgia Meloni. L'inizio del suo breve discorso celebre l'orgoglio di un popolo che "non si è piegato"—la circostanza che la Lega Nord, e la Meloni stessa, abbiano governato negli ultimi dieci anni è assolutamente trascurabile—e si avventura nel campo minato della Satira Di Destra ("Renzi è il figlio segreto di Wanna Marchi").

La presidente di Fratelli d'Italia, non senza soddisfazione, continua dicendo che "noi diamo vita a un 'Fronte' perché la battaglia oggi, come direbbe Marine Le Pen, è tra i diritti dei popoli e gli interessi dei pochi." Nel momento esatto in cui la Meloni dice quelle parole, guardo il maxischermo a fianco del palco e noto Umberto Bossi nella rappresentazione più plastica di sempre della Faccia Della Perplessità.

Via.

Da lì in poi riesco solo a captare frasi sconnesse—tra cui "non vogliamo più essere discriminati a casa nostra," "diamo una medaglia a Graziano Stacchio" (a "Graziano Stacchio" la folla si ridesta e applaude) e, soprattutto, "l'unico Nazareno che rispettiamo si chiama Gesù."

Il breve, ma intenso, comizio della Meloni è seguito da quello di Luca Zaia (una mossa tutta interna, visto che Flavio Tosi si aggira per la piazza braccato dai giornalisti) e da Marine Le Pen, che si rivolge alla piazza con videomessaggio registrato e doppiato da una voce della provincia di Brescia.

Il momento del Matteo Giusto, finalmente, arriva poco dopo le quattro e mezza. Salvini se la prende davvero con chiunque: in primis contro "quei quattro barboni con quattro petardi" (cioè i manifestanti di #MaiConSalvini); poi con gli immigrati, i rom, Bruxelles, Mario Monti, la BCE, l'euro e qualsiasi cosa che metta i bastoni tra le ruote della Rivoluzione nazional-padana.

Già che c'è, inoltre, Salvini manda a fare in culo Matteo Renzi e Elsa Fornero, si mette a dirigere l'originalissimo coro "Chi non salta comunista è" ed elogia la giustizia fai-da-te.

La pars destruens, tuttavia, è nettamente più riuscita di quella costruens. Per dimostrare di aver fatto i compiti a casa, Salvini sciorina una serie letture e temi che dovrebbero far parte del patrimonio culturale del militante perfetto del Fronte Nazionale italiano—tra questi ci sono il genocidio degli armeni, le foibe, Oriana Fallaci, il disastro del Vajont e Don Milani. Ma è qui—come ha rilevato il giornalista Alessandro Leogrande—che il calo d'attenzione si percepisce parecchio, e la piazza si raffredda.

Il comizio si conclude con il triplice auspicio di Salvini—"Cambiare si può, cambiare si può, cambiare si può"—e le corna di Umberto Bossi durante la foto di gruppo. I militanti della Lega arrotolano le bandiere e tornano ai loro pullman, mentre quelli di CasaPound risalgono il Pincio.

I "quattro barboni" intanto terminano il loro corteo pacifico sotto il Colosseo. Stando ai numeri ufficiosi, è stato più partecipato di quello della Lega.

Ed è proprio sulle cifre—Salvini in un primo momento ha parlato di 100mila manifestanti; quella reale si aggirerebbe intorno ai quindicimila—che si sono focalizzate le analisi sull'efficacia dell'iniziativa leghista nella capitale. Per i giornali di destra, su tutti Il Tempo, l'evento è stato un successo incredibile; per quelli di segno opposto, invece, si è trattato di un fallimento su tutta la linea.

Di certo, stando a quello che si è potuto vedere in piazza, c'è che la fusione a freddo tra leghismo, estremismo di destra e nazionalismo è un progetto politico indubbiamente avviato, ma sul quale pesano molte incognite e contraddizioni che potrebbero esplodere alle prime difficoltà.

Per ora, comunque, Salvini sembra che un duplice risultato sia riuscito a raggiungerlo: quello di aver causato un animato dibattito interno al centrodestra sul nodo delle alleanze per le prossime elezioni regionali; e quello di aver ridestato il lirismo di un insospettabile Fabrizio Cicchitto, che ha definito la piazza "una bella compagnia della buona morte."

Per quanto mi riguarda, di "pazzescoooooooo" ho visto ben poco, e parlare di riuscita della "prova muscolare" contro il governo Renzi, con una piazza del Popolo riempita poco più di metà nonostante una simile macchina organizzativa, è quantomeno avventato.

Se invece la manifestazione fascioleghista è stata l'occasione per dare un po' di aria alle celtiche ammuffite in soffitta e alle aquile che reggono il fascio littorio, allora si è trattato di un grande successo—anche se, essendo ormai nel 2015, non è che si tratti di questa sconvolgente novità politica.

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