Aggiornamento del 12 febbraio 2019: A vent’anni dalla prima puntata, ieri è tornato in onda Il commissario Montalbano. Per l’occasione, riproponiamo questo articolo dai nostri archivi.
A tutti piace Il Commissario Montalbano. Tantissimo. Potrebbe sembrare un’affermazione senza grandi basi solide, ma non è così: il programma va in onda da più di 15 anni con ascolti in continuo aumento, e il ritorno dell’amato pelato su Rai Uno brutalizza ogni volta la programmazione concorrente. Peraltro a questo punto la Legge impone di far notare come Montalbano sia uno dei pochissimi prodotti che vendiamo anche all’estero, sottolineando il fatto che sulla BBC Inspector Montalbano sia diventato un piccolo caso parecchio seguito dal pubblico inglese, tanto da far diventare la Sicilia meta per vacanze a tema.
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Ciò stupisce particolarmente perché Montalbano è un tipico prodotto Rai semplice e sempre uguale a sé, pensato per un pubblico universale—e con universale si intende dire compresi mia madre, i sassi e le aiuole delle autostrade. Un prodotto che però, al tempo stesso, non ti fa venire voglia di uscire e appiccare fuoco a tutti i cassonetti che trovi lungo la strada.
Capire il perché è in realtà abbastanza facile, nonostante il successo annesso alla qualità sia qualcosa di quasi inspiegabile rispetto agli standard e faccia pensare a una qualche stregoneria.
Innanzitutto, il fatto che Montalbano sia un adattamento da una serie di romanzi/racconti gialli e che lo stesso scrittore che li ha creati partecipi al processo di stesura della fiction risolve un sacco di problemi tipici del “Prodotto Rai X”, che in genere soffre proprio della mancanza di un’idea forte alla sua base o di una scrittura assolutamente non preoccupata dall’esigenza di uscire dall’anonimato.
Banalmente, la costruzione operata sui personaggi è più profonda e caratterizzata del solito e i dialoghi sono maggiormente curati. Quest’ultima è una diretta conseguenza del fatto che nei libri non si sentono le voci—sorpresa!—per cui il registro linguistico diventa un modo importante di caratterizzare i personaggi. Inoltre si può dire che la serie si basi su un ecosistema linguistico già di per sé ben rodato: i libri di Camilleri viaggiano su una media di vendita di 70.000 copie—e non tutti sanno che il sistema di conteggio delle copie dei libri venduti in Italia funziona come con gli anni dei cani, quindi in realtà è come se avesse venduto miliardi di copie in un posto con meno problemi di analfabetismo funzionale.
Sempre rimanendo nell’ambito del linguaggio, una delle caratteristiche di Montalbano è il funzionamento dell’uso di un registro pseudo-dialettale che contamina l’italiano. Più che mirare alla precisione filologica della terminologia usata (il “siciliano” che parla Montalbano è comprensibile anche ai sassi di cui si parlava prima, ovvero non è come il napoletano di Gomorra) si cerca infatti di ricreare un’atmosfera linguisticamente informale, accogliente in un certo senso, che contribuisce a suscitare nello spettatore quel senso di sicurezza e familiarità che traspira da ogni poro dello show.
Certo, anche ripetere “Montalbano sono” all’infinito non basta. Ed è qui che arriva la trama, che di solito fa il discreto favore all’umanità di non essere un tentativo di detection all’americana o un completo stereotipo della realtà attuale. Al contrario, in pratica, di ciò che avviene in molti altri casi sulla Rai—guardando una qualsiasi altra serie con preti in bicicletta o tipi alla Gabriel Garko che entrano e escono di galera, per esempio, le storie su cui possiamo concentrarci non sono esattamente numerose: tradimenti matrimoniali, mafiosi provenienti direttamente da caricature disegnate nel 1910 e poco altro.
Parte del successo di Montalbano, dettaglio dimostrato anche dal Giovane Montalbano, sta nell’attenzione nei riguardi del plot e della trama—un esercizio che ottiene il risultato straordinario di far sembrare un “giallo” qualcosa di effettivamente interessante e non solo una scusa per giustificare la Arcuri che piange su un marito morto. Basta pensare a “Il ladro di merendine”, forse la storia più famosa. Scritta nel 1996 e diventato prodotto televisivo tre anni più tardi, parla di immigrazione e del suo sfruttamento senza rotolarsi felice negli stereotipi, con sottotrame ben strutturate come quella della relazione tra Montalbano e la fidanzata Livia, riuscendo a risultare attuale e attualizzabile ancora oggi.
In ogni puntata l’indagine è approcciata in modo parecchio nostrano, ma lo stesso trova il modo di non sembrare disperata e senza senso come un conflitto interno al PD. L’impostazione per il consumatore medio di oggi sotto i novantamila anni è vecchia e molto teatrale e poco credibile, ma in un certo modo—appunto—romanzesco e non esageratamente disturbante.
È lo stesso approccio semi favolistico che Montalbano ha nell’uso delle location, ovviamente impensabili in un contesto reale—la casa in cui abita il commissario sembra da sola una dimora estiva di Kanye prima dei debiti, soprattutto dopo i sospetti di abuso edilizio avanzati di recente—ma lo stesso integrate perfettamente nel contesto atemporale da filmino dell’Istituto Luce in cui si svolge la storia.
In fondo, quello di Vigata è un mondo così protetto da ogni possibile agente esterno che anche ogni cambiamento, come quello dell’attrice che interpreta fidanzata Livia, rappresenta un iniziale problema per gli spettatori. In un certo senso allo spettatore medio piace pensare che Montalbano c’era prima di lui e gli sopravviverà.

Grab da una puntata.
È ovvio che rimangano problemi macroscopici anche in un tipo di narrazione per un pubblico così ampio, tipo qualsiasi (qualsiasi) tentativo di far ridere all’interno della serie, o un po’ di pigrizia nell’adattare le storie per lo schermo e non renderle una serie di dialoghi fra due persone ferme sedute a un tavolo.
Tuttavia, se il livello della produzione seriale Rai fosse tutto sullo standard di Montalbano è piuttosto innegabile che avremmo una fiction migliore. Non necessariamente tutti i prodotti, specie quelli che arrivano da un editore come la Rai, devono parlare a un ristretto sinodo di sapienti amanti della fotografia greve e della serialità israeliana. Nella pratica, invece, la capacità di produrre dell’intrattenimento mainstream popolare di buon livello viene totalmente ignorata o relegata—appunto—a dei singoli prodotti.
Ok, magari Montalbano non è particolarmente consigliato a chi abbia una memoria a breve termine ancora considerevolmente integra, ma è uno dei rarissimi casi di positiva immutabilità proprio perché il mondo che ricrea sarebbe meno rassicurante se sottoposto agli stessi cambiamenti del tempo a cui sono sottoposti l’invecchiamento umano e i trend economici.
E l’immutabilità sì, che è una cosa che la Rai sa fare bene.
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