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Dio Anobii dei recensori falliti

Un entusiasmante tour de force nella frustrazione, l'odio e il livore del social network più autistico della rete: aNobii.
22.3.12

I social network sono inutili e odiosi, infatti li amiamo. Su Facebook si interagisce con i video dei  gattini teneri e pasticcioni, gli inviti ai vernissage e i commenti passivo-aggressivi, su Twitter ritwittando i post sagaci di attori, scrittori e politici. Ma c'è anche un social network che promuove una forma più perentoria di autismo: aNobii.
Dedicato ai libri, è frequentato da un numero indefinito di persone che incrementano le proprie librerie virtuali—non si sa se allo scopo di crearsi un catalogo online di più facile consultazione rispetto all'ammasso di carta che hanno in casa o se a quello di dare un'immagine colta di sé.
Un giro su aNobii può essere un bel po' noioso se fatto superficialmente, dando solo occhiate alle librerie degli utenti e alle stelline che danno ai libri che (non) abbiamo letto anche noi, ma spingendosi a leggere le recensioni può trasformarsi in un entusiasmante tour de force nella frustrazione, l'odio, il livore, ma anche tutta la naiveté, l'analfabetismo, la schiacciante supponenza che altrove, soprattutto in pubblico, faticheremmo a trovare: pochi utenti di aNobii optano per il loro vero nome, c'è tutta un'abbondanza di pseudonimi, nomignoli, cuoricini e bollicine.

La mia curiosità per aNobii come fenomeno sociale e psichiatrico è nata in seguito alla lettura della recensione del romanzo di un amico scrittore, che non citerò, redatta da un'utente piuttosto attiva, che qui, per suggerire lo stato terminale del suo fastidio verso il mondo più che e oltreché verso i libri, chiameremo Maya, come gli antichi. Maya fa da epitome a una prima categoria di utente, quella dei livorosi. Ne riporto un primo stralcio, che poi è il titolo della recensione:
“Qualcuno per favore, dica a [cognome dell'autore] che non è Philip Roth… e che delle sue paturnie sessual-religiose non gliene frega niente a nessuno.”
Maya, come gli altri colleghi di categoria, si rivolge a un pubblico di lettori fedeli, che si dà per scontato non disponendo di un counter delle visualizzazioni. Nel suo caso si riscontra anche l'espediente retorico della supplica a un'entità esterna, una specie di mega-io composto dai suoi lettori, da un groviglio informe di identità, dall'etere stesso. I marker del livore ci sono tutti: chiama l'autore per cognome come se lo conoscesse, sminuisce le istanze filosofiche dello stesso definendole “paturnie”, vanta una conoscenza superumana di ciò che pensa la gente: “non gliene frega niente a nessuno”. Ma soprattutto anela a “qualcuno” che riferisca le sue considerazioni all'autore: lei non lo conosce personalmente o gli direbbe tutto in faccia.
Il problema dei livorosi aNobiiani è che probabilmente scrivono loro stessi, magari con alterne fortune editoriali, oppure sono su aNobii con uno pseudonimo perché lavorano per un editore e non possono esporsi. Più raramente si ha la sensazione, leggendo le loro stroncature, che siano sfoghi genuini di lettori delusi. C'è chi intima all'autore di turno di rilassarsi e non scrivere (Maya lo fa addirittura in inglese: “Relax and don't write it!”) e chi se la prende con il famoso lettore medio (Maya—mi si perdoni l'accanimento—dice che il lettore medio non capisce una mazza di letteratura).

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Tuttavia i livorosi non sono la maggioranza. Un altro tipo di recensore è quello naif, che legge il bestseller dozzinale per sciacquette adolescenti e lo consiglia a “chi non si sente completo e felice e vuole capire cosa non va nella propria vita. Potrebbe essere illuminante”, per cambiare e migliorare.
Il recensore ingenuo grazie a Fabio Volo capisce che è possibile “riscoprire se stessi. Riscoprire che mandare tutto all'aria, sconvolgere i nostri piani non è così grave e difficile. Non finisce tutto se decidi di cambiare, anzi tutto inizia”. In questa categoria di recensori non è tutto un “ho-trovato-me-stesso-scavando-nel-profondo”. Ci sono anche quelli che lottano contro i loro demoni. Simbolico il fan di Scurati che vive nel terrore: “Bellissimo romanzo che parla della paura e delle paure di oggi, gli altri, ma anche noi stessi.”

Poi ci sono i colti, che sminuiscono il libro fingendo di sminuire se stessi: “Stavolta [scrittore “difficile”] non sono riuscita a seguirlo. Dietro l'esercizio stilistico di meta-letteratura, esercizio del resto pregevole ma algido, non mi ha comunicato nessuna emozione, nessun guizzo di immaginazione.” Questa dittatura delle emozioni fa pensare a Giorgia. La cantante.

L'ultima categoria è particolare e piuttosto personale perché è quella dei detrattori del mio romanzo preferito: Signorina Cuorinfranti di Nathanael West. Fatico sempre a non insultare chi ne parla male, anche perché lo farà sempre allo stesso modo: “Questo libro fa schifo perché l'umanità non fa così schifo” oppure, peggio: “Il protagonista è odioso.” Mi imbatto nella brevissima recensione di, chiamiamola così, Jessicah (con un'acca in più per definirne gli orizzonti), che si conclude così: “Un libro disordinato, noioso, bruttissimo.” Le questioni personali si prendono di petto quindi le lascio un commento sgradevole. Per tutta risposta Jessicah mi scrive in privato chiedendomi spiegazioni. Le faccio notare che ha stroncato in malo modo e con argomenti risibili un libro straordinario. La comunicazione procede con un tenore traballante. Lei rimprovera me di essere un nazista superbo, io lei di proiettare proditoriamente se stessa sul libro, lei me di non capire il gioco della vita, io lei di essere pazza. Per Jessicah, come immagino per gli altri appartenenti alla sua tutto sommato esigua schiera, i libri devono smuovere forti emozioni, e affidano all'inconfutabile paradigma estetico della “sensazione” il discrimine tra ciò che è bello e ciò che non lo è, vittime inconsapevoli della forma più violenta e subdola di arroganza: il relativismo.

Nella visione (in senso mistico) di Jessicah e dei suoi simili la letteratura è tutto un magma di soggettività: le esperienze private, le aspettative, “il proprio essere” (sic), i sogni e le paure, di nuovo le sensazioni dell'individuo, addirittura lo stato emotivo del momento. Loro hanno della letteratura un'idea fondata su una variante esplosa di individualismo: il gusto personale dipende da uno stato momentaneo, una specie di congiuntura socio-neurologica. Ci si trova a tirare in ballo il concetto di “classico”, pur odiandolo, per tentare di mettere in prospettiva il discorso. Ma l'utente aNobii della categoria che odia Signorina Cuorinfranti di West rigetta anche questa istanza: loro non si riferiscono mai alla categoria “di genere” ma, ancora, a quella “emozionale”. Poi citano Dan Brown che non sarà mai un classico perché il suo genere è quello del bestseller.

Ci si perde in salute a scontrarsi contro quelli che odiano Signorina Cuorinfranti di Nathanael West. Non accettano che quello di “bestseller” non è un genere ma una classificazione a posteriori, non a priori, e non implica altro che vendite ingenti. Così come “classico” implica valore riconosciuto e plurale. Ma il punto è che c'è un abisso di intuizioni, prospettiva, immaginario, stile e quant'altro tra un libro bello e importante e uno che non lo è. E questo abisso non si può riempire di soli gusti personali del lettore. Subentrano categorie estetiche che prescindono addirittura dal soggetto, e dalla sua supposta libertà di espressione. Il cosiddetto mondo interiore del lettore è generato dal libro, non ne è il giudice. Il lettore è determinato dal libro e ne è schiavo. Non si può fare un torto tale alla letteratura rendendola passibile di interpretazioni da parte di chiunque (né chicchessia), come fosse una tarte tatin.