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L'uomo che dopo un incidente aereo è sopravvissuto mangiando carne umana

Pedro Algorta è rimasto bloccato nelle montagne delle Ande per 71 giorni dopo un incidente aereo e per sopravvivere si è nutrito, con gli altri sopravvissuti, dei corpi dei compagni di viaggio che non ce l'avevano fatta.

di Joel Golby
30 marzo 2016, 6:25am

I sopravvissuti.

Mangeresti una mano? La mano di un'altra persona? Se avessi veramente fame?

"Rimanere in vita è sempre stato l'obiettivo primario di ogni creatura, e per rimanere in vita era necessario mangiare. Non per una decisione razionale, per un istinto imperativo. Avevo sempre una mano o qualcosa in tasca, e quando potevo iniziavo a mangiare, mi mettevo qualcosa in bocca per sentire che mi stavo nutrendo."

Queste sono le parole di Pedro Algorta, che dopo un incidente aereo nel 1972, per 71 giorni, è rimasto bloccato tra le montagne delle Ande, e ha mangiato le mani—ma anche le cosce, le braccia ed essenzialmente tutto ciò che lo avrebbe potuto tenere in vita—di chi non era sopravvissuto all'impatto e ai due mesi successivi. Dei 40 passeggeri e dei cinque membri dell'equipaggio che erano saliti a bordo di quel volo fatale diretto dall'Uruguay al Cile, solo in 16 sono sopravvissuti all'impatto, a una valanga e all'ipotermia. Coloro che sono riusciti a tornare alla civiltà, dopo un'epica missione di soccorso di dieci giorni condotta da Nando Parrado e Roberto Canessa, ce l'hanno fatta principalmente grazie alla combinazione di una straordinaria forza mentale, spirito di squadra, e cannibalismo dettato dalla necessità.

È un po' strano parlare faccia a faccia con qualcuno che ha spolpato una mano umana. Quando ci siamo incontrati in un bar non sono riuscito a distogliere lo sguardo dai denti di Algorta. Sembravano fortissimi, e non potevo fare a meno di chiedermi se fossero così grazie alle mani che avevano masticato. Oggi Algorta ha 65 anni, ma ne dimostra dieci di meno e sembra non curarsi molto del suo passato.

Nel suo libro Into the mountains spiega chiaramente come la decisione di mangiare i cadaveri congelati sia partita da una logica lucida e distaccata: mangiare chi non c'è più o morire insieme a loro. Oggi la pensa più o meno allo stesso modo, e spiega schiettamente che il cannibalismo è come mangiare una fetta di pane se sei affamato e ti vedi la morte in faccia. "Allora," spiega Algorta, "non è stata una decisione presa con la testa, non è arrivato nessuno a dirci cosa dovevamo fare. È stata una decisione presa con lo stomaco."

Ho parlato con lui di cannibalismo, di come sopravvivere in gruppo senza litigare, e della frequenza con cui, da quando è tornato alla vita reale, pensa a tutte le persone che ha mangiato mentre cerca di gustarsi uno stufato.

VICE: I sopravvissuti hanno fornito versioni discordanti di quello che è accaduto dopo l'incidente, e col passare del tempo i ricordi si fanno confusi e contraddittori—nomi cambiati, ruoli alterati e via dicendo. Credi che la tua storia sia del tutto veritiera? Perché hai deciso di raccontarla adesso?
Pedro Algorta: Be', siamo un gruppo di persone che 40 anni fa hanno vissuto quest'esperienza tremenda. Da allora ognuno di noi ha seguito la sua strada, quindi siamo molto diversi l'uno dall'altro, e questo ci ha permesso di guardare indietro e vedere le nostre storie da una prospettiva diversa. Per 35 anni questa è stata una storia della quale non parlavo. C'è tutto un vissuto dietro, ho sentito i miei compagni raccontare quella storia, e pensato che fosse anche la mia. Dal momento in cui ho deciso di aprir bocca e di iniziare a parlarne, mi sono reso conto che la vedevo diversamente, perché è mia, nessuno ha vissuto la mia esperienza e nessuno l'ha vissuta dalla mia prospettiva. Ognuno ha la sua storia personale, che è assolutamente vera. Non ho la pretesa di essere il custode della verità, credo che ognuno di noi abbia il diritto di raccontare cosa gli è successo. Questa è la mia storia, come l'ho vissuta io, cosa mi ha insegnato e che cosa mi sono portato dietro dalle montagne nella mia vita normale.

Come è essere coinvolti in un incidente aereo?
È una situazione in cui sei molto vicino alla morte, in cui non sai se sopravvivrai oppure no e in cui vivi attimi di panico, durante i quali perdi il controllo di te e di ciò che ti sta intorno. Stai per essere lanciato in aria e potrebbe accadere di tutto. L'aereo vibrava all'impazzata, sbatteva da una montagna all'altra, poi è precipitato in una valle. In quel momento il frastuono è finito e tutto si è fatto silenzioso: fuori nevicava dolcemente e dentro l'aereo c'eravamo noi, i sopravvissuti.

Pedro Algorta, il giorno dopo il suo salvataggio.

Nel libro parli dell'impatto in modo distaccato, come se per te non fosse reale quando ci ripensi.
Il punto è che anche se ricordo delle immagini—che so essere mie perché una di queste è l'immagine del mio amico Felipe morto proprio accanto a me—non riesco a ricordare molti dettagli. C'è un limite emotivo, la memoria non ti permette d'immagazzinare tutti i dettagli: non ricordo il numero del posto, per esempio, non ricordo quello che ho detto prima dell'impatto, perché la pressione emotiva era troppo forte e il panico devastante. Per diversi anni mi sono domandato se avessi dovuto tentare di ricordare e lavorarci, cercare di snocciolare dettagli sull'incidente e tutto il resto, ma non ci riesco, quindi li ho lasciati lì. Sono da qualche parte nel mio subconscio e non riemergeranno. Non faccio nessun incubo la notte, e ho avuto una vita normale per i 40 anni successivi.

Quali sono state le dinamiche del post-incidente?
All'inizio eravamo un gruppo di persone organizzato un po' come una squadra, e in quel gruppo il capitano della squadra era il più importante. Sapeva come impartire gli ordini; è diventato immediatamente l'autorità di questa delegazione. Ha avuto un ruolo determinante durante i primi giorni sulle montagne, organizzando il tutto al meglio delle sue possibilità e facendosi rispettare. Ma sostanzialmente non faceva altro che dire "Teniamo duro, i soccorsi arriveranno presto." Poi non arrivava nessuno a salvarci. E ripetendo, "Teniamo duro, i soccorsi arriveranno," non permetteva al gruppo di iniziare a adoperarsi per sopravvivere all'ambiente. In quel momento non avevamo bisogno di un leader. Quello di cui avevamo bisogno era una figura che rendesse il gruppo conscio della situazione in cui eravamo finiti.

Poi il nostro capitano è morto travolto da una valanga e noi siamo diventati un gruppo di giovani senza una figura adulta di riferimento. Questo è stato forse il meglio che potesse accadere, perché da quel momento in poi ognuno di noi, con i propri punti di forza e le proprie debolezze, ha iniziato a lavorare per sé e per il gruppo. Quindi ogni attività, ogni cosa che ognuno di noi aveva il compito di svolgere, era importante per l'evolversi del gruppo stesso.

C'era molta tensione, discutevamo molto, non eravamo tutti amici. La gente doveva lottare per le proprie idee, per essere ascoltata, per la sua posizione, per non diventare il capro espiatorio, per essere vicino ai luoghi in cui venivano prese le decisioni. Le dinamiche nel nostro gruppo erano simili a quelle di ogni altro gruppo nella società reale. E questo è stato ciò che ci ha consentito di adattarci e progredire in un ambiente così ostile.

Suppongo che l'intero gruppo sia stato responsabile della decisione di iniziare a mangiare i cadaveri congelati, quindi...
In momenti diversi, persone diverse hanno capito che se volevamo sopravvivere avremmo dovuto riempirci lo stomaco con qualcosa, e non avevamo nulla da mangiare. Quindi ecco il perché della non razionalità: abbiamo risposto alle nostre debolezze, al nostro istinto di sopravvivenza. Alcuni di noi sono andati a prendere uno dei corpi, abbiamo iniziato a fare dei piccoli tagli con un pezzo di vetro e a mangiare. Tutto qui. Era a cosa più logica che potessimo fare per mangiare.

E una volta provato, non ci siamo sentiti di aver superato alcun confine o infranto alcuna legge etica o morale—abbiamo pensato piuttosto di aver fatto un passo in avanti, imparato a sopravvivere in un ambiente così ostile, imparato a fare cose a cui non eravamo abituati.

Quindi non hai mai pensato che mangiare della carne umana non fosse normale?
No, mai. Ancora oggi, quando guardo indietro, mi rendo conto che se non lo avessi fatto non sarei qui. Abbiamo solo risposto all'istinto della sopravvivenza. E questo è tutto. Ecco perché non si trovano parti forti o eccessivamente crude nel libro, perché porto il lettore passo dopo passo verso questa scelta e quando lui stesso ci arriva si rende conto che non avremmo potuto fare altrimenti; sono assolutamente convinto che chiunque al nostro posto avrebbe fatto lo stesso.

Mi hanno interessato molto le tematiche religiose citate da alcune persone del gruppo, sul fatto che la carne fosse 'il corpo di Cristo' e l'idea che il cadavere fosse un tuo "amico" e ti stesse aiutando a sopravvivere: non un sacrificio, ma quasi. Questo aspetto religioso ha giocato una parte importante nella decisione?
È stato detto, e ce lo dicevamo, ma sono sicuro che nessuno credesse veramente che era il motivo per cui lo stavamo facendo. Lo abbiamo fatto perché eravamo affamati, eravamo deboli. Hai bisogno di questa compensazione logica, ma alla fine è lo stomaco a guidarti. Non avevamo gli strumenti, non avevamo alcuna esperienza di alpinismo, non sapevamo come fare per sopravvivere, non eravamo preparati. Quindi tutto è venuto fuori dal nostro istinto e a tentativi, facendo un'infinità di errori, e qualche volta dei passi in avanti.

Pedro Algorta è ritornato sulle montagne nel 2013

Da quello che ho capito, dopo il vostro salvataggio c'è stata una conferenza in cui siete stati praticamente costretti ad ammettere di essere ricorsi al cannibalismo. Come ha reagito la gente?
Be', la notizia era già trapelata, se ne era già parlato. Solo alcuni dei nostri genitori non avevano voluto crederci. Noi abbiamo semplicemente detto, "Sì, lo abbiamo fatto," e questo è quanto. Non abbiamo dovuto dire nient'altro. Quando lo abbiamo confessato e ammesso c'è stato un applauso. I parenti delle persone che non sono tornate l'hanno accettato.

Tutti sapevano, per noi era normale e non ci aspettavamo che potesse essere un problema nel momento in cui lo abbiamo fatto. Da allora abbiamo dovuto convivere con questa verità, ma la pensiamo allo stesso modo.

Adesso, 40 anni dopo, quanto tempo passi a pensare a quello che è successo tra le montagne?
Ho già detto che è un pensiero che non riaffiora mai. Non mi viene in mente a meno che non ne parli, come adesso, ma non è qualcosa che mi tormenta. Come ho detto prima, non è mai stato un mio incubo. Siamo tutti in grado di conviverci, e sono in pace con quella montagna.

Sin da quegli applausi siamo riusciti vivere una vita tranquilla e regolare. Non fingo che non mi abbia segnato, perché è stato un trauma. Un trauma inizia quando non sai come affrontarlo, e noi abbiamo saputo affrontarlo perché non ci siamo mai accusati o esclusi, non ci siamo mai puntati il dito contro, nessuno ci ha accusato di nulla. Ho frequentato un'ottima università, ho un bel lavoro, una bella famiglia, quindi la montagna è nel nostro passato, ma non torna indietro. Siamo riusciti a condurre una vita normale. Credo davvero che questa sia la cosa più importante che possiamo dire a proposito, perché mostra quanto sia possibile riprendersi dal proprio passato.

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