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#Campaign4Change

Lorenzo Senni fa musica con il suono delle città

Il musicista e producer ci ha raccontato i suoi esordi, la sua "nostalgia entusiasta" e di quella volta che ha colto il suono di Tokyo.

Questo post fa parte della nostra serie #Campaign4Change.

Quando ci hanno chiesto di pensare chi potesse rappresentare il mescolarsi di tradizione e innovazione in campo musicale il primo che ci è venuto in mente è Lorenzo Senni, che non solo la musica la fa ma la produce anche con la sua etichetta Presto!? Records.

Non potrebbe essere diversamente dal momento che Lorenzo ha sempre suonato, ma si è avvicinato all'elettronica solo a 22 anni, dopo un inizio punk-hardcore nella scena romagnola. Per questo, e perché con la sua musica ci fa sempre viaggiare nello spazio e nel tempo, abbiamo deciso di nominarlo ambassador della categoria Mixing up tradition, e l'abbiamo raggiunto a casa sua, che è anche il suo studio e la sede della sua etichetta, per capire come si fa a ritagliarsi uno spazio in un mondo congestionato e disorientante come quello della musica oggi.

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VICE: Parliamo degli inizi—quando hai capito che la musica sarebbe stato il tuo lavoro?
Lorenzo Senni: Ho sempre suonato in gruppi di amici, quindi non c'è un vero inizio—diciamo che l'inizio più legato alla musica elettronica è stato intorno ai 22-23 anni. Lì ho pensato che avrei potuto portare avanti la musica come un progetto più serio: quando sei da solo tutto dipende da te e ci metti un'energia infinita. E poi capisci che è diventato il tuo lavoro.

Come hai fatto a trovare un suono in cui ti riconosci?
Non è mai stata una priorità né qualcosa che decidi, è arrivato. I primi dischi erano molto diversi da quello che faccio ora, ma è il risultato di un processo. Anche le influenze che vengono fuori nei miei ultimi dischi e caratterizzano il mio suono dipendono dagli ascolti indiretti di quando ero giovane: hardcore, gabber, trance—alla fine anche se io suonavo in gruppi punk, il mio background è anche quello che captavo uscendo con gli amici nel weekend.

In che modo trasformi le influenze che hai, non solo ma soprattutto sonore, in suono?
Sono sempre stato interessato a tutte le arti, mi è sempre piaciuto riflettere su come potevo integrarle a livello musicale. Una delle prime cose che ho fatto che non fosse suonare con una band è stato fare registrazione ambientali, potevo essere in campagna come a New York. Forse quel modo di ascoltare in maniera dettagliata cose che non potevo sentire solo con le mie orecchie mi ha influenzato: dedico tantissimo tempo a plasmare i miei suoni, e credo che sia dovuto alla mia abitudine a fare attenzione a tutti i suoni che mi circondano.

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Quando vado in una città nuova, fin dall'inizio presto attenzione ai suoni ambientali che ho intorno: mi piace ascoltarli e registrarli come se fossero fotografie—un'altra mia passione. Se passi un mese a Tokyo il suono della città è anche l'insieme di tutte le musiche che escono dai negozi, e il suono della città ti influenza.

Come definiresti la tua musica?
La musica che faccio non è quella che ci si aspetta sia, forse questa è la risposta più corretta. Sono consapevole che la mia musica non è così di facile lettura, soprattutto se la incontri velocemente.

A proposito di come una città influenza la tua musica, che mi dici del pezzo dedicato a Ropponghi Hills?
Di solito faccio cose molto astratte, che non hanno a che fare con esperienze particolari. Invece questo è un pezzo che parla proprio di me a Tokyo. L'idea principale era cercare di riproporre la sensazione visiva e sonora di vedere Tokyo dal 40esimo piano come avevo fatto allora dal bar di un museo deserto e ovattato. Volevo tradurlo in musica. Poi ho convinto un amico danese che era lì con i genitori in vacanza ad andare sulla Mori Tower a Ropponghi Hills e ascoltare il pezzo, e lui ha detto, "Bomba".

Ci parli di Presto!?
Ho una label che si chiama Presto!? e con cui ho fatto uscire un bel po' di gente. È nata semplicemente perché mi piacevano talmente tanto alcuni musicisti e artisti che dovevo avere a che fare con loro—io lo chiamo cannibalismo culturale. È la cosa più importante che ho fatto perché mi ha permesso di entrare in contatto con moltissime persone con i miei stessi interessi. In questo modo sono riuscito piano piano a conoscere gente che all'inizio era solo un gruppo di miei "amici di email", dato che l'etichetta è nata nella mia camera quando ancora stavo a Cesena. Non la porto avanti perché sia una fonte di guadagno, anzi, ma perché è un modo per lavorare a qualcosa insieme senza pensare troppo alla parte economica.

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Tu non sei solo manager dell'etichetta ma anche curatore.
Sicuramente il ruolo di chi cura un'etichetta è dare l'idea di quello che sta portando avanti. L'etichetta è la trasposizione del tuo sguardo sull'ambiente musicale, cosa ti piace, cosa ritieni importante, è lo specchio dei tuoi gusti. Negli anni questa cosa dà vita a un percorso, se guardo adesso il percorso dell'etichetta rispecchia esattamente come i miei gusti sono cambiati, in che direzione, come a volte torno a pensare alle cose a cui pensavo cinque anni fa. Questo con l'etichetta lo puoi fare, mentre con la tua musica cerchi di essere più coerente. L'etichetta ti dà il potere di dire io sono anche questo, oltre a tutto il resto.

Secondo te esiste un suono di adesso?
Sicuramente esiste ma è fatto da tantissimi suoni. È impossibile descrivere un genere o un suono che racchiuda il 2015, i generi nascono ormai ogni mese. Sicuramente ci sono delle cose che ci aiutano a stare meglio nel 2015—però a tutti piace sentire la musica del passato e renderla di nuovo attuale, è un processo che non finirà mai. Non finirà mai.

Credi di avere un occhio nostalgico?
Sicuramente c'è una percentuale di nostalgia nella musica che faccio, il voler riportare in vita le emozioni legate a un momento musicale che ho vissuto personalmente e musicalmente, tra metà Novanta e inizio Duemila. C'è una dose di nostalgia legata più alla sensazione che al suono. A livello sonoro mi identifico in quelle cose, però quello che cerco di fare è asciugare all'estremo tutto quello che era solo un ornamento in quegli anni e andare alla radice, al livello emotivo appunto. Ma non direi di avere uno sguardo nostalgico, entusiasta direi. Guardo la musica del passato con rinnovato entusiasmo.

Qual è la tua campagna per il cambiamento?
Happy new ears. Aprire le orecchie al mondo e ai suoni dell'ambiente ci può insegnare qualcosa dal punto di vista non solo sonoro ma umano, a chiuderci un po' meno in noi stessi ed essere un po' più in grado di osservare il mondo. Ci aiuta a cambiare i rapporti con la realtà, con le altre persone e tutto quello che ci circonda. È fondamentale all'interno della mia ricerca e della mia produzione artistica, ma credo che sia anche necessario per tutti.

Questa è la campagna di Lorenzo Senni. Qual è la tua #Campaign4Change? Condividila qui.