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vita vera

Roma si sta davvero milanesizzando?

In apparenza Roma e Milano non potrebbero essere più diverse, ma ultimamente si è tornato a parlare di una presunta milanesizzazione di Roma fatta di hamburgherie e brunch. Dietro però c'è dell'altro.
19.5.15

Turisti a Roma. Foto di Niccolò Berretta.

Il sempiterno confronto Milano-Roma è un grande classico dell'immaginario italiano. Sono le due principali città italiane (la terza, Napoli, è un caso talmente eccentrico da fare praticamente scuola a sé) e sono anche due posti, eufemisticamente parlando, molto diversi, se non antitetici tout-court.

La prima differenza a saltare all'occhio è la stessa conformazione delle due aspiranti metropoli: Milano è quella che in urbanistica chiameremmo "città compatta", di dimensioni medie e con un hinterland che si espande secondo la classica figura della "macchia d'olio". Roma al contrario è una città slabbrata, dalle dimensioni immense e dalle distanze poco meno che proibitive (40 km da un capo all'altro del comune), con un abitato disposto caoticamente "a macchia di leopardo."

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E poi: Milano è piatta, Roma è tutta saliscendi. Milano sta al nord, Roma starebbe al centro ma suvvia, è la classica città del sud. Milano è la capitale economica, Roma quella politica. Milano è seriosa, a Roma ci si diverte. Milano guarda all'Europa, Roma a se stessa e basta. Milano è operosa, efficiente e sempre attiva, Roma è indolente, cinica e non funziona niente. Milano c'ha i soldi, Roma c'ha la storia. E così via.

Qualche giorno fa, però, mi informava Dissapore, "Roma è sempre più simile a Milano". Va bene, Dissapore si occupa di cibo e la faccenda la affronta da una prospettiva molto particolare: l'autore dell'articolo si sofferma su una serie di indizi che da romano, dico la verità, mi sembravano acquisiti da anni, e che vanno dalla mania per il brunch alle hamburgherie al gelato "naturale/artigianale/fighetto". Però l'ho trovata una lettura interessante per almeno due motivi: il primo, è che per l'appunto tratta di cibo, ma su questo torneremo poi. Il secondo, è il ritorno di una formula che già dieci anni fa trovò una certa fortuna: la supposta "milanesizzazione" di Roma, che a sua volta rispondeva a un'altrettanto vaga "romanizzazione" di Milano.

Vado a memoria: nel 2006 l'editore Laterza pubblicò un libro significativamente intitolato Rivali d'Italia – Roma e Milano dal Settecento a oggi. L'aveva scritto lo storico Francesco Bartolini alla luce di un fatto nuovo: per una serie di ragioni culturali, politiche, economiche eccetera, molti degli stereotipi per tradizione ascritti alle due città cominciavano a non reggere più.

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"Roma si sta milanesizzando e Milano si sta romanizzando," recitava la quarta di copertina; l'immagine della Milano austera e industriosa era andata in frantumi sia per lo scandalo Tangentopoli, sia per il suo ruolo di città-cardine prima del leghismo e poi del berlusconismo. Al contrario, sempre secondo Bartolini, "Roma è riuscita ad accreditarsi davanti all'opinione pubblica nazionale come mai era accaduto dopo il fascismo," anche se il parallelo suonava già all'epoca improprio: se non altro perché, per la prima volta dai primi anni Ottanta, Roma si trovava dalla parte "sbagliata", e cioè—politicamente parlando—all'opposizione.

A proposito di Roma, guarda il nostro documentario sui Magazzini allo Statuto. Qui il trailer:

Se Milano era la capitale del berlusconismo, Roma era la sua nemesi: Rutelli e Veltroni, i sindaci che dal 1993 governarono la città per quasi tutta la sedicente Seconda Repubblica, furono entrambi sfidanti di Berlusconi alle elezioni politiche rispettivamente del 2001 e del 2008. Come sappiamo, furono sconfitti entrambi: la capitale politica a quel punto era palesemente diventata l'altra.

Arrivò anche un altro dato simbolico e largamente pubblicizzato dai media: a gennaio 2004, il Censis aveva rivelato i dati del suo studio sulla ricchezza prodotta dalle città italiane. Ne veniva fuori che a produrre il PIL più alto della nazione era proprio la Capitale, con Milano relegata a un inatteso secondo posto.

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"Roma regina. Più ricca di Milano," titolava Panorama. Da dove quella ricchezza veniva non era importante, così come il fatto che il PIL pro capite della città lombarda restava sensibilmente più alto di quello romano: la notizia permise comunque all'allora sindaco romano Veltroni di distribuire pacche sulle spalle e recitare slogan sulla Roma "capitale dell'innovazione tecnologica" con 8000 imprese impegnate nel settore, mentre "solo" il 27 percento dei romani risultava impiegato nell'amministrazione pubblica (significava comunque un romano su quattro, ma il sindaco aveva un certo talento nel dare i numeri).

E poi Roma era la città della cultura, delle avanguardie, delle feste del cinema, dei nuovi musei di arte contemporanea, delle notti bianche, dei locali di Ostiense e Testaccio, dei festival di musica elettronica, dei rave al Palazzo delle Esposizioni (vabe' questa se la sono inventata questi quattro tizi qui), e dell'allora lanciatissima piccola e media editoria. Era insomma la Roma da bere, la Capitale che pensava in grande, quella che a via Veneto stava per sostituire l'isola pedonale del Pigneto, una città creativa, giovane, dove tutti sorridevano e tutti erano contenti: gli street artist abbellivano i cavalcavia, le archistar progettavano astronavi in cemento autopulente, Lorcan O' Neill apriva la sua galleria a Trastevere, e a fine serata finivi a mangiarti una carbonara fusion col sashimi al posto della pancetta, anzi del guanciale che sennò i food blogger mi uccidono.

E allora vuoi mettere con Milano, che c'aveva un sindaco che si paragonava a un amministratore di condominio? La differenza di clima tra le due città sembrava sul serio notevole: da vecchia capitale morale, Milano si era trasformata in uno dei posti più noiosi, tristi e deprimenti dell'intera nazione. Più che l'effervescente metropoli all'americana dipinta dall'ormai dimenticato spot dell'amaro Ramazzotti, assomigliava a una Grande Como con l'Idroscalo al posto del lago. Da epicentro dell'Italia che "guarda all'Europa", eccola relegata a paesone di provincia burino e volgare.

Questa più o meno la narrazione ufficiale, o per meglio dire quella che per circa quindici anni fu largamente condivisa da ampi strati della—come vogliamo chiamarla?—intellighenzia engagé. Le cose nel frattempo sono molto cambiate: dai tempi di quel ridondante misto tra Disneyland e Carosello, Roma è precipitata nei fanghi della fasciomafia, della rivolta delle periferie, e di una crisi che ha mandato un sacco di aperitivi pignetini di traverso. Al contrario, Milano sta vivendo "un momento straordinario". È una città risorta, che vibra e sprigiona lampi di creatività da tutte le parti, coi nuovi grattacieli che giganteggiano sull'ormai vetusto e troppo grigio Pirellone. E poi ovviamente c'è Expo.

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Mi hanno molto colpito (ma non sorpreso) gli speciali che due riviste quintessenzialmente milanesi come IL e Studio hanno riservato alla loro città. Sono speciali ottimisti, esuberanti, carichi di aspettative e propositi per il futuro. Su IL, Marco Rossari tratteggia un ritratto di Milano che, fosse stato scritto per una qualsiasi altra città italiana, troveremmo forse naif, diciamo pure provinciale, ma che ha l'indubbio sapore della rivincita, del "siamo tornati", oltre che del Milan l'è on gran Milan. Degli scandali, degli abusi, della progressiva (irreversibile?) marginalizzazione di intere fasce di abitanti e milanesi vecchi e nuovi, non c'è traccia. "Viva Milano!", titola da parte sua Studio.

In questo senso, è anche difficile non leggere la narrazione che si sta sviluppando attorno al capoluogo lombardo come riflesso di un immaginario politico piuttosto preciso: così come fu la città-simbolo del craxismo prima e del berlusconismo poi, Milano si accredita adesso come vetrina del renzismo al tempo stesso stylish e rottamatore. Una città cioè che "cambia verso" e non ha tempo da perdere appresso a gufi e parrucconi. Un esempio da seguire per tutti, diciamo. Specie per quella Roma caduta in disgrazia dopo quindici anni di Ponentino aromatizzato al gelsomino per mascherare l'odore di fogna.

Expo, nel rilancio di immagine di Milano, gioca evidentemente un ruolo chiave, così come il grande Giubileo del 2000 fece da volano alla Roma della dolce vita rediviva. Ed è qui che torniamo alle "prove di milanesizzazione" evocate dall'ironico articolo di Dissapore citato in apertura. Che riguardano solo in maniera laterale ricette e menù da servire ai tavoli, e che semmai sono tutti indizi di uno dei più dibattuti fenomeni urbani degli ultimi anni: la gentrification.

Una delle battute più ricorrenti quando si parla di gentrification, è che appena in un quartiere apre un nuovo ristorante con interni design, sedute in pallet, birre artigianali e menù a chilometro zero, la sorte di quel quartiere è segnata. La ristorazione— un certo tipo di ristorazione—è in effetti uno dei più limpidi "indicatori biologici" delle trasformazioni al rialzo che hanno investito i tessuti urbani delle metropoli contemporanee. Non a caso è sempre Dissapore a chiedere di evitare che Roma si trasformi non in un'altra Milano, ma in un immenso Pigneto.

Il pluricitato quartiere-simbolo della gentrification romana viene abbastanza giustamente definito "un luna park gastronomico e acritico": è una definizione che in realtà potrebbe benissimo valere per altri quartieri della Capitale (da Monti a Montesacro, la lista dei brunch è infinita), ma che soprattutto pare concepita apposta per Expo. Che è esattamente un luna park gastronomico il cui immaginario, piuttosto che "nutrire il pianeta", evoca all'istante ricercatissime ricette organic servite su piatti quadrati in scintillante ceramica bianca.

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Da questo punto di vista, non è Roma che si sta milanesizzando, né Milano che si sta (ahem) pignetizzando; le hamburgherie col "pippone sulla filiera" e "l'abuso di termini come gourmet, km 0 finger food" sono un segno distintivo di qualsiasi quartiere gentrificato del pianeta; messa così, piuttosto che assomigliare tra loro, Roma e Milano fanno entrambe pensare a una brutta copia delle varie Londra-Berlino-New York.

A sua volta, la gentrification non è solamente quel fenomeno che trasforma pittoreschi quartieri popolari in costosissime oasi per una classe creativa paradossalmente sempre più impoverita: è un'idea di città, un programma di lungo corso, un processo perverso in cui si confondono vittime e responsabili, attori principi e comprimari. Io stesso non saprei da che parte stare: perché insomma, per certi versi, quando compro una IPA a cinque euro, non sono tanto distante dal giovane che va a fare il volontario per Expo.

Tentare di spiegare i meccanismi che stanno trasformando le metropoli contemporanee in posti sempre più costosi e inospitali a partire da un articolo che si lamenta dei "patatari come se piovessero", può—mi rendo conto—suonare grottesco. E però il rischio è che, come ironicamente conclude l'autore dell'articolo in questione, la reazione finale sia un "più porchetta per tutti" populista e destrorso.

Comunque: lo "straordinario periodo" di Milano durerà quanto dovrà durare, così come è probabile che nuove Disneyland atterrino prima o poi a ricoprire Roma. La rivalità reale o presunta tra le due capitali della nazione è sempre stata un po' così: una volta tocca a una, la volta dopo all'altra. Nel frattempo, se Roma e Milano non significano per voi Christian De Sica e Massimo Boldi, le guide che vi consiglio sono due: il recentissimo Re/Search Milano pubblicato da Agenzia X, e la Guida alla Roma ribelle edita nel 2013 da Voland. Leggete questi libri, e le due città vi sembreranno molto meno distanti di quanto recita il folklore locale.

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