Questi studiosi dicono che è possibile abolire il carcere in Italia

Che il sistema carcerario in Italia non se la passi bene lo sappiamo più o meno tutti. Ciò che ci viene quasi impossibile da pensare, invece, è che il carcere non sia l'unica soluzione. Ne abbiamo parlato con Luigi Manconi.

|
08 maggio 2015, 8:19am

Foto via Flickr/Supercarcere Fornelli - Marco.

Che il sistema carcerario in Italia—tra suicidi di detenuti, sovraffollamento e "condizioni disumane" nelle celle—non se la passi bene lo sappiamo più o meno tutti. Ciò che ci viene quasi impossibile da pensare, invece, è che il carcere non sia l'unica soluzione.

Nel libro Abolire il carcere, uscito per Chiarelettere e scritto da Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta, viene proposta una rivoluzione del modo di pensare allo sconto delle condanne.

Sostenuti da numeri e logica, gli autori mostrano come il carcere non solo sia inumano e inefficace, ma controproducente per la società, e illustrano pene alternative concrete che, passando per un percorso di depenalizzazione, porterebbero gradualmente all'abolizione della pena detentiva, da utilizzare solo per casi estremi.

Ho contattato Luigi Manconi, autore del libro, docente universitario, senatore del Partito Democratico e dirigente dell'associazione A buon diritto, per fargli alcune domande sul libro e sul nostro sistema carcerario.

VICE: Quella di cui parlate nel libro è una rivoluzione radicale del modo di pensare al sistema carcerario. Crede che la gente sia pronta a questo cambiamento?
Luigi Manconi: Se la domanda fosse posta in termini di sondaggio, tenendo conto della grande opera di manipolazione e maleducazione che i sondaggi hanno prodotto in questi anni, la risposta sarebbe certamente negativa. Se invece si fosse in grado, avendone la possibilità, il tempo, e i modi, di spiegare, sono straconvinto che le persone intenderebbero.

La costituzione italiana, in merito allo sconto delle pene, è estremamente progressista e "umana". Ciononostante la situazione delle carceri nel nostro Paese è critica, peggiore di quella di molte altre democrazie occidentali. A cosa attribuisce questa contraddizione?
La risposta sta nella domanda che mi ha posto prima. La classe politica italiana, per la stragrande maggioranza, dipende nevroticamente da un'opinione pubblica che reagisce in maniera emotiva a pulsioni, sollecitazioni e ansie collettive. Tutto ciò è comprensibile, è comprensibile che l'opinione pubblica abbia queste reazioni. Non è comprensibile, o meglio è un errore critico gigantesco, che la classe politica si sottometta a queste pulsioni e, peggio, le alimenti, le assecondi, le blandisca, le galvanizzi, le esalti e le trasformi su un piano politico parlamentare, dove non dovrebbero trovare spazio le incandescenze popolari.

Nel libro arriva a dire che a questo carcere è preferibile la pena di morte. Mi spiega questo paradosso?
Questo paradosso è tale perché noi così lo definiamo. E perché appunto, nel sentire comune di cui tutti, ovviamente, siamo parte—quindi anch'io—ci appare un paradosso. Ma tre mesi fa, delle persone condannate all'ergastolo chiesero di essere messe a morte. Quindi quel paradosso diventa improvvisamente una possibilità per chi ha davanti a sé la prospettiva di passare un'intera vita in carcere. Allora forse non è un paradosso, è un'alternativa concreta, anche se orribile— orribile—alla inumanità del carcere.

Nel libro citate alcuni episodi di violenza feroce, due dei quali avvenuti nei penitenziari di Asti e Parma. Si tratta di violenza strutturale o è da attribuire ad altri fattori?
Per un verso sì, è una violenza strutturale. Il carcere è una macchina di violenza, perché esercita la prima, più potente, più crudele delle violenze, anche se legale: toglie la libertà. È un sistema legale? Sì. È un sistema violento? Sì. Non c'è contraddizione. Quindi un sistema violento fatalmente produce violenza. Questo è l'aspetto strutturale, fisiologico del carcere.

Poi c'è un altro elemento. È che il carcere vive in una situazione di separazione totale, subdola dall'esterno, dove la possibilità di vigilare, di controllare, di sorvegliare da parte dell'opinione pubblica e della politica, dei garanti, è ridotta al minimo. Quindi con queste situazioni è possibile che un po' un gruppo di poliziotti, o un gruppo di camorristi, organizzi della violenza sui detenuti.

Tornando al caso di Asti, il giudice ha dichiarato che i poliziotti potevano essere accusati di tortura, ma l'assenza di una legge in tal senso ha fatto sì che il processo si chiudesse senza colpevoli. L'introduzione del reato di tortura, attualmente al vaglio delle Camere, migliorerebbe la situazione?
Assolutamente sì.

Guarda il nostro documentario sulle prigioni norvegesi.

In Italia, le sanzioni non detentiveche pure esistono vengono applicate pochissimo, dieci volte in meno rispetto alla media europea. A cosa dobbiamo questa tendenza?
Lei giustamente dice "che pure esistono," però bisogna aggiungere che pure esistono anche se in quantità minore di quanto sia in altri Paesi, per giunta vengono applicate poco. Questa tendenza si deve a un pregiudizio, che domina nel nostro paese, ossia si ha l'idea che l'unica soluzione possibile immaginabile sia la cella chiusa, che l'unica forma per punire un individuo sia quella di chiuderlo dietro le sbarre e buttare via la chiave. È un terribile pregiudizio. Oltretutto è un pregiudizio culturale estremamente dannoso, perché la sanzione che si applica attraverso la detenzione in cella, produce all'infinito crimini e criminali. Altre forme di sanzione, oltre a essere più umane, sono molto più efficaci.

Può farci un breve riassunto delle pene alternative a suo giudizio più applicabili nella realtà italiana?
Dato l'alto tasso di criminalità economica nel nostro Paese, le misure più efficaci sarebbero sicuramente le sanzioni patrimoniali (multa, confisca, ecc.), in quanto capaci—ben più del carcere—di annullare i vantaggi derivanti dal reato e, quindi, maggiormente dissuasive.

Per altro verso, non solo per i reati contro il patrimonio ma anche per quelli contro la persona, un ampio ricorso al risarcimento e a prestazioni riparative in favore della vittima consentirebbe di tutelarne i diritti ben più di quanto lo permetta l'attuale sistema penale. Ampia dovrebbe essere poi l'utilizzazione di sanzioni "di comunità", ovvero di prestazioni lavorative e attività riparatorie in favore della collettività, che realizzano, meglio di ogni altra, quel reinserimento sociale cui la pena deve tendere.

Ovviamente, oltre a diversificare la risposta sanzionatoria, si dovrebbe procedere a un'ampia depenalizzazione, che sostituisca alla pena altre misure (di natura civile, amministrativa, ecc.) non solo più efficaci ma anche più utili alla collettività.

Quali sono i Paesi europei in cui le pene non detentive vengono applicate maggiormente e a quali risultati hanno portato fino ad adesso?
In pressoché tutti i Paesi europei il carcere non ha quella centralità "tolemaica" che ha da noi, l'apparato sanzionatorio è estremamente diversificato e il sistema penale è decisamente meno esteso del nostro, dal momento che per molti illeciti da noi qualificati come reati si ritengono più efficaci ed eque misura di natura civile o amministrativa. Si pensi, ad esempio, che se in Italia l'82,6 percento dei condannati sconta la pena in carcere, in Francia e Gran Bretagna la percentuale scende al 24 percento e che uno degli indici di recidiva più basso d'Europa (30-40 percento nei primi tre anni) è ottenuto in Svezia, soprattutto attraverso il lavoro all'esterno e con pene non carcerarie.

Venendo a discorsi più pratici, quale le sembra sia l'atteggiamento dell'attuale governo nei confronti del sistema carcerario?
Abbiamo un Ministro della Giustizia serio e volenteroso, che sicuramente sta cercando di fare bene. Il parlamento spesso glielo impedisce.

Il movimento per l'abolizione del carcere viene paragonato al movimento per l'abolizione dei manicomi. Parlate di Basaglia, il cui progetto inizialmente veniva considerato un'utopia, ma contava sull'appoggio di un fervente movimento intellettuale. Vede il potenziale per un movimento e un percorso simile dietro alla riforma del sistema penitenziario?
Sì. Mi rendo conto che siamo appena agli inizi. Mi rendo conto che il nostro è praticamente il primo detto che propone completamente e praticamente questa tesi, attraverso misure applicabili, realizzabili, che possono, anche nell'attuale sistema legislativo, essere approvate e messe in atto. Quindi siamo appena agli inizi di un percorso che sarà inevitabilmente lungo, ma che io ho buona fiducia poter raggiungere dei consensi.

Si può arrivare a un miglioramento della forma carceraria o bisogna ripensarla completamente?
Noi diciamo che bisogna ripensarla. Bisogna davvero considerare il carcere come extrema ratio, misura che va destinata solo in condizioni particolari, circoscritte, adottata solo nei casi indispensabili, dove altre misure si rivelino inefficaci. In tutti gli altri casi, bisogna pensare a misure diverse dal carcere.