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Perché l'Italia è ossessionata dalla Libia?

Mentre la Libia si trova in uno stato di sostanziale anarchia, con due governi, due parlamenti e scontri tra milizie da nord a sud, c’è un paese che più degli altri guarda con attenzione alla situazione: l'Italia.

di Vincenzo Marino
27 ottobre 2014, 11:17am


Manifestazione per l'anniversario della "rivoluzione del 17 febbraio." Febbraio 2012, Bengasi. Foto via Flickr/Andy Carvin.

Quando nel 2009 Gheddafi arrivò a Roma per suggellare i rapporti tra Italia e Libia, bloccando la città e riempiendo Villa Pamphili di tende e hostess, nessuno immaginava che nel 2011 il regime della Jamahiriyya sarebbe finito nel sangue, o tantomeno che a distanza di cinque anni la Libia si sarebbe ritrovata in uno stato di sostanziale anarchia.

Oggi, dopo la rivoluzione, l’intervento militare occidentale e vari governi di transizione dimostratisi incapaci di domare i conflitti interni, il paese è diviso in quattro ed è terreno di scontri e una guerra fra due coalizioni, con due governi e due parlamenti frutto del caos successivo alle elezioni di giugno.

Da una parte c’è Alba Libica, un raggruppamento genericamente definito “islamista” che include le milizie di Misurata ribellatesi nel 2011 al regime del colonnello, e che controlla il governo di Tripoli e le sue strutture burocratiche. Dall’altra c’è il governo di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dal governo egiziano da un trattato d’assistenza militare.

Infine, se a sud permane un mix tra jihadismo, organizzazioni criminali e scontri tra tribù, a 360 chilometri da Tobruk e a 650 da Tripoli c’è Bengasi, il vero campo di battaglia tra il governo riconosciuto—attraverso l’operazione Dignità del generale Haftar e l’appoggio dell’esercito—e le forze che controllano la città. Tra queste c’è Ansar Al Sharia, un gruppo ritenuto vicino ad Al Qaeda e accusato dell’uccisione dell’ambasciatore americano Chris Stevens nel settembre del 2012.

In questo quadro—definito di volta in volta possibile “nuova Somalia” o “Woodstock dei terroristi”—c’è un paese che più degli altri guarda con attenzione alla situazione libica: "L'Italia è pronta a stare al fianco del popolo libico, se lo vorrete. Bisogna salvare la Libia da un destino che non merita." Così si è espressa il ministro degli Esteri Federica Mogherini durante la visita a Tripoli dello scorso 11 ottobre.


L’Italia, dall’altra parte del mare, è infatti da tempo un vicino privilegiato, la porta verso l’Occidente del traffico migratorio, e la Libia una porzione di terra dalla quale l’Italia pare ossessionata, chiunque sieda al governo.

“Più che di ossessione parlerei di necessità,” mi spiega Arturo Varvelli, ricercatore dell’Istituto degli Studi di Politica Internazionale e uno dei principali esperti di Libia in Italia.

“La Libia è una terra molto vicina, con la quale abbiamo dei trascorsi storici, sulla quale vantiamo relazioni bilaterali da anni. È un po’ il nostro giardino di casa,” aggiunge. E poi, dal punto di vista energetico, “noi siamo fortemente dipendenti dalla Libia: da lì, durante il regime di Gheddafi, importavamo addirittura un terzo del nostro approvvigionamento, fra gas e petrolio.”

Dopo trascorsi difficoltosi legati al passato coloniale e la crisi diplomatico-militare del 1986, le relazioni bilaterali tra Italia e Libia hanno subito una svolta culminata nel Trattato di Amicizia e Cooperazione del 2008. L’Italia si sarebbe impegnata a risarcire il paese per i danni coloniali in cambio di uno sforzo contro l’immigrazione clandestina e l’instaurazione di una forte partnership commerciale, che coinvolsero investimenti pluriennali fino a un centinaio di miliardi di euro.

Le più grandi corporate italiane (come Impregilo, Finmeccanica, Fiat) godettero appieno dei nuovi accordi, in un interesse reciproco che portò il fondo sovrano libico ad acquistare numerose partecipazioni italiane. L’ENI—operativa in Libia sin dal 1959 ed entità rilevante nel gasdotto Greenstream che collega i due paesi—riuscì a ottenere accordi per il rinnovo delle concessioni fino al 2045, confermando il ruolo di maggiore investitore nell’area.

Non deve quindi stupire che gli eventi del 2011 e la campagna militare occidentale—sulla quale il Governo Berlusconi fu inizialmente molto riluttante—avessero preoccupato l’Italia, timorosa che questi potessero incidere negativamente sul volume d’affari, a causa della produzione instabile degli idrocarburi e l’ovvia perdita dello status di partner privilegiato.

Tuttavia le possibilità per fare affari non sono mancate: dopo la caduta di Gheddafi centinaia di piccole e medie imprese si erano dette pronte alla ricostruzione, con tanto di apposite task force, e nel 2013 l’export italiano verso la Libia ha raggiunto la cifra di 2,87 miliardi di euro, superiore persino al massimo storico del 2010 (2,7 miliardi). Ancora a dicembre 2013, il presidente del Libyan Policy Institute in visita a Roma parlava di “grandi opportunità” per le imprese italiane, “nei settori dell'energia, alimentare, franchising, costruzioni autostradali e delle ferrovie ad alta velocità, servizi finanziari, turismo culturale.”

Da allora, però, la situazione è nuovamente precipitata e anche gli appalti delle opere pubbliche concordati tra Gheddafi e il governo Berlusconi (tra i quali l’imponente Autostrada Dell’Amicizia, 1700 chilometri lungo la costa) sono bloccati. Soltanto ENI, spiega chi ha ancora sedi e impianti su suolo libico, attualmente opera nella regione. Nello scorso luglio il Ministero degli Esteri avrebbe raccomandato ai connazionali di lasciare il paese.


Il documentario di VICE News dalla Libia.

I governi italiani che hanno dovuto gestire il rapporto con la nuova Libia si sono mossi a vari livelli. Fino a giugno scorso, attraverso l’Operazione Coorte, l’esercito italiano ha selezionato, portato nelle basi italiane e addestrato centinaia di soldati delle nuove forze armate libiche—l’operazione al momento è stata sospesa per motivi di sicurezza. In più altri progetti, peraltro non poco costosi, sono stati finanziati a supporto delle unità di mare per fronteggiare il traffico di esseri umani (anche con la concessione e la manutenzione di alcune motovedette), e per rifornire le forze armate di generi di prima necessità.

E sempre a giugno, il ministro degli interni Alfano aveva dichiarato riferendosi all'immigrazione, "L'Italia non può farsi più carico del disastro creato in Libia dagli altri Paesi occidentali,” mentre a settembre, rivolgendosi all’Onu, il presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva descritto quella libica come una crisi “sottovalutata.” Ma qual è il motivo di questo interesse?

“Ovviamente la Libia ci interessa per questioni di carattere energetico,” risponde Mattia Toaldo, policy fellow presso lo European Council on Foreign Relations di Londra. “Tuttavia in questo momento forse è il problema che preoccupa meno,” anche perché la “produzione petrolifera è passata da 150mila barili di questa estate agli attuali 800-900mila.”

La prossimità geografica, e le dinamiche migratorie, portano inevitabilmente a un secondo fattore: quello del traffico di esseri umani.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati la maggior parte dei migranti che arrivano in Italia inizia il viaggio proprio dalla Libia, “terra di passaggio e partenza del 70-80 percento degli arrivi via mare.” Nei primi otto mesi del 2014, secondo la Farnesina, i migranti approdati in Italia sono stati 130mila, già il doppio del dato del 2011—anno in cui scoppiarono le rivolte arabe.

Questo movimento migratorio, continua Toaldo, sarebbe facilitato dalla presenza di “spazi ingovernati che permettono alle organizzazioni criminali in alcune città della costa di favorire il traffico di esseri umani.”

A settembre infatti governo e parlamento—eletto con un’affluenza spaventosamente bassa—erano stati costretti a rifugiarsi nella città di Tobruk mettendo fra sé e la vecchia capitale Tripoli più di mille chilometri di distanza, una mossa che Toaldo definisce una sorta di “8 settembre libico.”

Ma a Tripoli sono rimasti i centri di controllo politico, burocratico ed economico. I ministeri, la Banca Centrale (che gestisce gli introiti provenienti dall’esportazione di gas e petrolio) e le ambasciate sono ancora sotto l’egemonia delle truppe che controllano la capitale. Tra queste c’è l’ambasciata italiana, l’unica di un paese UE—insieme a quella di Ungheria, Malta e Regno Unito, che ha poi sospeso le attività ad agosto—a restare su suolo libico.

Da una manifestazione a Tobruk contro Alba Libica e le uccisioni a Warshefana.

Attualmente, quindi, l’Italia è costretta a riconoscere un governo riparato in Cirenaica, nell’est del Paese, con il rischio teorico di doversi relazionare con le milizie di Tripoli “per poter continuare a fare i nostri affari, che vedono la Tripolitania al centro al punto di vista sia energetico—con le piattaforme di petrolio e i giacimenti di gas—che migratorio,” precisa Varvelli, giacché larga parte dei flussi migratori salpa proprio a pochi passi da Tripoli.

Dover riconoscere un governo senza effettivo potere territoriale, e trattare con un altro per questioni politico-economiche, potrebbe essere decisamente un problema. “Se oggi scrivessi al ministero degli esteri libico per avere un visto,” suggerisce Toaldo, “lo otterrei paradossalmente da quelli che controllano Tripoli, ossia quelli che il governo riconosciuto dalla comunità internazionale definisce terroristi.”

Una specie di limbo diplomatico: “Neanche l’ONU è più presente a Tripoli,” continua il ricercatore. Così quella italiana, di fatto, continua a essere una presenza importante sul territorio—“forse l’unica presenza attiva,” specifica Varvelli—avendo agito spesso come facilitatore in molti dei negoziati e mantenendo la linea del dialogo aperta, con una posizione distinta rispetto a Paesi come Francia ed Egitto.

Nessun paese, però, appare indispensabile: “Nessuno da solo in questo momento può esser capace di sistemare la situazione,” spiega Varvelli, “perché non esiste di fatto la possibilità d’intervenire e pacificare una faccenda tanto complicata”.

L’estrema complessità dello scenario di certo non favorisce un racconto giornalistico chiaro. In qualche modo, sembra che la questione libica sia stata sottostimata anche a livello mediatico. “Ho visto molti osservatori, generalmente capaci, semplificare la situazione e ridurla con delle banalizzazioni,” continua Varvelli. “Ad esempio, quella della lotta fra ‘islamisti’ e ‘anti-islamisti’ è una chiave di lettura semplicistica, non veritiera in buona parte del paese.”

In un certo senso, spiega, è un modo di ridurre tutto attraverso i nostri “framework mentali, per permetterci d’individuare facilmente buoni e cattivi.” E in questo senso, “gli unici cattivi veramente identificabili sono proprio le forze di Ansar Al Sharia, ma non possiamo certo dire che gli altri miliziani sianoi buoni.

Il problema, però, “non è tanto il terrorismo, che è un epifenomeno, ma gli spazi senza governo che quell’epifenomeno lo creano,” dice Toaldo: “sicuramente più di una persona nell’establishment di sicurezza italiano avrà notato ciò che sta accadendo a Derna e a Bengasi, dove stanno emergendo vari gruppi collegati all’ISIS.” Ed è sempre dall’ISIS che molti combattenti starebbero facendo ritorno in Libia per combattere Haftar.

A Derna, in particolare, ha sede il Consiglio della Gioventù Islamica, che esiste già da un anno e ha dichiarato la sua appartenenza al califfato solo poche settimane fa. “Ma era pericoloso anche prima di farne parte, lo è sempre stato.”

“Se i fatti di questi giorni continuano,” avverte Toaldo, “per l’Italia si mette molto male. Si rischia di avere una fusione tra i peggiori scenari che si possono immaginare, e cioè un mix tra ciò che avviene in Mali, Yemen e Siria, ma a una manciata di chilometri di distanza.”

Nelle scorse settimane le Nazioni Unite hanno cercato una soluzione mediata. Il negoziato verte su due punti: l’istituzione di un parlamento di “unità nazionale” e la ricerca di un sistema consensuale, così da ridurre al minimo le opportunità di scontri armati.

Arturo Varvelli però crede sia “l’ultima chance, altrimenti dovremmo avere a che fare con una Libia instabile, più o meno a livello semi-anarchico, per un lungo periodo—io m’immagino tra i 5 e i 10 anni almeno.”


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