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Le cose di Virginia

Non avrai altro Papa all'infuori di me

Se ieri vi siete avvicinati anche solo a un televisore, un computer o un cellulare avrete notato che la doppia canonizzazione ha monopolizzato l'informazione. E se è successo, capirete che non è possibile definire l'Italia un Paese laico.
28.4.14

L'homepage di Repubblica.it.

Ieri mattina mi sono svegliata, e, come spesso mi capita la domenica mattina, ho deciso di dedicarmi all'ozio e a una colazione quasi infinita mentre mi lasciavo trasportare dalle notizie dal mondo, senza l'impatto che queste hanno durante la mezz'ora che concedo loro nei giorni feriali—Renzi-PIL-Renzi-Renzi-Grillo-Sigaretta-ah devo andare. È un tempo infrasettimanale che spenderei più volentieri a guardare foto di gattini, ma che mi fa sentire comunque più a contatto con la realtà. Questa domenica, quindi, decisa a riconciliarmi con la sete di conoscenza, sono andata a fare un giro per il mondo così com'è raccontato dall'Italia, e ho ricevuto una bellissima sorpresa.

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Nel mondo—non solo nel mondo dell'informazione telegiornalistica o internetgiornalistica—nel mondo, dicevo, secondo l'Italia succedeva solo il Papa. Molti indizi avrebbero dovuto comunicarmi questo climax proprio nell'ultima domenica di aprile, quando credevo che gli argomenti cattolici si fossero esauriti e che sarebbe rimasto, magari, da parlare della recentissima festa della liberazione—passata stranamente in sordina tra due macro-eventi ancor più rivoluzionari come la resurrezione di Gesù (non succede mai) e un poker di Papi.

Tra gli indizi principali c'è stata la bellissima trovata di Milano, che dal 23 aprile al 10 maggio ha deciso di stampare biglietti ATM "da collezionare" per celebrare l'evento dell'anno, ovvero la doppia canonizzazione di Papa Giovanni Paolo II e di Papa Giovanni XXIII. Il comunicato stampa dell'Azienda Trasporti Milanesi recita che "Si tratta di un’emissione 'speciale' da collezionare e verrà riproposto in occasione di altri eventi e ricorrenze di assoluta rilevanza." Mi è parso che la rilevanza di questo evento, da parte di ATM come di molte istituzioni laiche, sia stata una forzatura che va ben oltre la concezione di libera Chiesa in libero Stato, un omaggio insensato e fastidioso, oltre che di dubbissimo gusto.

Fortunatamente sono in possesso di uno schedino elettronico ricaricabile che mi ha permesso di non avere tra le mani il pezzo da collezione. Eppure il mio disagio a riguardo non si è limitato al caso biglietti, per i quali l'incazzatura si è ridimensionata giusto nel momento in cui sono iniziate a comparire nella home dei miei social network foto di cannonizzazioni eseguite con filtri papali. Come dicevo, però, mi sono svegliata e ho fatto un giro di zapping domenicale come non facevo da un po', e ho notato che, tranne in rari casi (telefilm in replica, Grande Fratello e altre simili boiate) in televisione si parlava solo e unicamente della quadruplicata papalità. Servizi di anticipazione della fatidica messa e interviste ai pellegrini ("come si sente, è emozionato?" "Sì") avevano monopolizzato il 100 percento delle notizie di ogni telegiornale, e le homepage dei principali quotidiani erano totalmente invase dal trending topic #2papisanti.

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Persino l'ultimo baluardo della rossità laica telegiornalistica, la signora Concita de Gregorio, sembrava letteralmente posseduta—o forse farei meglio a dire hackerata, dato che il suo Twitter non si è distinto da quello di un qualsiasi reporter d'assalto infiltratosi in Piazza San Pietro con uno smartphone e tanta, tanta voglia di hashtag. Mentre lei abusava di #papisanti qualcun altro stava coniando l'appropriato hashtag #APAB.

Scontri tra i pellegrini e le #fdo #violenzainaudita #èstatodestro #cariche #APAB pic.twitter.com/H3PwZLZ8gP

— conte_marx (@conte_marx) April 27, 2014

Chiaramente il primo pensiero del giorno, dopo questo traumatico risveglio, è stato chiedermi come sia possibile ritenere l'Italia uno Stato laico quando ogni suo mezzo di comunicazione è palesemente asservito all'etnocentrismo religioso della Chiesa cattolica, quando, con i Patti Lateranensi ancora in vigore, il nostro sistema politico, la nostra storia e la nostra società sono completamente soggiogati a uno Stato nello Stato che non paga l'ICI, non dichiara il proprio reddito e possiede immobili esentasse su tutto il territorio.

Lasciando perdere, però, i discorsi triti su IOR, tasse, pedofilia, patriarcato, diritti civili e così via, sono cosciente, grazie a Benedetto Croce, che non possiamo non dirci cristiani e che questa matrice, culturale più che religiosa, sia stata storicamente fondamentale per il nostro Paese. Il problema, però, non sta più tanto nella presenza della libera Chiesa in non libero Stato e nella sua politica—che oggi è diventata un ridicolo teatrino, e non è più nemmeno un alleato, né per lo Stato Pontificio né per gli italiani stessi—quanto nei mezzi di comunicazione che, grazie a Internet e alla proliferazione di canali dedicati, potrebbero davvero smarcarsi dalla monotonia dell'affiliazione vaticana e assumere quantomeno un approccio polifonico.

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Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore, diceva Flaiano, e presumeva che fossero un popolo costituzionalmente non in grado di liberarsi per davvero da una dittatura. Fa molto ridere rileggere queste frasi pensando che il 25 aprile, quest'anno, sia stato davvero un giorno come tanti, e che il ricordo dell'unica azione italiana di lotta contro noi stessi e la nostra tendenza gregaria sia stato palesemente annullato dalla potenza mediatica di un avvenimento cui poca parte del popolo italiano, secondo i miei calcoli, avrebbe dovuto essere COSÌ TANTO interessata.

Il fatto che sia successo a stretto contatto con la ricorrenza più importante della storia recente d'Italia ha solo smascherato la triste verità. Sul Facebook del sindaco di Milano c'è stato un timido riferimento al fatto che questa è una città antifascista e lo sarà sempre, ma anche solo la timidezza con cui un'istituzione pronuncia la parola antifascista è eloquente del fatto che, ad oggi, il termine ha assunto connotazioni che potrebbero rivelarsi ambivalenti, soprattutto sotto campagna elettorale.

La disgrazia della Resistenza, l'unico momento di profonda dignità e affermazione del popolo italiano, è stata quella di passare sempre di più nelle mani di una sola parte politica e, tra i più giovani, di un solo immaginario collettivo, centrosocialino e patchanka, da Modena City Ramblers, fisarmoniche e kefia.

I media hanno indubbiamente un ruolo in questa perdita di memoria storica e in questa disgregazione ignorante della nostra forza laica e italiana. La sera del 25 aprile sono andati in onda questi programmi: la quinta ed ultima puntata del talent show La Pista, una nuova puntata di Virus - Il contagio delle idee, il film Faccia a faccia, commedia del 2000 con Bruce Willis, la prima puntata di El Tiempo Entre Costuras, titolo italiano Il tempo del coraggio e dell'amore, fiction spagnola di successo, la sesta puntatata di Colorado, programma di cabaret, una nuova puntata di Quarto Grado, programma di cronaca nera, una sorta di best of di Crozza nel Paese delle meraviglie 2014.

Potrei andare avanti per almeno altri 100 canali. Gli stessi che hanno appoggiato, senza battere ciglio, la nuova onda gesuitica di evangelizzazione "irrilevante" (almeno, dovrebbe essere meno rilevante della Resistenza, per un laico) cresciuta a dismisura nell'ultimo anno di crisi con Papa Francesco. Di quest'anno, di quest'aprile, ci ricorderemo solo i Papi santi, forieri di ascolti stellari e di turismo assatanato per il Comune di Roma. È bello ricordare solo ciò che fa comodo.

Thumbnail via. Segui Virginia su Twitter: @Virginia_W_