Una breve storia della cultura skinhead

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Una breve storia della cultura skinhead

Toby Mott ha messo insieme un'enorme raccolta di fanzine, foto e pubblicazioni d'epoca per raccontare la nascita e l'evoluzione della cultura skinhead. Gli abbiamo chiesto come ci è riuscito.
05 gennaio 2015, 8:54am

Quella skinhead è una cultura molto ampia e sfaccettata, che dalla Gran Bretagna di fine anni Sessanta, dove è nata, si è diffusa attraverso evoluzioni, scissioni e derive che l'hanno profondamente trasformata. A questa complessità, e alla confusione che spesso suscita il termine, Toby Mott ha deciso di rispondere con Skinhead – An Archive, una raccolta di materiale e pubblicazioni a tema skinhead edita da Ditto Press con la collaborazione di Jamie Reid.

Il libro si concentra sul revival skinhead di fine Settanta e inizio anni Ottanta, ma ripercorre anche le origini del fenomeno e le sue divisioni attraverso fanzine, foto, pubblicazioni varie e volantini. Abbiamo chiesto a Toby come è nato.

VICE: Come sei entrato in contatto con la cultura skinhead?
Toby Mott: Negli anni Settanta ero un punk, un punk-artista della classe media. La cosa figa è che all'epoca il punk era un melting pot in cui non si facevano distinzioni di classe o razza, perché quelli che vi gravitavano attorto erano dei ribelli, o comunque persone inquiete, che trovavano rifugio nel punk. Poi tra fine Settanta e inizio Ottanta c'è stata una scissione: da una parte i punk della sinistra da accademia di belle arti, e dall'altra la cultura skinhead.

Erano entrambe sottoculture nel mirino della Thatcher, ma quella skinhead ha assunto un'identità più rigida. Prendeva le mosse dagli skinhead della classe operaia delle origini, degli anni Sessanta, ma aveva subito una feticizzazione. Nel libro questo aspetto emerge abbastanza: tra gli skinhead di fine anni Sessanta e inizio anni Settanta c'era più libertà d'interpretazione. Ma col ritorno, negli anni Ottanta, i canoni erano già ben definiti, dalla larghezza delle bretelle ai buchi delle Dr. Martens.

Cosa ti piaceva allora di questa sottocultura, se non ne facevi parte in prima persona?
Per essere uno skinhead nella Gran Bretagna degli anni Ottanta dovevi rispettare un codice ben preciso. C'era un'interpretazione molto severa di quell'identità. La parola fondamentale era "autenticità". L'obiettivo comune era l'essere autentici skinhead, ed è questa tensione verso l'ideale che mi aveva conquistato.

Quando hai iniziato a raccogliere materiale sugli skinhead?
Da ragazzino andavo ai concerti in posti come l'Hope and Anchor di Islington. Ci suonavano gruppi come Ruts DC o Adam and The Ants, eravamo tutti giovani—15, 16 anni—e girava un sacco di materiale cartaceo. C'erano anche dei dischi, ma si trattava più che altro di pubblicazioni cartacee che passavano di mano in mano.

Che tipo di pubblicazioni erano?
Materiale politico, tanto di destra che di sinistra. Eravamo tutti molto politicizzati, anche se la nostra era un'interpretazione molto cruda della politica. Io ero di sinistra, ma nei posti che frequentavo mi capitava di trovare gente che distribuiva volantini del British Movement. Eravamo minorenni, non potevamo ancora votare, quindi il nostro fare e vedere la politica era diverso. Distribuivano anche Bulldog, che non definirei proprio una rivista, ma era comunque una pubblicazione del National Front rivolta ai liceali. Io raccoglievo tutto, perché mi intrigava. Non per le idee, ma per gli oggetti in sé.

Che differenze c'erano tra le pubblicazioni punk e skinhead?
A livello visivo quelle skinhead erano molto meno articolate e più crude, perché non c'erano le pretese artistiche del punk. Nel punk c'erano riferimenti al Dada o ai collage di John Heartfield. Gli skinhead da una parte non avevano alle spalle quella formazione, e dall'altra la rifiutavano.

È interessante come una cultura del genere e il suo immaginario siano poi stati avvicinati a gruppi di estrema destra e successivamente ripescati dalla cultura gay. Come pensi sia successo?
C'è chi ha cercato di spiegarlo in ambito accademico, ma io credo che se si guarda alla cultura gay, al "leather man" e ai Village People, torna quella ricerca di un'identità forte e ipermascolina. Negli anni Settanta c'era l'archetipo gay del " Castro clone", con baffi, cappello di pelle, maglietta bianca e giacca e pantaloni di pelle. Penso che i giovani inglesi non si ritrovassero molto in questa immagine; ascoltavano i Bronski Beat e cercavano di imitare gli skinhead, come il cantante Jimmy Somerville, che era effettivamente gay.

Interessante.
Sì, e poi c'è il caso di Nicky Crane, una delle figure più note associate all'immaginario skinhead. Era il leader del British Movement, aveva posizioni apertamente razziste e al contempo era omosessuale.

Ma se guardi all'aspetto esteriore, per certi versi c'è qualcosa di molto omosessuale in tutta la faccenda. Lo chiamano dandismo da classe operaia. Dalle fanzine emerge tutta questa rigidità dei canoni dell'abbigliamento. Prima gli uomini non erano così interessati ai vestiti.

Come mai hai deciso di farne un libro, dopo tutto questo tempo?
Avevo per le mani 3750 pezzi, usciti per lo più tra il 1976 e il 1980. Mi ci sono voluti circa 18 mesi per passare in rassegna il materiale e decidere cosa includere. È stato difficile, perché volevo mostrare tutti i volti del fenomeno—le prime incarnazioni, il revival, le ragazze, l'evoluzione all'estero, gli antirazzisti, i razzisti. Non volevamo lasciare fuori niente, mettendo tuttavia ogni cosa al suo posto.

Penso che il risultato sia una storia raccontata in modo obiettivo e neutrale. Dentro ci sono cose in cui ovviamente non ci riconosciamo, e non vogliamo essere offensivi, ma semplicemente presentare tutto il materiale raccolto.

Penso sia il primo libro nel suo genere. Circolano molte foto, perché se eri un fotografo e ti immergevi in una determinata cultura finivi per fotografarla. È quello che ha fatto Nick Knight, perciò c'è una grande quantità di materiale fotografico. Questo non è un libro fotografico, ma un libro che contiene cose prodotte da skinhead. È la cultura a cui appartengono raccontata da loro stessi, e non una panoramica esterna.

Skinhead – An Archive è edito daDitto Press

@MillyAbraham /@DittoPress