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Get Swiss or Die Trying

Da luglio, il centro di accoglienza più remoto della Svizzera ha trovato posto in un bunker militare abbandonato tra le Alpi, dove eritrei e afghani passano le giornate nell’attesa di scoprire se sarà concesso loro il diritto di rimanere nel Paese.
2.12.13

Il centro di accoglienza del Lucomagno, nelle Alpi svizzere.

Da luglio, il centro di accoglienza più remoto della Svizzera ha trovato posto in un bunker militare abbandonato tra le Alpi. Dall’esterno della struttura, sulla cima del Passo del Lucomagno, non si vede altro che una quantità infinita di rocce e un bacino dall'acqua luccicante così fredda che la pelle inizia a bruciare non appena immergi il piede. L’unico rumore è il ronzio incessante dei fili ad alta tensione che attraversano il piccolo pilone all’ingresso del centro di accoglienza.

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Il centro ospita tra i 50 ei 80 uomini, mandati in montagna nell’attesa di scoprire se sarà concesso loro il diritto di rimanere nel Paese. I residenti dormono nei rifugi che condividono in gruppi di cinque e seguono una routine strettamente disciplinata—tre pasti al giorno, luci spente alle 10:00, e se si vuole lasciare il campo, bisogna aspettare il fine settimana.

Questo centro è il primo di una lunga serie, dal momento che una legge approvata quest’estate consente che le strutture militari abbandonate vengano trasformate in "zone di integrazione". A causa delle difficili condizioni atmosferiche, a novembre molti dei detenuti sono stati rimossi dal centro di Lukmanier e spostati altrove. Poche settimane prima che ciò accadesse, nel mese di ottobre, abbiamo fatto una in gita in montagna e siamo andati a fargli visita.

La prima persona che abbiamo incontrato è il diciottenne afghano Narsi. Si descrive come una persona con un buon senso dell’umorismo, che odia i prodotti provenienti dalla Cina e ama le automobili. Narsi aggiunge che il paesaggio e i sentieri circostanti sarebbero perfetti per un rally automobilistico. Il suo profilo Facebook è pieno di sue foto in blazer nero, sulla spiaggia di fronte alla Lexus rimasta a casa. Ha davvero 18 anni? Dice di sì, ma il dipartimento di immigrazione è diffidente, dal momento che un sacco di richiedenti di asilo fingono di essere minorenni per accelerare l’iter della loro richiesta d'asilo.

Come tanti altri rifugiati afghani, Narsi ha trascorso la maggior parte della sua infanzia in Iran, ma si è trasferito in Turchia non appena la vita lì ha iniziato a peggiorare. A pochi passi dell'Europa, prima di attraversare la Grecia, lui e i compagni di viaggio sono stati abbandonati, coi loro passaporti come unico bene. Da lì in poi, le loro strade si sono separate. Anche se Narsi dice che si immaginava un’Europa un po’ più ospitale, non si lamenta delle condizioni di vita nel centro—con l’eccezione della noia e del cibo insipido.

Lui è “Beer Wolf”: è etiope, e lo chiamano così perché nessuno riusciva a pronunciare correttamente il suo nome. Beer Wolf non condivide l’ottimismo di Narsi, odia le montagne e le escursioni. Sua moglie e i suoi figli vivono a circa un’ora di distanza—a Buchs, nel San Gallo—e sente la loro mancanza. Se la sua richiesta di asilo non andasse in porto sarà rispedito in Grecia, suo punto di entrata in Europa. Ha sentito dire che è molto più facile ottenere asilo in Grecia, ma per ora è bloccato sulle montagne svizzere.

La terza persona con cui parliamo è Joseph, un fioraio eritreo che parla francese. Gli altri detenuti del centro di accoglienza del Lucomagno lo chiamano “Il mafioso”, e se ci fosse una competizione per il look migliore, lui si aggiudicherebbe indubbiamente il titolo. Lo abbiamo incontrato mentre era impegnato in una concitata conversazione telefonica: aveva appena scoperto che sarebbe stato espulso a causa della sua “cattiva condotta”. Non poteva dire cosa s’intendesse per “cattiva condotta”, e non aveva idea di dove lo avrebbero spedito.

La sua lamentela principale è che ai residenti del centro non vengano assegnati vestiti adatti al clima al di là degli abiti da lavoro, che non sono autorizzati a portare fuori dall’orario di lavoro. Per i richiedenti di asilo al centro di accoglienza di Lukmanier, gli impieghi consistono in lavori sociali che vanno dalla rimozione dei detriti dai sentieri escursionistici ai lavori stradali. Quando Joseph non è occupato in queste attività, si aggira per le montagne nei suoi stivaletti di coccodrillo fumando una sigaretta dopo l'altra.

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Quello del centro del Lucomagno è un caso particolare, ma non isolato: semmai, è sintomatico del volto moderno delle politiche migratorie svizzere. Già nel mese di agosto, ad esempio, dieci richiedenti di asilo avevano organizzato una protesta a Soletta dopo essere stati costretti a vivere in un rifugio antiaereo senza fonti di luce e aria. Sembrerebbero richieste ragionevoli, eppure la loro manifestazione è stata un disastro; qualche presente ha risposto col lancio di birra e latte, e le autorità svizzere hanno ritirato i salari e il cibo che gli spettavano. A quattro giorni dall'inizio del sit-in, la polizia ha sgomberato l'area e i dieci richiedenti l’asilo sono stati separati e condotti in località diverse.

Ma l'elenco continua: abbondano le storie di migranti a cui è stato vietato l’accesso a piscine, campi sportivi, scuole e chiese, così come quelle sul Minimalcenter Waldau del distretto di Landquart. È lì che finisci se si manifestano “problemi comportamentali” negli altri centri di accoglienza. A gennaio, il trentaduenne palestinese Feras Motaleeb è morto in circostanze misteriose. Era stato portato a Waldau a causa di una rissa nella quale era rimasto coinvolto in un altro centro di accoglienza—e anche perché si era rifiutato di spegnere la sigaretta nel centro di transito di Cazis, che consiste in una sorta di smistamento postale dei richiedenti di asilo.

Con l'integrazione degli accordi di Schengen nella normativa EU, la politica europea in materia di asilo politico ha preso le mosse dall’idea tedesca del “paese d'origine e paeseterzo sicuro.” Ciò significa che le persone che sono penetrate "illegalmente" nel territorio di Schengen possono essere rispedite indietro. Per evitare quest'eventualità, milioni di migranti si sbarazzano dei loro passaporti, e il risultato è un incubo burocratico che blocca nel sistema migliaia di persone.

E in tutto ciò, la scelta della Svizzera di investire denaro nella conversione di vecchie basi militari in centri d’isolamento per persone bisognose ha uno strano tempismo. La crescita della popolazione è scesa, il tasso di disoccupazione ha superato un relativamente alto 3 percento e le società sono costantemente a corto di personale. Ma ancora più strana era l’immagine di decine di escursionisti con la faccia spalmata di crema solare, che durante la camminata si imbattevano in queste masse di richiedenti asilo senza avere la minima idea di chi avessero di fronte.

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