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Attualità

Cosa succede quando i detenuti musulmani in Italia riscrivono la costituzione

Il documentario Dustur racconta l'incontro tra un gruppo di detenuti musulmani e la costituzione italiana. Da quest'incontro, i protagonisti saranno chiamati a scrivere la loro costituzione ideale. Ne abbiamo parlato con il regista.

di Flavia Guidi
26 aprile 2016, 5:35am

Tutte le foto per gentile concessione di Marco Santarelli.

In una stanza della biblioteca del carcere della Dozza di Bologna, un monaco, alcuni volontari, un ex detenuto e una decina di carcerati musulmani parlano di pena e della funzione del carcere. In Algeria, fa notare un detenuto, il carcere si chiama "istituzione per il reinserimento e la rieducazione," e lì la pena, a differenza di quanto avviene in Italia, non ha una funzione punitiva.

Il documentario Dustur ("costituzione" in arabo), vincitore di numerosi premi, racconta questo—il confronto tra culture diverse su un tema come quello della legge e di chi la infrange. Il film si svolge intorno a due storie: una dentro al carcere della Dozza di Bologna, tra detenuti e i volontari; l'altra fuori, dove il protagonista è un ragazzo marocchino di 26 anni, Samad. Mentre dentro il carcere un gruppo di nordafricani frequenta un corso sulla costituzione italiana, Samad fuori studia giurisprudenza e si ricostruisce una vita dopo aver passato cinque anni in prigione per spaccio. Le due storie si incontrano alla fine, quando i personaggi si ritrovano insieme nella biblioteca del carcere per stendere la costituzione ideale.

Ho deciso di contattare Marco Santarelli, il regista del documentario, per saperne di più sulla sua realizzazione e discutere dell'esperienza dalla quale è nato.

VICE: Da dove nasce l'idea di questo documentario?
Marco Santarelli: Nel 2011 ho girato un altro documentario nel carcere di Bologna. In quell'occasione ho conosciuto il volontario religioso che ha avuto l'idea di portare la costituzione in carcere tra i detenuti musulmani, e Samad, il ragazzo marocchino che nel 2011 era recluso nel carcere della Dozza e che oggi è fuori. Con entrambi ho costruito un rapporto di amicizia che si è solidificato nel tempo. Dustur nasce da questi due personaggi, dalla voglia e la necessità di raccontarli.

Cosa ti aspettavi quando hai iniziato e come poi si è evoluta l'idea durante le riprese?
È la prima volta che si tiene un corso del genere, non solo in Italia ma addirittura in Europa. Quando ne sono venuto a conoscenza non avevo ancora neanche la casa di produzione, ma era un'occasione che non volevo lasciarmi sfuggire e ho cominciato a girare.

La mia intenzione era di restituire nel modo più autentico l'esperienza che ho seguito nell'arco di sei mesi. Sinceramente non sapevo cosa aspettarmi, ma ben presto sono rimasto stupito dalla voglia di confrontarsi e conoscere dei ragazzi. Il fatto che siano stati disposti a un confronto con un monaco di fede cattolica su quelli che sono temi laici, e che fossero così vogliosi di partecipare mi ha colpito molto.

Si tratta di confronti anche duri alle volte—penso al dibattito sulla libertà religiosa...
Sì, esatto. Ovviamente gli argomenti più caldi come quello della Sharia negli ordinamenti costituzionali dei loro paesi di origine e sulla libertà di culto hanno suscitato confronti anche duri. Ma nessuno si è alzato e se ne è andato.

Quei confronti sono stati importanti perché andando anche a scavare nei dettami dell'Islam, i ragazzi spesso si sono resi conto che quello che credevano non corrispondeva alla realtà. È proprio questa la parte più importante del corso: il fatto che non piloti le persone ma che le porti a confrontarsi, a mettere sul piatto quello in cui credono e a metterlo in discussione, come è successo a molti durante il corso.

Mi parli di Samad, il ragazzo protagonista del documentario?
L'ho conosciuto in carcere durante le riprese di un altro documentario,e siamo rimasti in contatto fin quando è uscito. Son due anni che cerca di cambiare vita, sta lavorando, è iscritto a giurisprudenza, ha incontrato tante persone giuste che l'hanno aiutato. Nella maggior parte dei casi i suoi coetanei, una volta usciti, nel giro di sei mesi sono di nuovo in carcere. Mi piaceva e m'interessava dare un esempio, un modello che sentivo importante e anche vicino. Per me lui è una figura centrale. La sua vita mette in pratica ciò che è la costituzione ideale. È l'altra faccia: se dentro si discute, fuori lui vive quello a cui gli altri aspirano.

La sua riabilitazione è avvenuta all'interno del carcere?
Solo in parte: il carcere svolge molto raramente la sua funzione riabilitativa. Samad ha avuto la grande fortuna di conoscere il professor Bori, un volontario morto nel 2015 che per tutta la vita si è occupato dei musulmani e che organizzava iniziative culturali. Tra lui e Samad è nata un'amicizia, e Samad si è iscritto all'università perché gliel'aveva promesso prima di morire.

Hai cominciato a girare il documentario nel 2014. Da allora ci sono stati Charlie Hebdo, il 13 novembre a Parigi, Bruxelles e un clima sempre meno accogliente nei confronti dei musulmani. Tutto questo in qualche modo si rifletteva all'interno del carcere?
Diciamo che questo non è stato un fattore che ha cambiato le discussioni né limitato il confronto, anzi forse lo ha arricchito. È un tema che ovviamente—come si vede anche nel documentario quando per esempio si parla di Daesh—entrava nelle loro discussioni ma non le dominava. Io ho trovato anche giusto il fatto che il corso andasse avanti senza farsi fagocitare dall'attualità. Chiaramente non so se è stato un caso poi, ma da gennaio [dopo l'attacco a Charlie Hebdo] sono aumentati anche i ragazzi che seguivano il corso.

Alla fine del documentario i ragazzi scrivono la loro costituzione ideale. Credi che sarebbe stata diversa se fosse stata scritta da persone di altre religioni?
Credo che i temi che la costituiscono siano valori umani, che trascendono dalla religione. Parlare di lavoro, di libertà, di istruzione, sono cose che vanno al di là di ogni credo. Ed è questo forse il messaggio più grande che ne esce.

Io sono molto affezionato a una frase di Samad che dice alla fine: "Non prendere mai una decisione quando hai fame. Quando uno ti mette davanti un foglio e ti dice firma e tu hai fame, allontana da te il foglio e mangia prima." Credo sia una frase molto forte, che fa capire moltissime cose.

Come è stato accolto il film?
L'ho presentato a Torino nei giorni degli attentati terroristici di Parigi; improvvisamente il tema è diventato di incredibile attualità e in sala c'è stata molta partecipazione, ma mai negativa. Poi mi hanno invitato a Parigi, luogo in cui per me era importantissimo andare. Sono rimasti tutti sorpresi dalla ricchezza degli incontri.

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