Fare fotogiornalismo in Iraq

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Fare fotogiornalismo in Iraq

Sebastian Meyer, fondatore della prima agenzia fotografica dell'Iraq, ci racconta la sua esperienza in prima linea.
30.5.12

Sebastian Meyer è un fotografo americano che nel 2009 ha lasciato Londra per spostarsi in Iraq. Lì, insieme al collega Kamaran Najm, ha fondato Metrography, la prima agenzia fotografica del Paese. Sebastian ha documentato i conflitti in Iraq, Afghanistan e Libia, e il suo lavoro è stato più volte premiato. Ha vinto un Exposure Award nella categoria Documentari e Fotogiornalismo per le fotografie scattate in Libia, e quest’anno è stato selezionato dalla Magenta Foundation: Emerging Photographers.

VICE: Cominciamo con la Libia. Cosa ti ha portato lì?
Sebastian Meyer: Durante la rivoluzione in Egitto mi trovavo a Baghdad. Mi svegliavo ogni mattina alle 5 e stavo fuori a fotografare tutto il giorno. Poi tornavo a casa e guardavo le notizie sugli avvenimenti della giornata in Egitto. Avrei davvero voluto trovarmi lì, ma non potevo mollare il mio incarico. Ultimato il lavoro, Mubarak si era già dimesso ed era in corso la rivoluzione in Libia. Così sono andato in macchina da Baghdad a Sulaimaniyya, nel Kurdistan iracheno, dove vivo. Ho preso 7000 dollari in contanti dalla paga per un lavoro che avevo svolto a fine gennaio, li ho ficcati in un calzino puzzolente e sono salito su un aereo diretto al Cairo. Lì sono entrato in contatto con il Washington Post e mi sono spostato in Libia.

Per quanto tempo sei rimasto?
Un mese e mezzo. Non volevo andarmene, ma dovevo consegnare un lavoro nel Minnesota all’inizio di maggio. Ho pensato di cancellare l’impegno, anche se alla fine ho preso la giusta decisione e sono partito. Ero esausto. La Libia è stata una storia incredibile da documentare. Era affascinante, ed è riuscita ad attirare l’attenzione del mondo intero. Ma è stato anche molto pericoloso e, a tratti, terrificante.

Qual è stata la situazione più difficile in cui ti sei trovato?
Ero a Misurata e ho seguito il personale medico nel centro della città, dove erano in corso i combattimenti. C’erano razzi, mortai e bombe a grappolo che atterravano ovunque. Il lavoro del personale dell’ambulanza era quello di non muoversi finché non fosse stato necessario soccorrere qualcuno, quindi stavamo seduti lì mentre le bombe ci cadevano attorno. Non c’era niente da fotografare, niente da fare, niente che potesse distrarmi da quello che stava accadendo.

Metrography si avvale del lavoro di 60 fotografi. Lavorano tutti su commissione? Chi sono? Che formazione hanno avuto e come si sono avvicinati al mondo della fotografia?
Solo dieci dei nostri fotografi sono abbastanza bravi da lavorare dietro incarico. Arrivano da ogni sorta di ambiente. Alcuni di loro avevano il padre fotografo, altri hanno iniziato per hobby e durante la guerra ne hanno fatto un lavoro. Ma ci sono anche dei laureati in accademie d'arte. Molti tra i più giovani sono stati rifugiati, mentre i più anziani hanno combattuto nella guerra tra Iraq e Iran. È un gruppo molto ben assortito e ognuno ha la sua storia da raccontare.

Come sei entrato in contatto con loro?
È tutto un passaparola. Quelli che lavorano nella stampa si conoscono, quindi in alcuni casi è stato semplice. In generale, però, è stata dura, soprattutto nelle zone più pericolose e remote: Anbar, Mosul e alcune delle zone a sud. Anche le donne fotografe sono particolarmente difficili da trovare.

Quante donne avete a Metrography?
Ne abbiamo due e sono entrambe molto brave. I lavori di Julie Adnan sono stati pubblicati sul National Geographic. Sia Julie che Bnar fanno un lavoro davvero unico. Tanto per cominciare, ovviamente, loro possono avere accesso al 50 percento della popolazione che noi non possiamo avvicinare. E poi, creano un bel po’ di confusione negli uomini, essendo donne con la macchina fotografica. In generale, le loro foto sembrano più intime della maggior parte di quelle scattate dagli uomini.

Quali altri ostacoli affrontate nel vostro lavoro quotidiano in Iraq? Dovete sempre guardarvi le spalle?
La difficoltà maggiore è la paranoia generale nei confronti dei giornalisti—e in particolare nei confronti di fotografi e cameraman. Il governo è paranoico, le forze dell’ordine sono paranoiche e lo è anche la popolazione. Passiamo un sacco di tempo a persuadere e convincere le persone a lasciarci scattare qualche foto. In termini di sicurezza, dove vivo io al nord la vita è tranquilla. Ma il resto dell’Iraq non è così sicuro. Quindi sì, ci si abitua a stare molto più attenti. Detto questo, io posso facilmente passare per curdo e non attirare troppo l'attenzione su di me.

Ora che la maggior parte della stampa ha lasciato l’Iraq riesci a vendere più foto? O forse, dato che la guerra è finita, ci sono meno persone interessate all’Iraq?
Ora che gli americani se ne sono andati l'interesse per l'Iraq è diminuito, e molti potrebbero dirti che sono stanchi della raffica di brutte storie che arrivano dal Paese. Quindi non è facile vendere come prima. Ma come dici tu, non c’è più molta stampa da queste parti, di conseguenza la concorrenza non è così grande. A essere onesto, la vera ragione per cui vivo qui non sono gli affari, anche se all'inizio era così. Trovo questi luoghi assolutamente affascinanti.

Cosa ti affascina in particolare?
È estremo. Tutto quello che è grande è enorme, e tutto ciò che è piccolo, è minuscolo. Non ci sono troppe vie di mezzo. Aggiungi il fatto che la storia qui è vissuta nel presente, e tutto assume un'altra dimensione.

Continuerai a vivere in Iraq quando la situazione si sarà stabilizzata?
Con la stabilità ci saranno anche più possibilità per lavori più commerciali, e questa è sicuramente una buona ragione per rimanere. Istanbul e Il Cairo raccolgono moltissimi giornalisti. Forse un giorno anche Baghdad sarà così.

Le tue registrazioni audio del fronte danno una visione della foto più intensa e comprensibile. Pensi che sia importante, in un’epoca in cui le persone stanno diventando insensibili all'esposizione a eventi drammatici?
Sì, ci tengo molto. Non credo che un’immagine ferma sia abbastanza forte da raggiungere lo scopo. Se le foto di guerra non sono spaventose, significa che non sto raccontando la storia nel modo giusto. Ho l'impressione che ormai le immagini di questo tipo non colpiscano più di tanto e il mio compito come giornalista è quello di raccontare una storia abbastanza bene da attirare nuovamente l’attenzione. Aggiungere l’audio è un modo.

Non pensi che questa ulteriore responsabilità possa distrarti dalla fotografia?
Le mie registrazioni sono amatoriali al massimo. Qualunque giornalista radiofonico sarebbe disgustato dalla qualità. Ma come vedi, non posso concentrarmi su entrambe le cose. Quindi mi appendo un registratore alla cintura ed esco a fotografare. In un mondo ideale, lavorerei con un giornalista radiofonico e potremmo realizzare lavori meravigliosi.

Credi che con l’avvento di attrezzature di alta qualità a prezzi accessibili il fotogiornalismo stia scomparendo?
Non ho vissuto i “giorni di gloria” del fotogiornalismo. Credo che la tendenza fosse in atto già quanto ho iniziato io. Non penso che il motivo sia per forza che ognuno ha una macchina fotografica, ma sono certo che anche questo ha contribuito. Il vero problema, secondo me, è che le fotografie hanno perso valore a causa di internet. I fotografi hanno senso per le riviste e i quotidiani, ma se si legge tutto su internet, perché scegliere un’immagine statica? Perché non un video? Guarda il sito della BBC. Tre anni fa ogni articolo aveva una foto correlata. Ora ogni articolo ha un video.

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