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L'Italia sarebbe un posto migliore se ci fossero più Ballroom

Cosa sono e come sono nate le Ballroom, simbolo della sottocultura newyorkese che univa gay afroamericani, ispanici e donne transgender. Ma soprattutto come se la cavano in Italia?

di Laura Petillo
17 ottobre 2017, 1:00pm

Ricordo ancora la prima volta che vidi una ball e, sia da YouTube prima, che dal vivo poi, quella sensazione di coinvolgimento misto a meraviglia penso non mi abbia mai abbandonato. È difficile spiegare cosa sia una ball a chi non è pratico dell'argomento, o a chi pensa che il voguing lo abbia inventato Madonna nel video di "Vogue". Per evitare di aumentare la confusione, proverò a scivolare sulla questione lubrificando le parole, tentando di mettere i puntini sulle I e colmando gli spazi necessari per evitare di perdersi in discorsi senza via di uscita.

La Ball Culture è un insieme di persone raggruppate in house (famiglie) che si sfidano partecipando a ball (competizioni) suddivise in categorie.

Il substrato però è quello della New York del quartiere Harlem alla fine degli anni Sessanta. Lo scontro razziale è al picco e cominciano a vedersi le prime avvisaglie della crisi che metterà in ginocchio la città negli anni Settanta; essere neri, omosessuali, drag o transgender voleva dire avere una vita non molto facile. E, se nel 2017, in Italia, la nebbia è ancora piuttosto fitta sull'argomento, pensate a quanto sia stato emotivamente difficile vivere una situazione così delicata nella cornice della Grande Mela al tramonto del Sogno Americano.

Queste piste da ballo—luoghi fumosi, grigi e clandestini—erano i soli posti sicuri in cui rifugiarsi ed esprimere se stessi sfilando fieri nei propri costumi di fronte a una giuria. Si parla di queer ball già dal 1869, ma la prima ball ufficiale risale al 1964. Il pubblico è ancora bianco e le regine nere, oltre che a uscire di casa alle 3 del mattino per evitare le imboscate della polizia, continuano a sbiancarsi il volto per sperare di vincere rispettando i canoni di bellezza imposti dalle copertine di Vogue. Ma finalmente arriva anche il momento delle black ball, istituite come atto di coraggio e di orgoglio tanto omosessuale quanto razziale. È l'inizio dell'intensificazione dei movimenti per i diritti omosessuali che culminano nei moti di Stonewall, messi in atto dalle drag queen e dalla popolazione LGBTQ nei confronti della polizia. In quegli anni l'abito doveva essere conforme al sesso e due persone omosessuali non potevano neanche ballare insieme. I moti di Stonewall rappresentano, quindi, il capitolo zero di una lunga ed estenuante lotta per il movimento di liberazione gay.

Dopo questo incipit sarà forse più semplice arrivare a spiegare la fitta gerarchia sociale delle ballroom che si è venuta a creare negli anni; quella stessa piramide sociale che le vede capitanate da vere e proprie famiglie dette house. In mancanza di un affetto genitoriale sul quale contare a causa dell'affermata omosessualità, quella house diventa per molti l'unica casa dove sentirsi amati, rispettati e al sicuro.

Il fiorire delle house è parallelo alla nascita delle "gang" newyorkesi in quegli anni. La prima a nascere è la House of LaBeija, a seguire molte altre: House of Extravaganza, House of Ninja, House of Pendavis e House of Dupree. Quest'ultima, fondata da Paris Dupree, ha ispirato il nome del film documentario Paris is Burning.

Paris is Burning rappresenta senza dubbio il film manifesto della ballroom culture, una fotografia precisa e dettagliata, nonostante non siano mancate polemiche, discussioni e controversie in seguito alla sua uscita. Pare infatti che la giovane regista, Jennie Livingston, sia stata accusata di voyeurismo e di aver "fatto i soldi" senza aver elargito nessun tipo di ricompensa ai personaggi che gliel'avevano permesso. Questo brusio di malcontento rimbomba ancora adesso, tant'è che la comunità LGBTQ tende a identificarsi in un altro film, tanto bello quanto ormai introvabile, che è How Do I Look di Wolfgang Bush.

Il rapporto che lega i membri delle house è reale, indispensabile e prezioso, proprio come se fosse l'unico bene a cui aggrapparsi—e di fatto lo è. Le house funzionano con un sistema che ricalca quello delle famiglie tradizionali: sono guidate da una "madre" e/o da un "padre" col compito di educare i propri "figli". La stessa Pepper LaBeija in Paris is Burning racconta di quando è stata trovata per strada in abiti femminili dal padre e di come la madre abbia reagito al fatto bruciando quelli che lei stessa aveva confezionato per le ball.

Con il moltiplicarsi delle house si moltiplicano anche le ball, dette anche "funzioni". Le si pubblicizza con dei flyer sul quale si trovano il nome della ball, il tema da rispettare, la house organizzatrice e le categorie ammesse.

Aprire la parentesi categorie è doveroso quanto difficile. Le indicazioni di genere delle ball includono una lista delle persone che sono chiamate a partecipare:

  • Butch Queen (BQ): uomini gay cissessuali;
  • Femme Queen (FQ): transessuali MtF;
  • Butch Queen Up in Drag (BQUID): uomini in drag;
  • Butch (B): lesbiche;
  • Men (M): uomini eterosessuali;
  • Male figure (MF): coloro che si presentano (nell'aspetto) o si identificano come uomo (cis/trans FtM/drag king…);
  • Women (W): donne cissessuali;
  • Female Figure (FF): coloro che si presentano (nell'aspetto) o si identificano come donna (cis/trans MtF/drag queen…);
  • Open To All (OTA): Aperto a tutti, indipendentemente da genere, aspetto e orientamento sessuale.

Altre specifiche potrebbero anche essere, ad esempio:

  • Virgin: chi partecipa alla categoria per la prima volta;
  • Beginner: chi partecipa alla categoria da meno di un anno;
  • Legendary: possono partecipare solo legends;
  • Big Boy/Girl: categoria riservata ai partecipanti di taglia forte (di solito dai 113 kg in su). Per le donne può essere chiamata anche "Liscious".

Successivamente all'indicazione di genere troviamo delle indicazioni più specifiche che indicano il focus stesso della categoria. Nel corso degli anni le categorie sono diventate sempre più varie e fantasiose (di seguito se ne elencheranno un numero limitato ma esemplificativo).

  • Runway (European: camminata femminile; All American: camminata maschile): categoria in cui i concorrenti vengono giudicati soprattutto in base alla capacità di sfilare. Sono molto importanti i costumi, che possono essere cuciti a mano o firmati da grandi marchi;
  • Fashion (macrogruppo di categorie come Best Dressed, Sneakers vs Sneakers, Labels, Designers Delight, ecc): la sfida in questo caso è partecipare cercando di aver il miglior vestito/accessorio richiesto dalla categoria indossandolo e mostrandolo alla giuria;
  • Face: competizione basata sul "vendere il proprio viso" esaltandone le qualità attraverso gesti, espressioni e trucco (se concesso — può essere "painted" o "unpainted");
  • Performance/Voguing (macrogruppo di categorie come Old Way, New Way, Vogue Fem, BQ Performance, FF Performance, MF Performance, Hands Performance, Arms Control, ecc): tutte le categorie che riguardano il voguing, i sottostili e le categorie che coinvolgono i singoli elementi della danza;
  • Realness (FQ Realness, Schoolboy Realness, BQ Realness, Executive Realness, ecc): categoria in cui si mostra la capacità di essere quello che la categoria richiede. Un altro esempio è "Schoolboy Realness", in cui i partecipanti devono camminare, muoversi e completamente calarsi nei panni di un ragazzo che va a scuola, usando magari degli accessori (quali libri, zainetti e quaderni);
  • Sex Siren: categoria basata sul sex-appeal dei partecipanti, di solito aiutati da indumenti sensuali;
  • Body (può essere divisa in sottocategorie che specificano la tipologia di corpo richiesta): competizione basata sulla capacità di mostrare il proprio corpo, grazie anche a particolari costumi.

La terza indicazione riguarda il tema da seguire attraverso l'uso degli accessori, l'abbigliamento e il trucco.

La "Grand March" è la cerimonia d'apertura. Di solito vengono presentati tutti i membri della casa che organizza l'evento e infine la madre e il padre della stessa house. Il meccanismo delle ball è quello di qualsiasi altra sfida: c'è una sana e spietata competizione—alle volte molto poco sportiva. C'è un sottofondo musicale e un MC che commenta la gara, mentre la giuria verifica che i parametri—estremamente rigidi—delle categorie vengano rispettati.

Il rapporto che questa cultura ha con la moda è strettissimo. Possono essere vestiti griffati, vintage o cuciti a mano la sera prima, ma l'importante è che siano favolosi e che rispettino il tema delle ball.

La ball si trasforma così nel luogo in cui l'eleganza, l'opulenza, la cura del dettaglio, la ricerca della perfezione e l'esaltazione della femminilità si uniscono per dare vita a una vera competizione di moda. Il vestito serve per calarsi nella parte, ma le doti interpretative e stilistiche sono necessarie per meritarsi la vittoria.


La parola voguing si inserisce nel contesto delle ball solo in un secondo momento e costituisce, quindi, un piccolo spazio di questa cultura; e no, non l'ha inventata Madonna. Madonna, semmai, ha ripreso negli anni Ottanta quello che era già radicato nella comunità LGBTQ del decennio precedente, portando in tour con sé gran parte dei ballerini delle ball. Da qui nasce il film documentario Strike a Pose, in cui è la stessa Madonna ad autoproclamarsi Mother of Voguing.

Si tratta di una narrazione falsa e pretestuosa. Alcune leggende narrano che la nascita di questo stile di danza sia avvenuta all'interno delle prigioni di New York. I gay, per divertire e intrattenere i propri vicini di cella e risparmiarsi le loro angherie, imitavano, con pose angolari, ammiccanti e seducenti, le copertine del giornale Vogue. Il voguing di fatto entra come categoria nelle ballroom già negli anni Settanta; è una danza unisex e si basa, come la breakdance, sul concetto di "no-touching". Questo stile apre le porte a un universo di sottogeneri e diversificazioni infinite, con in comune un linguaggio che attinge da altri mondi: quello delle arti marziali, dell'arte egizia, delle pratiche militari e della breakdance. Eccone alcuni sottogeneri:

Old Way Vogue

Si tratta della prima forma di voguing esistita. Si basa su una tecnica di precisione in cui il corpo del ballerino assume, a tempo di musica, delle pose composte da differenti linee geometriche delle braccia e delle gambe. La danza vuole essere, in questo caso, bidimensionale, pensata per la macchina fotografica (i ballerini, quindi, si comportano come fotomodelli davanti al fotografo).

Le braccia, perpendicolari o parallele al terreno, possono formare una serie infinite di combinazioni davanti al corpo, sulla linea delle spalle, accanto ai fianchi, in alto sopra la testa e dietro al corpo. Le articolazioni permettono al ballerino di creare ulteriori linee.

La fluidità dei movimenti è il fine del ballerino che, grazie ad un necessario controllo muscolare, può accostare pose anche molto diverse in modo armonico ed elegante.

New Way Vogue

Stile comparso alla fine degli anni Ottanta, include contorsioni di braccia e gambe (stretch) e movimenti di illusione, in cui il ballerino, grazie alla velocità e alla precisione del movimento, crea degli effetti ottici intorno al suo viso e al suo corpo. La velocità, la precisione del movimento, la coordinazione e la musicalità si uniscono.

Dalla comparsa del New Way Vogue, quindi dall'ampliarsi del linguaggio del voguing, diventa fondamentale lo stile personale di ogni ballerino.

Vogue Femme o Fem

Stile estremamente femminile che si divide in Soft & Cunt, più morbido e aggraziato, e Dramatic, più atletico e aggressivo. In entrambe le varianti il Vogue Femme comprende sei elementi (cinque se si considerano spin e dip come un elemento unico):

  • Hand Performance: movimenti vorticosi delle mani;
  • Catwalk: camminate a tempo di musica caratterizzate da gambe leggermente piegate, ampio movimento del bacino, ginocchia molto vicine e uso delle braccia e delle mani in differenti modi;
  • Duckwalk: come la catwalk, ma a un'altezza ancora inferiore, con le gambe completamente piegate;
  • Spin: giravolte o vere e proprie pirouettes, spesso concluse con una dip;
  • Dip: letteralmente "affondo", viene effettuata in diversi modi ma è di solito caratterizzata dalla posa finale in cui una gamba è piegata sotto il corpo, l'altra è stesa in aria (formando un angolo di circa 50° dal pavimento), le braccia sono poggiate a terra e il busto è inarcato verso il pavimento.
  • Floor Performance: il voguer balla a terra, usando soprattutto le gambe, spesso dopo una dip.

Le difficoltà acrobatiche del vogue femme sono infinite; è uno stile indicato per i giovani danzatori in quanto, soprattutto per le dip, richiede un'elasticità e un'agilità più difficili da trovare oltre una certa età.

Spero che questa lunga digressione sui principi fondanti della ballroom culture abbia contribuito a comprendere il patrimonio di conoscenza che si trova alle spalle del concetto di ball.

Film come Paris is Burning o How do I Look, quasi senza saperlo, hanno simbolicamente e silenziosamente mosso coscienze su tematiche come il razzismo, l'educazione, l'identità di genere, ostracismo, valori, famiglia e violenza. Ed è totalmente assurdo che argomenti di questo tipo, trent'anni fa come ancora adesso, non siano affrontati e gestiti da chi è al vertice, ma quanto piuttosto siano sempre e solo gli stessi protagonisti, le persone comuni, a trovare la forza di trasformare un handicap sociale in una forma d'arte.

Per quanto il clima da ballroom sia la messa in scena di un tema, l'atto della sfilata o della competizione sembra tanto voler urlare: "Io ci sono, sono qui e non sono solo". Quello che potrebbe apparire una pagliacciata da circo nasconde in ogni gesto, musica, sguardo e sforbiciata di gambe un complesso e quanto mai sofferto processo d'identità e liberazione.

Il fatto di scegliere di percorrere una passerella dando il meglio di sé è un atto rivoluzionario, quando il contesto sociale che vivi invece ti vorrebbe chiudere in un ripostiglio.

La nota dolente c'è, però, e si chiama HIV.

La maggior parte delle persone che hanno preso parte al film ora non ci sono più; la comunità transgender dei primi anni Ottanta è stata completamente decimata da questa malattia. I proventi del film sono stati utili anche per finanziare lo studio e la ricerca. A tal proposito già negli anni Novanta è nata la House of Latex che durante le ball distribuiva volantini e depliant informativi. La Latex Ball continua tuttora a organizzare ball scegliendo tematiche che sensibilizzino il pubblico verso la lotta e la prevenzione dell'HIV.

A tal proposito, è giusto nominare la Kiki Scene che prende il suo nome dalle Kiki, dei veri incontri sociali supportati da organizzazioni di informazione sanitaria in cui tutti i membri della comunità ballroom potevano riunirsi e ottenere servizi di prevenzione, test e consulenza. La Kiki Scene, nata con questo preciso scopo e separata dalla Major Scene che riguarda le House, oggi vive anche di una sua personale realtà. Le Kiki offrono infatti spazio ai giovani che vogliono prepararsi alle competizioni.

Ma quello delle ballroom non è soltanto un patrimonio culturale, educativo, performativo; esiste una componente lessicale che si è mantenuta intatta negli anni. Il linguaggio della comunità ball è penetrato nella società queer in generale. Alcuni esempi:

  • "You better werk bitch!" ("Farai meglio a impegnarti!");
  • "Get up, look sickening and make them eat it!" ("Sali là sopra, sii bellissimo/a e falli morire!")
  • "Now sissy that walk!" ("Cammina al meglio!", con il significato esteso di avere coraggio e buttarsi nelle cose con tutti se stessi)
  • "I'm just flying as high as your receding hairline, okcurrr?" ("Volo più alta della tua fronte, fattene una ragione, ok?")
  • "Yes queen" ("Sì regina", chiaro riferimento alle drag queen)

Pensate al talent più vero e fico del momento, che si occupa proprio del mondo drag e transgender: Rupaul's Drag Race è ispirato chiaramente al mondo di Paris is Burning. Qui, quando si parla di reading, shade e realness, senza dubbio si sta facendo riferimento alle parole di Dorian Corey in Paris is Burning, che vi consiglio di ascoltare.

"Il reading è la vera arte dell'insulto."


Se dovessimo parlare esclusivamente di danza, sono diverse le artiste che hanno incorporato il voguing nei loro videoclip.

FKA twigs, per dirne una, è una voguer per vocazione e ha ormai inserito questo tipo di performance nella sua routine. Studia e si allena costantemente con Jamel Prodigy (AKA Derek Auguste) e ha improntato il video di "Glass & Patron" proprio su questa pratica. Quasi tutti i suoi live finiscono con una performance di voguing.

Poi c'è Leyomi Maldonado, membro transgender di Vogue Evolution, recentemente intervistata da Elle e divenuta presenter d'eccezione per Nike.

Da tempo, poi, si sente parlare della coppia Ayabambi. Le due giapponesi sono andate in tour con Madonna, hanno ispirato la campagna 2015 di Alexander Wang e una per abiti da sposa uscita su Vogue.

A livello internazionale anche artisti come Mykki Blanco e Azealia Banks hanno riproposto, rispettivamente nei video di "Wavvy" e "1991", accenni di una cultura che ormai sembra essersi radicata nel sottosuolo musicale attuale.


Ma cosa succede in Italia?

Venendo dal mondo della danza, sapevo già dove andare a pescare una risposta a questa domanda, per affrontare il discorso da un punto di vista concreto e reale. Ho intervistato tre ballerine: Barbara, Giorgia eAnnalisa, che tra Milano, Bologna e Roma sono riuscite e mettere dei buoni semi per far crescere una scena ballroom valida e riconosciuta.

Tutte e tre fanno subito presente come sia stato difficile—e di come lo sia ancora in realtà—iniziare a capire qualcosa di più sulla ballroom culture in tutte le sue forme. Nessuno le ha indottrinate, tutte e tre in tre momenti diversi, spinte solo dalla voglia di imparare e crescere, sono partite e si sono finanziate una formazione laddove se ne presentava l'occasione. Dall'Europa all'America, poco importava; a contare solo tanta voglia di fare.

Loro sono partite dalla fine, la Vogue Femme, per poi andare a riscoprire gli esordi di una cultura che di certo non riguarda donne, bianche ed etero.

"A lezione eravamo in quattro di numero e spesso ci guardavamo in faccia perché non ci capivamo un cazzo", mi racconta Barbara per spiegarmi la confusione che aveva in testa quando, in seguito a una borsa di studio, è andata a New York alla ricerca del voguing. Lo stesso mi riportano Annalisa e Giorgia: "Trovare le nozioni giuste è stato un problema; della prima generazione di voguer è rimasta poco gente, mancano addirittura pezzi di video. Ogni cosa viene tramandata a voce, ma c'è davvero poco materiale originale. Per ovviare a questo problema Parigi, che, a oggi, possiede una tra le scene più forti d'Europa, si è creata un organo che registra tutto. Un team di videomaker ufficiali, Paris Ballroom TV, archivia ogni documento per evitare che accada quello che è successo alla prima generazione di fine anni Ottanta".

Questa cultura è vissuta e fruita molto online. Lo si fa anche per accorciare le distanze tra tutti i voguer nel mondo. Infatti spesso è online che si cercano nuovi adepti; ci si conosce e ci si studia. "Quando facevo lezione con Archie [uno dei primi membri di una delle house più famose al mondo, House of Ninja], ricordo che lo fermavo ogni due minuti perché volevo essere sicura di aver capito quello che ci stava spiegando in classe", mi confessa Giorgia.

Jiji Ninja. Celebration of Life Ball, Parigi.

Barbara, che ormai vive, lavora e insegna a Milano, a oggi, collabora con le serate del Blanko e quest'anno è alla sue terza ballroom, e seconda in collaborazione con Zelig, chiamata The Scandalous Ball.

"Milano ha accolto sia me che questa cultura in un modo che non mi sarei mai aspettata. Ovviamente gli inizi sono stati lenti e ancora adesso si fa fatica a far capire che attorno al voguing, che è solo danza, ruota un mondo che va studiato e compreso. Fare due mosse con le braccia il venerdì sera a lezione, o farlo perché è la moda del momento, non credo sia un atteggiamento corretto e rispettoso", mi racconta Barbara.

Barbara, la Mother of Ninja in Italia.

"Questa storia del voguing non può ridursi a una sfida coreutica, ballettistica. Come ogni cosa che ha una forte identità dipende se tu hai una personalità che puoi sposare con questa identità. Se hai personalità ti plasmerai senza indossare alla cieca. Al contrario se sei una persona senza personalità andrai alla ricerca di questa o quella identità senza sapere chi sei e cosa vuoi", aggiunge Annalisa.

Anna. Black Lives Matter Ball, Parigi.

La discussione si accende quando chiedo se la comunità LGBTQ conosce, supporta la scena in una città come Roma. A Roma non è propriamente tutto rose e fiori. Viene fuori che quando il mondo omosessuale scopre la possibilità di avvicinarsi a una cultura che di fondo gli appartiene più di quanto appartenga alle donne etero, è tutto magico e fantastico. Ma quando si parla di eventi importanti, quando si parla di creare una scena che faccia dei numeri seri, non c'è un reale supporto. Anzi, la partecipazione di questa importante e fondamentale fetta di comunità tarda davvero a palesarsi. Annalisa sostiene che forse gran parte della comunità gay non ha interesse nello scoperchiare il mondo delle ballroom, e non si capisce il perché. "Alle ballroom che organizziamo non partecipano neanche nella categoria Realness. Il paradosso è che in Italia sono più le donne etero ad avvicinarsi a questa cultura. L'ambiente LGBTQ ci considera delle ospiti, ma intanto a Roma chi fa girare la scena siamo noi", concludono Giorgia e Annalisa.

Tra l'altro a febbraio, nelle nuovissime vesti di House of Munera, entrambe faranno un evento a Roma che si chiamerà VoguExchange, durerà 6 giorni e comprenderà una major ball, una kiki ball, workshop con ospiti internazionali e un progetto teatrale dedicato completamente al voguing.

Ogni evento organizzato tra Roma e Milano è, sì, affollato di gente, ma tutta legata al circuito della danza. Alla Vogue Night milanese organizzata da Dolores Ninja, in passerella sfilavano per lo più ballerini.

La questione sull'emancipazione e il superamento delle difficoltà sociali trattata in Paris is Burning è in Italia forse ancora un tabù. O, meglio, è qualcosa che non viene affrontato e vissuto nella praticità anche quando ormai questa cultura esiste a prescindere dall'orientamento sessuale.

Forse c'è un problema di comunicazione. Basterebbe arrivasse il messaggio che non si sta parlando solo di danza, che non bisogna essere dei ballerini per entrare in una ball. Il paradosso della carenza di partecipanti è che la bellezza della ballroom culture sta nel fatto che tutti possono trovare il proprio posto e ruolo.

Nel 2017 non ci sono più giustificazioni per non essere informati. Ora che le porte si sono aperte, la strada non può che essere in discesa. Ci sarebbe solo bisogno di più partecipazione. L'evoluzione personale e sociale che regala un certo tipo di arte non può che avvicinare le persone, per scoprire se stessi e scoprire davvero chi si ha vicino.

Se ci si lascia travolgere da quello che questa sottocultura ha da offrire, oltre a riconoscerle di aver mostrato tutte le varietà di genere da un punto di vista pratico e di aver sollevato gravi problemi sociali ad esse legati, la si ringrazierebbe per aver rappresentato l'emblema della libertà d'espressione.

Senza falsi moralismi, oggigiorno è davvero difficile riuscire a essere quello che si vuole essere senza dover indossare una maschera. La stessa Dorian Corey in Paris is Burning afferma: "Puoi scegliere chi vuoi essere in passerella come nella vita, la vera difficoltà sta nel continuare a essere se stessi quando si rientra a casa la sera".

Magari uno può pensare che questo genere di riflessione ha senso e assume un certo peso solo se in bocca a una drag queen. Ma io non credo sia del tutto così. Ognuno di noi, anche se in maniera edulcorata, vive disagi e situazioni che più volte al giorno lo portano a mascherarsi. Ognuno supera i propri ostacoli a suo modo. Conta avere una motivazione nella vita. Essere sicuri e coscienti dello spazio che si occupa su questa terra e di che cosa si vuole è fondamentale tanto in passerella quanto nella vita reale.

Riuscire a essere se stessi sempre è uno sforzo a cui tutti dovremmo dedicare del tempo, anche nel rispetto di chi, per farlo, ha dovuto travestirsi per una vita intera.

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