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Attualità

'Matteo Vs Matteo' è stato il solito duello tra leader più bravi a stare in tv che a governare

Frecciatine, battute da bar, espressioni ridicole: Salvini e Renzi sembrano non essersi accorti di non stare più al potere, e ieri hanno portato avanti il loro show.

di Leonardo Bianchi
16 ottobre 2019, 10:08am

Grab via Porta a Porta/Raiplay.

Ogni supereroe che si rispetti ha la sua nemesi: Joker per Batman, Teschio Rosso per Capitan America, Goblin per Spiderman, e così via. Questo schema, ovviamente, si applica anche alla politica italiana—su tutti Matteo Renzi per Matteo Salvini, e viceversa.

Quella dei due Mattei, infatti, è una linea narrativa che procede imperterrita da qualche anno. Uno non esisterebbe senza l’altro; e pur odiandosi, sono convinti di essere il centro di gravità della vita pubblica in Italia.

Dopo il casino di questa estate, l’harakiri del segretario leghista e la fondazione di un nuovo partito dal dubbio logo da parte di Renzi, ora siamo evidentemente entrati in un’altra stagione di questa telenovela. E ieri sera, in un certo senso, il duello televisivo a Porta a Porta è stata la prima puntata di una nuova stagione seguita da quasi quattro milioni di telespettatori.

I teaser li avevamo potuto saggiare nel pomeriggio. Prima lo sketch di Renzi che “ruba” l’auto di Salvini; poi sui rispettivi account social dei contendenti, poco dopo la fine della registrazione: per gli amici di Salvini, Salvini ha vinto—sorpresa!—“due a zero”; per gli amici di Renzi, Renzi ha vinto come la Fiorentina con il Milan (cioè tre a uno).

Il dibattito vero e proprio—che non aveva le regole stringenti (e mai rispettate) dei confronti a due davanti ad una telecamera, e che vedeva presenti solo ed esclusivamente maschi—è partito per l’appunto da questa estate. Renzi, inaugurando un ciclo di battutine che andrà avanti per 82 minuti, cita “il colpo di sole del Papeete” e dice che Salvini “rosica ancora adesso.”

Per quest’ultimo, di contro, Renzi si è “inventato un governo sotto un fungo” per “non far vincere la Lega.” Un’operazione che Renzi, ma già lo sapevamo, rivendica come “machiavellica” per il bene dell’Italia, perché “se fossimo andati a votare adesso, ci sarebbe lo spread ai massimi livelli e il paese avrebbe pagato il conto.”

Più volte si è andati sul personale: il fondatore di Italia Viva ha punzecchiato Salvini sulle vacanze (“Avrebbe fatto migliore figura se al 30 agosto non si fosse messo in missione al Senato”), sulle assenze e sui mojito, e il leghista gli ha risposto che non conosce i regolamenti parlamentari e che “voi a sinistra siete abituati a champagne e caviale a Montecarlo”; il tutto intervallato da un classico dei talk all’italiana: “Lei è un maleducato perché prima l’ho fatta parlare, non m’interrompa!”

I due si sono poi rinfacciati le innumerevoli giravolte—e qui, va detto, è stato più efficace Renzi, visto che Salvini ha cambiato idea circa duemila volte negli ultimi anni.

A un certo punto Salvini ha iniziato a dare i numeri, soprattutto sull’immigrazione, rifilando le solite balle trite e ritrite. Il leader leghista rivendica il crollo degli sbarchi, evitando accuratamente di dire che sono iniziati a diminuire grazie agli infausti accordi con le milizie libiche fatti da Minniti e Gentiloni, e ripete la solfa sui barconi pieni di “stupratori, rapinatori e terroristi.”

Tra uno sbuffo e l’altro, l’ex ministro dell’interno è poi ricorso sistematicamente alla fallacia dell’ argumentum ad populum: siccome la Lega è ancora il primo partito secondo i sondaggi, allora ha automaticamente ragione su tutto. Esempio: “Renzi è un genio incomprenso,” ha ripetuto almeno tre volte Salvini, “ma gli italiani non se ne sono accorti: io sono al 33, lui a 3 percento. Sono tutti scemi gli italiani?”

Ci sono state poi alcune schermaglie su Quota 100, e inevitabilmente si è rispolverata la vicenda di Moscopoli e dei 49 milioni di euro. Il finale, poi, ci ha regalo l’ennesimo scambio di battute tra i due: Salvini ha detto di non fare “conferenze in giro per il mondo a decine di migliaia di euro,” e Renzi ha risposto “perché non la invitano per le conferenze.”

Sarà che io ho un problema con la formula dei duelli televisivi (che solo un anno fa qualcuno dava per morta), ma se questo doveva essere il reboot della leggenda dei due Mattei, be’, è stato sostanzialmente vacuo ed esaltante solo per chi è già schierato con i due Mattei.

Questo lo si può vedere plasticamente dalle reazioni dei social e dall’hashtag #MatteovsMatteo: i sostenitori hanno incensato i propri idoli in un tripudio di “l’ha asfaltato!” o “non ha toccato palla” (sempre per rimanere sulle metafore calcistiche); mentre i leader hanno spacchettato il dibattito in spezzoni o foto buffe del proprio avversario, da rilanciare sulle proprie pagine per apparire trionfanti.

La realtà è che, a livello politico, i due sembrano psicologicamente congelati al dicembre del 2016 e soprattutto a questa estate—ossia nei momenti in cui credevano di avere il paese in mano, e invece si sono schiantati malissimo sul muro della realtà.

Con ogni evidenza, entrambi non hanno ancora elaborato il lutto di aver perso il potere, di non essere più l’assoluto baricentro dell’Italia, e di non rappresentare una valida alternativa politica per il futuro. Sono dei leader, insomma, che esistono principalmente a livello mediatico—e prosperano solo in quella dimensione. Perché ormai possono estroflettere il loro ego ipertrofico davanti alla telecamera di una televisione e di un cellulare; se poi riescono farlo insieme, tanto di guadagnato.

E per carità, ci riescono pure bene. Nulla da dire. Ma per quello esistono pure delle trasmissioni più indicate, senza troppe pretese politiche, tipo quelle di Barbara D’Urso o Temptation Island Vip. Li sì che ce li vedrei proprio bene; o comunque, sempre meglio che a Palazzo Chigi.

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